L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali

Protagonista dell’appassionato bildungsroman di Giorgio Biferali L’amore a vent’anni (Tunué 2018), Giulio (un doppio dell’autore?) è l’ultimo e inatteso figlio di una numerosa famiglia romana. Sognatore, timido come “l’attore giovane di un film della Sundance”, è legato ad un’infanzia ancora troppo vicina tramite i costumi da Batman, le piscine al cloro, gli “amici immaginari”, le pesantissime cartelle Invicta. E poi è legato all’aereo (“non è come la metro… si legge, si parla, si guardano film e nessun cellulare”), all’ansia di crescere, magari scrivere e, se possibile, imbattersi in un simulacro di felicità.

Giulio sembra sprigionare, a vent’anni, una contagiosa capacità di amare: i tanti amici, la madre insegnante (immagine complice ed edipica), un padre che “si riconosce dal silenzio” ed entra nelle vite degli altri dopo che per anni è entrato in banca e ha onorato i rituali di un matrimonio borghese, realizzato e proprio per questo asfittico.

Ama il cinema, da Roger Rabbit a Tarantino, dal Woody Allen più onirico all’adorato Truffaut. Mentre gli attori scandiscono le passioni dei genitori – stravince Delon per le generazioni mature – e le pellicole preferite segnano le stazioni dell’adolescenza: irresponsabilità e dolore, insomma Qualcuno volò sul nido del cuculo e A bout de souffle.

Ancora Giulio ama la musica – da Kurt Cobain a Tenco, da Battiato sino ai Kings of Convenience e i The The. Ama i racconti più inquietanti di Buzzati, i romanzi di Julian Barnes, che sul “senso della fine” ha scritto tutto. Poi ama David Foster Wallace, Chatwin, Marías (così giovane ha compreso che Gli innamoramenti è già un classico… senza neanche aver letto Berta Isla) e il più solido narratore americano dopo Hemingway, Raymond Carver.

E ama Silvia che, per la “musica del caso” o come in un film di Truffaut, abita nella sua stessa via. Non è una suggestione o proiezione fantastica la terza Silvia incontrata dopo quella “idillica”, Alice e Aurora: spesso sono letterari i nomi delle ex, fra Lewis Carrol, Leopardi e il mito.
La Lei più importante e pericolosa della sua vita, già sentimentalmente adulta e con una “famiglia assurda” alle spalle, ha “due lampioncini illuminati negli occhi nocciola, scuri ma chiari, pelle bianca, coda di cavallo che si muove a ritmo di musica”. Lei compone poesie – ferite aperte, nomi contagiosi – legge Prévert, la Szymborska, “a sorpresa” Raboni (tanto per salvare gli italiani) e come lui predilige Roland Barthes.

Insomma esiste, per conferire volto e anima, travolgenti e ossessivi, all’Amore in sé di cui Giulio è, più di tutto, innamorato.

Quello che “ti fa tremare anche quando fuori non fa freddo e non si ha la febbre”, dove “tutto è rovesciato e succede quando meno te lo aspetti, mentre conservi i ricordi di un’altra persona come fossero i tuoi […], ti trovi a contare le scale che hai sempre salito, finisci nelle foto degli altri camminando insieme a lei in una Piazza di Spagna che sembra Montmartre e insieme a lei ti trovi a vivere nei versi di una canzone di Stromae, a preferire il mare alla montagna, la coca-cola alla pepsi”.

Magari i gusti cinematografici sono diversi, ci mancherebbe… Silvia preferisce Leon ma – come la Natura dell’omonima lirica, magari meno possente ma altrettanto crudele se si hanno vent’anni – “non rende quel che promette e, di tanto in tanto, inganna”.

Forse si ama veramente solo in un “mondo parallelo”. O nei sogni, frequenti e decisivi nella trama.

A scandire l’intreccio c’è come sfondo rievocato e vissuto con meticolosa identificazione e tangibile affetto, Roma. Umorale, frequentatrice ingorda di gelaterie (a pag.55 una guida sicura delle migliori!), con il Lungotevere che non finisce mai, gli alberi che sono “semplicemente verdi”, le anguste vie di Trastevere che paiono vicoli del Rione Sanità, via del Corso brulicante “di ambulanti, giocolieri e musicanti”, i suoi cinema storici: l’Eden “con tutti i film che vuoi vedere”, il Tibur con quelli di Ben Affleck, il Farnese a Campo dei Fiori). E poi le scuole canoniche, dal Nazareth al Mamiani, la mitizzata metro del tratto Lepanto-Flaminio, Ottaviano, labirintica e ingannevole fermata “dalle quattro entrate” e il MAXXI che non “esiste solo di giorno”. La città si impone come vera, viva coprotagonista del romanzo, luogo ideale per assistere alla fine del mondo: “odore di incenso, zolfo, terra, carne bruciata e sangue”.

Lo stile di Biferali – immediato, vivace, mai banale – ricorre spesso ad una efficace tecnica descrittiva “per accumulazione di particolari” (a volte un po’ insistita e compiaciuta) che esaurisce di slancio ogni dettaglio, rivelando uno straordinario spirito di osservazione.

Intrigante, poi, il “gioco letterario”, fatto passare per dimenticanza/approssimazione della voce narrante, di alludere in perifrasi a film, opere letterarie, autori: chi è lo scrittore egiziano che diceva “capisci di essere a casa solo quando non senti più il bisogno di fuggire”?

Il lettore potrà divertirsi a svelare nomi e titoli. Non facili, anche perché L’amore a vent’anni è, forse soprattutto, un colto, malcelato omaggio alla buona Letteratura.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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