Antonio Pascale in: Kafka e il pessimismo radicale

Vi racconto come io ho conosciuto Kafka. Avevo 21 anni e con la ragazza con cui stavo a Caserta, sono andato a Rimini a fare un viaggio in macchina. Era nel 1989-90 e c’erano i primi Bungee Jumping, quegli elastici per cui salti e ti butti nel vuoto da un posto elevato. Io vidi quella meravigliosa gru con l’elastico e dissi: “Voglio andare a saltare!”
Lei disse: “Se lo fai io ti lascio. Non esiste che tu vada a fare questa cosa, anche perché se muori qua, io come faccio?”

Insomma litigammo. Io salii sulla gru, mi fecero firmare un modello che se fossi morto non era colpa loro. C’era già il pubblico giù, io ero pronto e lei mi dice da lontano: “Ti lascio, ti lascio, ti lascio”. “Ti lascio!”
Non mi buttai e scesi di sotto. Mi aveva convinto. Quando tornammo a Caserta, due giorni dopo, mi lasciò. Il motivo è che non mi ero buttato.

Il tutto fu molto scioccante per me. Mi sembrò una situazione kafkiana. Ma non sapevo chi fosse Kafka. Avevo assorbito l’aggettivo. Il Meme “Kakfa” mi aveva preso.

Circa un anno dopo avevo fondato, sempre a Caserta, una piccola rivista che si chiamava Live: eravamo dei ragazzi giovani chiusi in un locale, il Cucumber, mentre Francesco Piccolo stava nel Bar Boys, con cui spesso litigavamo, dall’altra parte della strada. In quel locale mi fecero leggere un racconto di Kafka che si intitola Davanti alla legge ed è un tipico racconto di Kafka, uno dei suoi più belli, che dice così:

Davanti alla legge c’è un guardiano. Davanti a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano gli dice che per ora non si può entrare. L’uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. “Può darsi”, risponde il guardiano, “ma per ora no”.
Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l’uomo si china per dare un’occhiata, dalla porta, nell’interno.
“Se hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada però, io sono potente e sono soltanto il più infimo dei guardiani. Davanti ad ogni sala c’è un guardiano, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io”. L’uomo di campagna non si aspettava tale difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe pure essere accessibile a tutti e sempre; ma a guardar bene il guardiano, avvolto nel cappotto di pelliccia, il suo lungo naso a punta, la barba alla tartara nera e rada, decide di attendere piuttosto finché non abbia il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere di fianco alla porta.
Lui rimane seduto per giorni e giorni e anni. Fa numerosi tentativi per passare e stanca il guardiano con le sue richieste. […]

Così passano gli anni poi…


Prima di morire tutte le esperienze di quel tempo si condensano nella testa in una domanda che finora non ha rivolto al guardiano; gli fa un cenno perché il corpo gli si sta irrigidendo. Il guardiano è costretto a piegarsi profondamente verso di lui poiché la differenza di statura è mutata molto a sfavore dell’uomo di campagna. “Che cosa vuoi sapere ancora?” chiede il guardiano, “sei insaziabile”.
L’uomo risponde: “Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?” Il guardiano si rende conto che l’uomo è giunto alla fine, per farsi intendere da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, allora grida: “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. E ora vado a chiuderlo”.

Questo è un tipico racconto di Kafka. Il cancello era aperto… allora pensai: ma è quello che è capitato a me. Dovevo entrare e non sono entrato. Il racconto ci dice che c’è una proibizione profonda dentro l’uomo che gli impedisce di fare un passo. E’ la proibizione profonda che lo ancora al pavimento e gli rovina la vita. Il cancello era aperto, dovevi entrare. E lui non entra. I racconti di Kafka sono tutti così.

Ma chi era Kafka?

Un uomo che non pubblicò quasi niente in vita. Scrisse tre romanzi incompleti Il Processo, Il Castello, e America e quando stava per morire, nel 1924, di tubercolosi, per due volte scrisse all’amico Max Brod lettere testamentarie in cui diceva: per favore butta tutto! Perché non voleva che si pubblicasse nulla.

Kafka era un uomo che dominava perfettamente la logica del sogno, che più di ogni altro ha elaborato dei sogni assurdi, grotteschi, snervanti. Un uomo che quando morì nessuno lo conosceva e dopo qualche anno divenne uno degli scrittori più noti al mondo.

Titolo di studio: esame di maturità, laurea in legge.

Dopo la laurea cominciò a lavorare in una compagnia di assicurazioni. Non si prese mai un giorno di vacanza, tranne una volta in cui scrisse il racconto La condanna. La mattina non ce la fece ad andare al lavoro e allora mandò un biglietto in cui diceva: “Egregio signor ispettore, questa mattina ho avuto un piccolo mancamento e ho un po’ di febbre. Rimarrò quindi a casa. Si tratta senz’altro di una cosa da nulla e verrò di certo oggi già in ufficio, anche se forse solo dopo mezzogiorno”. In realtà non andò in ufficio neanche il giorno dopo. I colleghi si preoccuparono, pensarono che fosse morto.

Kafka non si fidava dei medici, era un anti-vaccinista e aveva una paura matta dei topi.

Relazioni sentimentali, prostitute escluse: tre.
Milena Jesenská

A Praga come in altre città nel Novecento, le prostitute erano un modo per sfogare la sessualità per l’uomo. Quindi anche Kafka andava con gli amici a prostitute e ha fatto tutto un elenco di quelle con cui è stato. Andava al Trocadero, un locale dove le donne si vendevano, e ha avuto una relazione con una ballerina, una escort diremmo oggi.

Le sue relazioni furono soltanto tre. Una con Felice Bauer che è stata la sua fidanzata per molti anni, ma ogni volta che si decideva a sposarla era preda di una fortissima angoscia: aveva mal di testa, si metteva a letto e non riusciva a sposarla.

Un’altra relazione è stata con Milena Jesenská che era la sua traduttrice, ma era sposata e quindi lui si trovava nella condizione di essere un amante. C’era tra loro un carteggio epistolare ma Kafka non riusciva mai ad andare da lei. Una volta Milena gli disse: senti, inventa una scusa con questo tuo capoufficio, dì che è morta tua zia, ti prendi due giorni e vieni da me.
Lui non andò dalla sua amante perché non riusciva a mentire, non riusciva a inventare una scusa. E l’amante non gli perdonerà mai che lui non riuscirà ad andare da lei neanche una volta.

Nel 1919 scrisse una lunga lettera al padre ma non ebbe neanche il coraggio di consegnargliela. Da questa lettera nascono tutte le interpretazioni di un padre onnipresente, duro, mastodontico. Ma si tratta di un’interpretazione freudiana e Kafka detestava Freud. Diceva che non c’è nulla di più banale della teoria psicoanalitica di Freud. Non era quello, sosteneva, ma qualcos’altro che gli faceva inventare i suoi racconti.

Poco prima, nel 1910, cominciò a scrivere La metamorfosi, uno dei racconti più belli mai scritti, in cui si parla di un essere che si trasforma in un insetto e conserva una dignità che nessuno gli riconosce. E’ una specie di sintesi dell’arte, che secondo Nabokov è bellezza più compassione. L’arte non salverà il mondo, come sosteneva Dostoevskij. Tra l’altro Nabokov detestava Dostoevskij e nelle sue lezioni di letteratura russa (Lezioni di letteratura) lo tratta malissimo, sostenendo che è il peggior scrittore della storia. Se fosse un suo studente non lo farebbe neanche entrare a fare l’esame. Tolstoj sì che era uno scrittore, Gogol sì, Cechov era uno scrittore, ma Dostoevskij è uno scrittore volgare, uno che sostiene che Raskol’nikov – il protagonista di Delitto e castigo – si converte leggendo la Bibbia insieme a una prostituta: è la cosa più volgare mai scritta.

La bellezza è sempre destinata a morire, perciò ci commoviamo. L’essere umano è destinato a morire e Kakfa, con la sua figura dell’insetto, elabora una teoria dell’arte perché c’è un individuo che si trasforma in un’altra cosa e noi proviamo compassione.

Quando Gregor Samsa si svegliò un mattino da sogni inquieti, si trovò trasformato, nel proprio letto, in un immenso insetto.

Nabokov che era un entomologo diceva: maledetti tutti i traduttori! Non era uno scarafaggio che è piatto, invece Gregor Samsa si trasforma in un insetto convesso e soprattutto ha le ali. Samsa e anche Kafka non sanno di avere le ali, mentre i coleotteri, come le coccinelle, spesso volano.

Quando Gregor Samsa si sveglia è già molto giù nell’arco narrativo del racconto e poi non fa altro che scendere ulteriormente verso il basso. Non migliora mai, continua a scendere finché muore. Il nostro eroe si sveglia scarafaggio e muore scarafaggio. Questo è il modello del pessimismo radicale.

Il modello del pessimismo radicale

Da dove arriva questo pensiero? Il primo filosofo a esprimerlo è Schopenhauer che capisce che noi non abbiamo il libero arbitrio, ma siamo vittime delle contingenze.

Matthew McConaughey è l’agente Rust in “True Detective”

Poi c’è un ragazzo, Philipp Mainländer, che elabora una teoria per cui Dio stesso, disgustato dalla sua creazione, ha deciso di uccidersi. Quindi il mondo avrà finalmente senso quando sparirà. Mainländer mise questa tesi in un libro che era la sua tesi di laurea. Quando il libro gli arrivò fresco di stampa, mise l’uno sopra l’altro i venticinque volumi che aveva ordinato, ci salì sopra si mise una corda al collo e s’impicco.

Dio è morto dice Mainländer e Nietzsche riprende questa intuizione e la fa sua. Altro filosofo, che però arriva nel Novecento, quindi dopo Kafka, è Camus: la domanda a cui la filosofia deve rispondere non è chi siamo, ma perché non ci suicidiamo. Il punto è che Camus non si è suicidato, ha vissuto in maniera molto allegra, si è intrattenuto con tutte le ballerine di Parigi ed è morto in un incidente di macchina quando aveva quarant’anni.

“Perché essere dovrebbe essere meglio di non essere?”

Afferma il pessimismo radicale. Questo deve aver pensato il primo uomo e ci saremmo senz’altro estinti se non fosse per un inganno che la coscienza ha elaborato. Questo inganno è l’ottimismo che ci fa raccontare una storia secondo l’ordine che piace a noi, eliminando i cattivi pensieri.

Peter Zappfe

Il filosofo che negli ultimi anni ha rilanciato la tesi del pessimismo radicale è Peter Zappfe, un oscuro filosofo danese il quale, nella sua congiura contro la razza umana, sostiene che la coscienza ha elaborato delle strategie per non pensare alla verità, cioè al fatto che dobbiamo morire e che siamo degli zombi. Una strategia consiste nell’isolare i pensieri in uno strato profondo della mente. Una seconda strategia è la distrazione: è una bella giornata, gioca pure il Napoli. Terza strategia, la sublimazione: scrivici un racconto e non ne parliamo più.

Thomas Ligotti, che ha scritto dei racconti gotici molto belli, è l’ispiratore, nella prima serie di True Detective, di Rust, il poliziotto interpretato da Matthew McConaughey che esprime le idee del pessimismo cosmico. Le sue tesi sono state prese pari pari dai racconti di Ligotti, che è diventato famoso dopo True Detective perché gli è stato riconosciuto che quel personaggio era suo e non di Nic Pizzolatto.

Tutti i personaggi di Kakfa sono animati dal pessimismo radicale.

Comunque nel 1923 quest’uomo che mai si era ribellato a nessuno, neanche al capo ufficio, che non riuscì a consegnare una lettera al padre: l’aveva data alla mamma chiedendole di dargliela e lei non gliel’aveva data. Un uomo che non era neanche riuscito a sposarsi, che diceva all’amante che non poteva andare da lei perché non riusciva ad inventarsi una scusa, un uomo che ha creato degli incubi mostruosi. Quest’uomo nel 1923 fugge perché s’innamora di Dora. Lei è una ventenne ed è la direttrice di una colonia estiva: Dora Diamant. Lui se ne innamora e incredibilmente va a vivere con lei in uno scantinato senza riscaldamento, al freddo e al gelo, a Berlino.

Perché lo fa? Philip Roth, che ha scritto un saggio bellissimo su Kafka (Why Write? Collected Nonfiction, 1960-2013), dice: io non lo so se è per amore o per la morte. E’ l’amore o il senso della morte che stava arrivando e che lui sentiva perché era malatissimo?

Nell’ultimo mese della sua vita, Kafka andava al parco per prendere un po’ d’aria. Una volta gli si avvicina una bambina che piange perché ha perso la bambola. Kakfa allora le dice che non è vero che l’ha persa, lui lo sa perché la sera prima la bambola è andata da lui e gli ha raccontato che non è scappata da lei, ma ha incontrato il suo amore e quindi adesso vuole stare un po’ con lui. La bambina si calma. Gli chiede altre spiegazioni. Kakfa le dice: facciamo così, lei mi racconta cosa le succede e io ti scrivo delle lettere con quello che mi racconta.
Kafka va a casa e comincia a scrivere racconti. La bambina va ogni giorno all’appuntamento e Kafka le legge le storie della bambola. Le dice che è felice, le parla del castello in cui abita e così via. Alla fine la bambina è contenta e Kafka muore. A 41 anni.
Queste lettere le hanno cercate ovunque, ma non le hanno trovate. Hanno fatto appelli a tutte le ragazzine di allora, nessuna ha mai risposto.

Quello che sappiamo oggi è che il disordine del mondo, il disordine della nostra coscienza, il fatto che possiamo trasformarci in insetti a sei zampe, può essere tenuto a bada dall’ordine dell’arte, ovvero dalla rappresentazione di noi stessi. E grazie all’arte possiamo cercare di dare ordine all’insensatezza che ci circonda.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Bellissimo questo racconto; in un stile volutamente semplice ci parla del suo personale Kafka e contemporaneamente ci insegna qualcosa di essenziale su questo scrittore.

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