Pinocchio di Collodi, un classico un po’ dark

Sto frequentando un corso per imparare a leggere a voce alta per bambini e adulti. Il libro su cui ci alleniamo è Pinocchio. L’insegnante, l’attrice Anna Amadori, oltre a istruirci sull’intonazione, le pause, il ritmo, ci ha parlato del libro come di un testo non solo per bambini, ma soprattutto di un classico per adulti. Lo ha definito un libro dark, cupo, macabro, per niente consolatorio. Così mi sono incuriosita e ho riletto Pinocchio di Carlo Lorenzini che firmò il romanzo con lo pseudonimo di Collodi, in onore del paesino toscano che diede i natali alla sua mamma.Pinocchio di Collodi

Fin dall’inizio il romanzo attanaglia l’attenzione del lettore perché è pieno di fatti e azioni. Pinocchio ne combina di tutti i colori, inizia la sua vita trasgressiva, insensibile ai sacrifici del suo babbo-falegname che vive nella miseria più nera, ma si priva dell’indispensabile per il bene del figlio-burattino. E’ questo che avvince i lettori, nessun intercalare moralistico, tutto è affidato alle azioni di Pinocchio e dei personaggi che compaiono nella storia. Così mentre si legge si vede con gli occhi dell’immaginazione il film del libro. Un viaggio interiore ed esteriore, dove l’uno si nutre dell’altro in un susseguirsi inesauribile di avventure. Caratteristica principale di Pinocchio è fare tutto quello che gli viene in mente: lui si butta in tutte le situazioni in cui casualmente viene a trovarsi seguendo l’istinto, senza ragionare, proprio come piacerebbe fare ai bambini, ai ragazzi e magari anche agli adulti. Senza cioè pensare, valutare le conseguenze delle proprie azioni, ma seguendo il piacere immediato che la vita offre loro.

Pinocchio ragazzo di strada

La filosofia di vita di Pinocchio è quella di non scegliere mai la “diritta via”, ma sempre il suo contrario.

Davvero, — disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, — come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perché io non ho voluto dar retta a quell’uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: “Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!”

L’aspetto dark del romanzo

Ci sono fantasmi in questo romanzo. C’è l’ombra del Grillo parlante che Pinocchio aveva ucciso a martellate, mentre la Fata compare per la prima volta in una descrizione davvero impressionante.

Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:
— In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti.
— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
— Sono morta anch’io.
— Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
— Aspetto la bara che venga a portarmi via.
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.

Subito dopo avviene l’impiccagione di Pinocchio da parte dei due assassini.

— Ho capito, — disse allora uno di loro, — bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!
— Impicchiamolo, — ripeté l’altro.
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
— Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata.―

Pinocchio di Collodi

E’ così che finiva il romanzo nella sua prima versione del 17 Ottobre 1881, comparsa ne Il giornale per i bambini. Con Pinocchio impiccato al ramo della quercia grande, nel 15° capitolo, dopo il quale Collodi decise di porre la parola fine al suo racconto. Ma per le proteste dell’editore e dei lettori fu costretto a riprendere in mano il libro e cambiarlo, inventando la Fata turchina. Collodi impiegò altri due anni a riscrivere la storia con il finale del burattino trasformato in un bambino. Ma sicuramente quello con Pinocchio che dondola appeso a un ramo di quercia in un gran vento di tempesta, è di gran lunga più suggestivo. Non credo che Collodi intendesse l’impiccagione di Pinocchio come punizione per le sue birichinate, credo che con questo finale ne volesse fare una specie di martire dell’incoscienza giovanile, dell’ingenua credulità e, volendo esagerare, intendesse farne un martire della libertà.
Un’altra scena impressionante del romanzo è quella della trasformazione di Pinocchio e del suo amico Lucignolo in ciuchi. I due sono disperati.

Ma il momento più brutto per que’ due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda.

Da ciuco Pinocchio è costretto a una vita di lavoro, fatica e maltrattamenti, fino a che rimasto zoppo per un incidente, viene buttato in mare con l’intenzione di farlo affogare e dopo fare un tamburo con la sua pelle.

Gli adulti nel romanzo

Ma chi sono quelli che si approfittano dell’incauta credulità di Pinocchio e della sua incoscienza giovanile? A parte Geppetto, tutti gli adulti che compaiono nel romanzo. Il gatto e la volpe; il contadino che riduce Pinocchio a fare il cane da guardia; il pescatore che lo vuole mangiare; l’omino del carro che porta i ragazzi al Paese dei balocchi e poi, diventati ciuchi, li vende al mercato; il direttore della compagnia dei pagliacci; colui che tenta di affogarlo per far con la sua pelle un tamburo:  questi sono i cattivi della storia e non hanno la consapevolezza di Pinocchio rispetto ai propri errori, sono privi della sua caratteristica pienamente umana – essere cioè un po’ buono e un po’ cattivo – e soprattutto non hanno la possibilità di cambiare, di evolversi. Pinocchio invece sì, Collodi ha voluto fare di lui il rappresentante di ciò che riteneva pienamente umano. Qualcuno cioè che si evolve in base alle esperienze, grazie alla capacità di ascoltare il proprio cuore, che si prende molti rischi, che mette addirittura in pericolo la propria vita, pur di rispettare la propria natura ribelle e anticonformista. E soprattutto che procede nella vita per prove ed errori, che ne subisce personalmente le conseguenze negative, che nel momento in cui crede di ottenere un successo al contrario perde tutto.

Il ruolo della Fata

Anche nell’ultima parte del romanzo, Pinocchio si comporta alla stessa maniera. Non diventa improvvisamente “buono”. E’ l’amore per la vita che lo porta ad usare la sua grande energia vitale per salvare il padre dalla morte e a realizzarsi finalmente in qualcosa di costruttivo, a scoprirsi cioè generoso e compassionevole. Questo avviene sempre sotto lo sguardo della Fata nelle sue varie trasformazioni. Quello della fata è un ruolo sfumato, cangiante. Da una parte è una divinità che custodisce LA REGOLA e l’obbligo di sottomettervisi, ma dall’altra è anche la sorella maggiore e poi la mamma che sgrida Pinocchio, lo punisce, lo incoraggia come queste due figure familiari farebbero nella realtà. La fata compare nel romanzo solo nella seconda stesura. Come dicevo sopra, nella prima versione, dove Pinocchio muore impiccato alla grande quercia, è una bambina dai capelli turchini che attende la morte nella sua piccola casa in mezzo al bosco.

Bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco.

La fata è la signora degli animali: il falco, il cane barbone, i topini bianchi, il corvo, la civetta, il grillo parlante, i conigli neri, la lumaca. Può trasformarsi in mille modi e sotto forma di lumaca conduce il lettore nell’ultima parte del romanzo, quella in cui lei stessa trasformerà Pinocchio in un bambino.
Sotto forma di questo animale mette alla prova la sua generosità.

— Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!…
— Allo spedale?…
— Pur troppo! Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata e non ha più da comprarsi un boccon di pane.
Davvero?… Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina!… Se avessi un milione, correrei a portarglielo… Ma io non ho che quaranta soldi… eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va’ a portarli subito alla mia buona Fata.

L’aspetto allucinato e ironico

Leggendo Pinocchio non ho mai avuto l’impressione di leggere un romanzo per bambini, ma di leggere un romanzo scritto sotto l’effetto di una qualche sostanza allucinogena. Ovviamente Collodi non ne assumeva, lui è così bravo da non averne bisogno pur ottenendo che le avventure di Pinocchio abbiano l’andamento dei sogni, anzi degli incubi: è come qualcuno che non vede l’ora di svegliarsi ma non ci riesce. Nulla è mai come sembra a prima vista, la realtà è in un continuo cambiamento di colori e situazioni, non c’è mai nulla di logico secondo il nostro senso comune. Si è sia morti che vivi, l’aspetto dei personaggi è deforme e cangiante di momento in momento, non ci sono mai situazioni definite e men che mai realistiche.

Il giorno di poi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
– Come si chiama tuo padre?
– Geppetto.
– E che mestiere fa?
– Il povero.
– Guadagna molto?

Dopo essere stato derubato dal Gatto e la Volpe delle sue monete d’oro, Pinocchio va dal giudice per ricevere giustizia. Ma invece:

Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: si intenerì, si commosse e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello… accennando Pinocchio ai gendarmi, disse loro: – Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro; pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.

La morale della storia imposta a Collodi dai suoi lettori

L’ultimo capitolo di Pinocchio è dedicato alla sua trasformazione da “cattivo” a “buono”. Ma senza i capitoli precedenti, pieni delle sue avventure divertenti e tragiche, questa trasformazione non ci sarebbe stata.

– Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? – gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci.
– Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo, – disse Geppetto.
– Perché merito mio?…
– Perché quando i ragazzi, da cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.
– E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
Eccolo là, – rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Quanta simpatia suscita questo burattino che non parla più, non corre più, non pensa più, non disubbidisce più. Quanta indifferenza suscita invece questo bambino diventato ubbidiente e quindi BUONO.


Prima di Pinocchio, nel 1876 Collodi, su richiesta dell’editore Felice Paggi, scrive  una storia per ragazzi dal titolo Giannettino. Due anni dopo ne pubblica il seguito con il titolo Minuzzolo. Nel 1881 Collodi spedisce una busta ad un nuovo giornale per ragazzi di Firenze Il giornale per bambini; la busta contiene Storia di un burattino. Il testo viene accettato e pubblicato a puntate. Abbiamo visto che Collodi dovette rimettere mano al testo per farlo finire “bene” e non con l’impiccagione del protagonista. Le puntate furono poi raccolte in un volume dal titolo Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino. Nel corso del tempo si sono succedute un gran numero di edizioni di Pinocchio ed è stato tradotto perfino in latino. Ha subito innumerevoli riduzioni teatrali  – tra cui spicca quella di Carmelo Bene – e cinematografiche, celebre la versione in cartoni animati di Walt Disney, quella cinematografica di Comencini del 1971 e quella del 2002 di Benigni. Ultimissima c’è quella che Matteo Garrone sta girando in questi giorni in Puglia, con Benigni nel ruolo di Geppetto. Mentre nel futuro c’è quella di Guillermo del Toro, il regista de La forma dell’acqua, che ha un profondo legame con Pinocchio e da sempre desidera realizzare un film, partendo dalla prima versione, quella più dark, di Collodi. Dovrebbe essere un film di animazione e un musical prodotto da Netflix.

 

Scrive romanzi e poesie; ha insegnato lettere e guidato corsi di scrittura creativa. Appassionata di letteratura beat e hippy, soprattutto di Kerouac, Ginsberg e della poetessa americana Lenore Kandel. Ha pubblicato i romanzi “Il bardo psichedelico di Neal”, ispirato alla figura di Neal Cassidy e “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità”. E' appena stato pubblicato presso Parallelo 45 Edizioni, il suo romanzo "1968", sulla Bologna di quel mitico anno.

  1. Bella lettura.
    Pinocchio ha sicuramente un’anima noir, quasi horror. La Bambina cerea che compare alla finestra e parla a bocca chiusa, attendendo la sua bara, è il vertice di questo filone. Notevole anche l’effetto dei quattro conigli-becchini neri che vengono a prendere, con tanto di bara, Pinocchio ancora vivo
    Un altro aspetto molto potente, e che emerge in filigrana anche da questa analisi, è l’ironia. Pinocchio è – tra le altre cose – un romanzo comico, percorso da una disposizione ironica tipicamente Toscana che detona in continuazione i suoi colpi: da sbellicarsi dalle risate dall’inizio alla fine. Apoteosi di tutto ciò è la figura del Serpente, che – vedendo Pinocchio infilzato a testa in giù nel fango, dopo averlo terrorizzato con uno scherzone – letteralmente “scoppia” di risa

  2. Buongiorno, grazie di aver completato con le sue note l’aspetto dark di Pinocchio, Gli esempi che fa nel suo commento in effetti non solo vanno in quella direzione, ma ne sono dettagli importanti. La figura di Collodi mi incuriosisce molto e ho intenzione per questo di approfondirla. Buona giornata.

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