VOX di Christina Dalcher

 

VOX di Christina Dalcher

 

Quando una cosa da impossibile diventa improbabile è già troppo tardi

Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere.

Questa è parte della presentazione, in quarta di copertina, di Vox, libro distopico che mi sono affrettata a fare mio dopo averne letto un estratto su una rivista, qualche tempo fa.

Stati Uniti, giorni più o meno nostri. Al Governo è salito Il Movimento per la Purezza che, usando il Presidente come fantoccio democraticamente eletto, ha messo in piedi una nuova società che tende – esasperandola – all’idea puritana della divisione sociale dei ruoli: gli uomini al lavoro con parte del potere decisionale, le donne a casa a badare alla famiglia.

In un miscuglio allucinante tra maschilismo, fanatismo religioso e dittatura, alle donne è proibito viaggiare, lavorare, avere un conto in banca e financo parlare: ad ognuna viene messo al polso un contatore di parole che, superate le 100 giornaliere, dà una scossa elettrica. Considerando che la media di parole dette al giorno è 16.000, il conto è presto fatto.

Ho trovato estremamente interessante il fatto che Jean, la protagonista, sia una neurologa linguista, studiosa della degradazione della facoltà del linguaggio e impossibilitata a usare le parole, a comunicare. Anche l’autrice è una linguista, anche se non una neurologa.

L’importanza del dover parlare, dire la propria, protestare se non si è d’accordo, è alla base del messaggio del romanzo. Jean riflette spesso amaramente sul fatto che, quando ai tempi dell’università si vedevano le prime avvisaglie reazionarie, lei era troppo occupata a studiare, o a uscire col fidanzato per andare a manifestare, o a votare: a usare le parole per farsi ascoltare davvero.

Ho letto Vox tutto d’un fiato, prima con un’angoscia crescente, poi con la curiosità di sapere come sarebbe andato a finire.
Con angoscia perché è vero che è distopico, ma in troppe parti del mondo ci sono ancora situazioni in cui la donna è praticamente schiava, senza diritto di parola, e anche nella nostra parte di emisfero c’è una preoccupante tendenza a tornare indietro nei diritti civili.

Come ha giustamente dichiarato l’autrice, l’estrema vicinanza tra religione e Stato è pericolosa perché non mette l’individuo in grado di pensare in maniera razionale e di contrastare scelte politiche di dubbio valore etico.

A metà del libro l’angoscia cede il passo alla curiosità. Devo ammettere che a metà strada la storia perde un po’ di intensità: si focalizza sulla vita privata della protagonista, che francamente ai fini narrativi è secondaria, e soprattutto prevale – un po’ troppo  per i miei gusti – la necessità di “far vincere i buoni” anche in maniera fantascientifica.

Vox rimane comunque un libro interessante da leggere e si inserisce in un contesto narrativo che in questo momento ha particolare successo, basti pensare alla serie tv tratta da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, o al romanzo Sottomissione di Michel Houllebecq. Trovo giusto che si parli e si racconti questa realtà distopica proprio per rimanere ben consapevoli della facilità con cui una situazione può degradare, anche se il livello di serotonina cala pericolosamente a causa dell’angoscia. E per ritirarlo su veniamo alla parte ludica.

Jean spesso nomina (si fa per dire) lo spazio vuoto lasciato dai suoi libri di cucina sugli scaffali: cerca di riempire qugli spazi con foto e suppellettili, ma la mancanza dei suoi libri si fa sentire proprio fisicamente. Cucinare per lei è più difficile o, quantomeno, noioso. Non potendo più avere accesso alle ricette per variare il menù, Jean può solo fare affidamento sulla sua memoria.

E allora passo alla ricetta di uno dei dolci americani per eccellenza, un tripudio di cioccolato, facilissimo da fare che, nella sua versione base, è uno dei primi esperimenti culinari dei bimbi USA: i brownies.

Pare che per questi fantastici dolcetti, croccanti fuori e morbidi dentro, dobbiamo ringraziare la signora Bertha Palmer, moglie del proprietario di un importante hotel di Chicago, alla fine del 1800.
Un giorno chiese a un pasticcere di realizzare un dolce che potesse essere fatto a pezzetti e mangiato senza sbriciolarsi, da poter tranquillamente portare anche in un pranzo al sacco.

Come per tutti i dolci tradizionali, anche per i brownies esistono millemila varianti, la più nota delle quali prevede l’aggiunta di noci all’impasto, in modo da alternare la scioglievolezza 🙂 con la croccantezza.
Un upgrade si fa invece usando metà dose di zucchero bianco e metà di brown sugar, che accentua la nota caramellata ed elastica del dolce. Attenzione, non è zucchero di canna, è fatto da zucchero bianco mescolato a melassa, in dosi variabili.  Non è semplice da trovare in Italia ma se vi volete cimentare Amazon vi aiuterà.

Comunque la ricetta super basica, quella che immagino potrebbe cucinare la nostra Jean a memoria, prevede pochissimi ingredienti, una sola ciotola, nessuna attrezzatura… ed è pronta in 30 minuti!
klk

Brownies

125 gr burro
125 gr cioccolato fondente
125 gr farina
30 gr cacao in polvere amaro
200 gr di zucchero
3 uova grandi
Un pizzico di sale

Foderate di carta forno una teglia quadrata di 20 cm di lato e preriscaldate il forno a 180°.
Sciogliete insieme il burro e il cioccolato, poi mescolateli bene fino ad avere un composto omogeneo.
Aggiungete lo zucchero, il sale, le uova, poi la farina e il cacao setacciati e mescolate bene ma non troppo a lungo: fermatevi appena il tutto si è amalgamato.
Versate nello stampo e fate cuocere 30 minuti. Uno stuzzicadenti inserito al centro deve uscire con delle bricioline un po’ umide attaccate, se viene fuori completamente asciutto lo avete cotto troppo.
Buono lo stesso eh, niente che abbia questi ingredienti mescolati può essere cattivo, ma il vero brownie è umido all’interno.
Si mantiene un po’ di giorni tranquillamente, ma non ne resterà molto, ve lo assicuro!

Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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