Il Diario di Etty Hillesum

Non ricordo più nemmeno dove avevo letto, anni fa, qualcosa a proposito di Etty Hillesum, una ragazza ebrea olandese che ebbe modo – a differenza di tanti altri ragazzi – di vivere pienamente la sua adolescenza e di affacciarsi alla maturità. Era un trafiletto in cui si insinuavano dubbi circa un suo presunto collaborazionismo con i nazisti operanti nei Paesi Bassi – allusioni velate, un pettegolezzo enunciato a fior di labbra da qualcuno che, si percepiva, dava a intendere di saperla lunga sull’argomento. Dalla lettura di quello scritto mi era rimasta una sensazione indefinita ma assai sgradevole. Quell’ambiguità che si arrestava un attimo prima della maldicenza, quel tono subdolo, quel dire e non dire mi avevano sinceramente infastidita, tanto più che l’articolo era corredato dalla fotografia di una ragazza dall’espressione sognante, la testa poggiata su una mano e lo sguardo puntato nel vuoto, dal cui aspetto tutto si sarebbe potuto desumere fuorché che fosse un’opportunista.

Così, quando ho visto il volume del Diario della Hillesum nella ponderosa edizione di Adelphi non mi sono lasciata scoraggiare dalla mole e l’ho comprato.

Una lettura affascinante, coinvolgente, illuminante. Un diario fatto più di sensazioni che di avvenimenti, quantunque prenda le mosse dalla conoscenza di un uomo, Julius Spier, ebreo tedesco convertitosi al cristianesimo, che esercita su di lei una forte attrazione. Inizialmente allievo di Jung, Spier approda a una scienza – la psicochirologia – di cui può essere a giusto titolo considerato l’iniziatore. Egli psicanalizza i suoi pazienti partendo dall’esame delle loro mani (pratica chirologica, si badi bene, non chiromantica); divenuto amico di Etty, la spinge verso una spiritualità che le era ancora sconosciuta. Le insegna, come afferma lei stessa, a pregare, a lei “che non sapeva inginocchiarsi”.

Solo ben oltre la metà delle novecento pagine dei Diari l’autrice comincia a parlare delle persecuzioni degli ebrei in Olanda avviate dal Reichskommissar Arthur Seyss-Inquart, nazista austriaco della prima ora che, entrato nelle grazie di Hitler, era riuscito a farsi nominare Ministro degli Interni nel governo di von Schuschnigg fino a scalzare quest’ultimo – fiero oppositore del nazionalsocialismo – dal Cancellierato per prenderne il posto. Non a caso, il giorno successivo al suo insediamento alla testa del governo, l’Austria viene annessa alla Germania. Nel 1940 Seyss-Inquart è nominato Reichskommissar dei Paesi Bassi, caduti nel frattempo sotto il dominio tedesco, e in tale carica resterà fino a che il paese non verrà liberato dagli alleati cinque anni dopo. Sarà lui il solo artefice di quelle politiche antisemite che, nonostante la pertinace resistenza della popolazione, faranno più di centomila vittime fra gli ebrei olandesi.
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A partire da quel momento, Etty ripercorre giorno dopo giorno il crescendo di vessazioni, violenze e sopraffazioni perpetrate dai nazisti per giungere alla “soluzione finale” propugnata da Hitler.

Benché non sia tipo da autocommiserarsi, dalle parole della Hillesum si intuiscono le privazioni derivanti dalla scarsità di generi di prima necessità, si percepisce la fatica di percorrere in lungo e in largo le vie di Amsterdam dopo che un’ordinanza dei nazisti avrà vietato agli ebrei l’uso dei mezzi pubblici. Potrebbe salvarsi la vita, la sua rete di conoscenze glielo permetterebbe, ma volendo condividere il destino del suo popolo, si fa assumere nel campo di transito di Westerborck per portare sostegno alle migliaia di persone che da lì verranno condotte ad Auschwitz.

Per tacciarla di collaborazionismo, ci vuole quindi una buona dose di ignoranza e di malafede. Fino all’ultimo non si piegherà alla tirannia nazista mirante ad annichilire gli oppressi, rimanendo lucida nel suo fermo convincimento di come l’odio verso l’invasore non sia la risposta: il suo cuore non risulterà “indurito”, ma solo “temprato” dall’orrore di cui è testimone. Nel frattempo, veniamo a conoscenza del destino di Spier, che soccombe a un cancro polmonare giusto il giorno prima di essere trasferito nel campo d’internamento, beffando così i tedeschi. Etty stessa monterà, insieme a tutta la sua famiglia, su un convoglio diretto ad Auschwitz riuscendo a gettare dal finestrino un biglietto indirizzato a un’amica. Le sue ultime parole: “Abbiamo lasciato il campo cantando”.
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Spesso inserita nel gruppo delle “filosofe dell’Olocausto”, Etty Hillesum è – a mio parere – un caso a se stante.
Simone Weil

Siamo lontani dal misticismo di stampo cattolico di una Edith Stein o di una Simone Weil: Etty è e resta ebrea, quantunque agnostica e non osservante, e si accosta al cristianesimo, dietro consiglio di Spier, attraverso la lettura della Bibbia e di Sant’Agostino. Non si converte, pur facendo suo con crescente convincimento il precetto – centrale nella stessa teologia ebraica, del resto – di amore verso il prossimo e mostrandosi comunque possibilista (“cristianesimo – e perché poi no?”, scriverà al suo amico Klaas Smelik, padre dell’attuale direttore del Centro Ricerche Etty Hillesum e principale divulgatore dell’opera della scrittrice olandese).

Non mi sembra vi siano molti punti in comune nemmeno con Irène Némirovsky, se si escludono le comuni radici russe, la passione per la letteratura e il rapporto conflittuale con la madre – anzi, l’autrice di Suite francese prova addirittura disagio verso le proprie origini ebraiche, al punto di ripudiarle rischiando un’accusa di antisemitismo. Senza contare che anche lei non fa mistero della propria conversione, esigendo il battesimo per sé e per le sue due figlie.

Se non fosse sua contemporanea, la Hillesum potrebbe essere forse la musa ispiratrice di Anne Frank, a cui la accomuna una insaziabile voglia di vivere, una enorme autonomia di spirito, un ostinato ottimismo e la ferma volontà di dedicare la propria vita alla scrittura – sebbene Etty, non foss’altro che per gli anni in più che le è dato di vivere, alterni momenti di euforia a gravi crisi di sconforto che la portano a concludere, con qualche anno di anticipo su Hannah Arendt, che ogni essere umano è banalmente predisposto alla crudeltà. L’albero e il cielo che l’una e l’altra ammirano dalle rispettive finestre sintetizzano la cifra della loro immensa libertà interiore.

Una sola frase del Diario mi ha contrariata, quella che definisce Stefan Zweigl’uomo dalle troppe parole che si rivelano per l’appunto gratuite”. Per la forza che imprime alla scrittura come testimonianza e rimedio contro le atrocità, come mezzo che contribuisce a rendere l’umanità coesa e solidale, ritengo che Etty Hillesum abbia in comune col grande scrittore austriaco molto di più di quanto lei stessa non sospetti.

Nullafacente che fa un sacco di cose per suo esclusivo diletto, ogni tanto scrivo, con sommo piacere, un articolino per Cronache Letterarie. Vivo fra Parigi e Berlino, concedendomi di quando in quando una settimanella a Roma per far provvista di libri e di colesterolo.

1 Commento

  1. Buona sera, ho letto di recente questo libro e l’ho trovato stupendo. Mi ha appassionato come un romanzo. Mi ha impressionato che Etty , anche quando erano ormai attuate gravi restrizioni nella vita degli ebrei olandesi, fosse tutta concentrata nella sua storia d’amore con Julius Spier, suo maestro e amante. Nel Diario si segue l’evoluzione dell’animo di Etty, dalla poca consapevolezza del suo valore, fino alla piena fiducia in se stessa e nelle sue capacità di altruismo. Questo libro ci insegna tante cose, tra le altre che non si può essere altruisti se non si è forti interiormente.

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