Le tre pagine più belle della letteratura occidentale

Quali sono, secondo la maggior parti dei critici, le tre pagine più belle della letteratura occidentale? Ce lo ha raccontato Antonio Pascale in un incontro presso la libreria Koob di Roma.

Il finale de I morti è ritenuto, da quasi  tutti, fra le tre pagine più belle di tutta la letteratura occidentale. Molti ricordano anche l’inizio de La signora col cagnolino di Cechov, ma la maggior parte dei critici è concorde nel dire che il racconto di Joyce è fra le prime tre.

Il duello tra Ettore e Achille

Altra pagina più bella è il XXII libro dell’Iliade, quando Ettore si scontra con Achille. Ettore vede arrivare Achille che porta una nuova armatura. Ci sono quattro righe in cui accade tutto, che sono ritenute uno dei momenti più alti della letteratura.

Dette queste parole, sguainò la spada acuta
che gli pendeva al fianco, grande, robusta;
si raccolse e attaccò, come l’aquila alta nel cielo,
che piomba sulla pianura attraverso nuvole oscure
per prendere qualche agnello tenero, o qualche timida lepre:
così Ettore si scagliò, agitando la spada acuta.
E anche Achille si mosse, l’animo pieno di furia
selvaggia.

Sappiamo come andrà a finire: male per Ettore. La cosa particolare di questo brano è la grande rivelazione. Ettore scende in campo convinto che Atena, la dea, lo protegga in questa battaglia. Quindi scaglia la lancia e invece Atena gliela devia. Così lui si rende conto di essere solo e che la dea l’ha abbandonato. Ettore deve affrontare Achille da solo. Paduano che l’ha tradotto, dice che non conosce nulla di più commovente di questa contraddizione di lui che si scaglia sapendo che dovrà morire.

Le tre pagine più belle della letteratura occidentale
Il duello tra Achille ed Ettore. 500-480 A.C. British Museum

Simone Weil che su questa scena e sull’Iliade fece un ragionamento, sostenne l’Iliade è il poema della forza. Non c’è un buono e un cattivo. Sono tutti soggetti a una forza che li costringe ad agire in un certo modo. Perciò il romanzo è pieno di pathos ma anche di pietà. Tutti agiscono ma non sono padroni del proprio destino. Possono solo affrontarlo eroicamente, ma non opporvisi. Questo è un classico momento di rivelazione in cui le persone si accorgono che tutto quello che hanno fatto prima non ha senso, che era sbagliato.

Guerra e pace

L’altro momento topico è quello che Tolstoj ha descritto in Guerra e pace e riguarda la battaglia di Austerlitz dove il principe Andrej per la prima volta viene ferito. Guerra e pace racconta la campagna napoleonica dal 1805 al 1812 e Andrej è uno dei protagonisti. La battaglia di Austerlitz è quella dei tre imperatori, lo zar Alessandro I, l’imperatore dell’Impero austro-ungarico, Francesco II, e Napoleone. Con una tattica sopraffina, ancora oggi studiata all’Accademia Militare di West Point, Napoleone riesce ad ingannare l’avversario. Finge di mostrare il fianco.

Nella battaglia Andrej è vicino al generale Kutuzov, il generale russo, e a un certo punto tutti scappano perché sta arrivando Napoleone. Ma lui, il principe Andrej, è eroico. Si è arruolato perché vuole trovare il senso della vita. Tolstoj lo mostra subito come una figura amletica che arriva nella sala dove si svolge un ricevimento e si è praticamente stancato di tutto, non gli frega niente delle convenzioni, non gli frega di niente. Questo personaggio straordinariamente bello attraversa la sala dove c’è un ricevimento dicendo: qua è tutto insensato, io cerco il senso della vita e voi no.

Le tre pagine più belle della letteratura occidentale

Dunque si arruola per combattere Napoleone, prende la bandiera, le persone lo seguono, qualcuno lo colpisce, lui cade a terra, si gira sulla schiena e improvvisamente cambia il punto di vista e guarda il cielo.

Questa è una delle scene più struggenti della letteratura perché all’improvviso lui si rende conto che il cielo è meravigliosamente bello e dice: ma perché non ho mai guardato questo cielo? Cos’è che mi ha impedito di guardare questo cielo calmo, silenzioso e infinitamente alto? Sono soltanto dieci righe. Prima c’è la battaglia, la bandiera e andiamo, combattiamo, questo è il senso della vita, un attimo dopo si è girato sulla schiena, guarda il cielo che passa indifferentemente con delle nuvole bellissime, striate, che corrono e lui dice: siamo delle formiche. Io qui sotto non sono niente. E ha una bellissima rivelazione.

Ancora una volta c’è un personaggio che si rende conto che non è padrone di niente. Tolstoj era determinista, era contro il libero arbitrio, tant’è vero che la ricostruzione della sua battaglia contrasta con tutte le descrizioni militari. Questo fatto è interessante perché i militari sostengono che Napoleone ad Austerlitz ha fatto un capolavoro tattico-strategico, mentre Tolstoj dice: non è vero niente. E’ tutto un caso. Tutti i dispacci e gli ordini militari sono stati disattesi e Napoleone si è trovato in quella posizione per puro caso. Questa concezione di Tolstoj è testimoniata dallo sguardo di Andrej verso il cielo. Il cielo guarda questi uomini stupidi che combattono una battaglia ancora più stupida. Ma è solamente un attimo, poi lui che è ferito, sviene.

Gente di Dublino. I morti
(attenzione la trama è raccontata fino in fondo…)

Joyce invece ne I morti, l’ultimo racconto di Gente di Dublino, racconta di una festa che tre zie, tre vecchie signore, organizzano ogni anno. In realtà è una festa abbastanza noiosa perché si suona un po’ il pianoforte, si fanno dei balli, si cena, poi arriva sempre qualcuno ubriaco che dà fastidio agli altri. Perciò bisogna fermarlo. Finché tutti vanno via.

Tutta questa serata è affidata alla sapienza del loro nipote preferito che si chiama Gabriel Conroy e che viene ogni anno con sua moglie Gretta. La ripetono da svariati anni e cosa può capitare a una festa così?

Sono cinquanta pagine ed è già un film. Infatti l’ultimo film di John Huston, The Dead, è tratto da questo racconto. John Huston, che all’epoca aveva già il tumore al polmone, era malatissimo e girava con le bombole di ossigeno e la carrozzella, chiamò sua figlia Anjelica Huston e le disse: “Tu fai Gretta”. Poi chiamò degli attori inglesi shakesperiani bravissimi e non scrisse neanche la sceneggiatura. Disse: “Questo è il racconto e facciamo tutto così”. Non cambiò niente.

Il racconto si basa sul fatto che Gabriel Conroy, il nipote prediletto, entra in scena e pian piano gli succedono delle piccole cose che alla fine lo faranno collassare. E’ come se ci fosse un vetro e qualcuno ci picchietta sopra facendo una piccola incrinatura, poi un’altra, poi un’altra, poi c’è un’ultima botta e crolla tutto.

E’ bello perché è tutto “molto piccolo”, quasi difficile da collegare, infatti il racconto si apre con Gabriel che arriva in ritardo, c’è la neve, si toglie le calosce e il soprabito. La servetta lo aiuta e lui le chiede quando si sposerà. Lei gli risponde: “Non c’è da fidarsi degli uomini: pensano solo ad approfittarsi di noi”. Lui si rende conto di aver fatto una gaffe, le dà dei soldi e lei un po’ scocciata non li vuole. Questa è la prima incrinatura. Poi ce ne saranno altre. Ad esempio, arriva un ubriaco e lui non riesce a fermarlo. A un certo punto incontra una sua amica che gli dice: “Ho scoperto che tu scrivi su un giornale inglese”.
Gabriel scrive articoli di critica letteraria. Lei lo accusa di essere un anglofilo e c’è un altro piccolo contrasto perché lui non riesce a risponderle.

Poi a tavola deve fare un discorso e teme di farlo male. E così via, una successione di piccole incrinature. Finché finalmente la festa sta per finire e c’è il tenore che non ha cantato quel giorno che, quando la moglie sta per scendere le scale, canta. Gretta, la moglie, ascolta questa canzone, immobile, mentre si appoggia alla ringhiera.

Anjelica Huston in The Dead

Huston è bravissimo a realizzare questa scena perché fa passare una luce su di lei e il suo corpo trasfigura. Gabriel impazzisce per questa trasfigurazione, gli sembra la moglie più bella del mondo, la persona che più di ogni altra desidera. La prende per mano e se la porta in carrozza. Joyce ci fa sentire questa forza erotica: voglio prenderti e fare l’amore qua. Ma lei non vuole e lui non capisce perché finché arrivano in camera da letto, in albergo, e cominciano a parlare. Lei è stanca e a un certo punto scoppia a piangere.

Piange perché ha sentito quella canzone che le cantava sempre un ragazzo che conosceva quando stava nella sua città natale. Era un ragazzo giovanissimo, Michael Furey, che lavorava per l’azienda del gas. Era innamoratissimo di lei. Gabriel si ingelosisce. Le chiede se è quello il motivo per cui voleva tornare a Galway.

“E’ morto”: gli dice lei.

E’ morto per causa sua. Era profondamente malato. Una sera, prima che lei partisse per Dublino, lui andò sotto casa sua. Pioveva e lei gli disse di andar via, ma lui non le diete retta e dopo pochi giorni morì.

Gabriel si rende conto che questo è l’ultimo colpo. Non è vero che Michael è morto, è lui che è morto. C’è un cambio del punto di vista fortissimo. Il ragazzo è vivo nel suo cuore, mentre suo marito è morto. Si rende conto che ha desiderato una donna che però ama ancora un’altra persona, o comunque il ricordo della persona è accesissimo, mentre il suo desiderio non è corrisposto.

Un picchiettare sommesso sui vetri lo fece voltare verso la finestra: aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi neri e argentei che cadevano obliqui contro il lampione. Era giunto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Cadeva ovunque nella buia pianura centrale, sulle nude colline; cadeva soffice sulla palude di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon. Cadeva in ogni canto del cimitero deserto, lassù sulla collina dove era sepolto Michael Furey. S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancello, sugli spogli roveti. E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e sui morti.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

  1. Scegliere le tre pagine più belle nella sterminata letteratura occidentale è un po’ come scegliere i tre libri da portarsi appresso sull’isola deserta – personalmente, farei la fine dell’asino di Buridano e morirei sopraffatta dal dubbio senza mai raggiungere l’isolotto. Ma prima di morire andrei a cercare fra i titoli di Yourcenar, Saramago e Borges… Senza nulla togliere alla bellezza delle pagine qui riportate, naturalmente. 🙂

  2. Be’ Gae, lo capisco, scegliere è quasi impossibile ma hai citato tre miei grandi amori. Borges in particolare è stato il mio maestro…

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