Cosa si legge a Mosca. Intervista a Leonardo Fredduzzi

Leonardo Fredduzzi, oltre che scrittore, è responsabile della comunicazione presso l’Istituto di Cultura e Lingua Russa. Lo abbiamo intervistato sul panorama letterario russo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Cosa si legge a Mosca. Intervista a Leonardo FredduzziLa letteratura russa è un territorio sconfinato e si può parlare di un miliardo di cose. Ma dei libri pubblicati lì, solo una minima parte è tradotta in italiano. Perciò per divulgarli bisogna sempre fare i conti con quanto tradotto qui e molti titoli non arrivano. Le case editrici si occupano poco dell’Est Europa. Quando porti un autore straniero in Italia i costi di traduzione sono i più elevati che un editore si trova ad affrontare. Sono più alti dell’editing, più della stampa, più della grafica.

Il filone della letteratura dissidente

Perciò io partirei dai libri che si trovano in Italia. C’è una scelta sia di classici in vecchie edizioni, sia di titoli ristampati, o anche di autori nuovi. Un filone possiamo chiamarlo di “letteratura dissidente”. Si va da Dovlatov che adesso è pubblicato con Sellerio, a Šalamov che con I racconti della Kolyma ha seguito una strada come quella di Solženicyn, anche se è un po’ meno conosciuto. Però i suoi racconti sono bellissimi. Forse in termini formali sono anche più belli di quelli di Solženicyn.

In Russia ci fu tutta una polemica perché Šalamov fece un’esperienza di Gulag più dura rispetto a quella di Solženicyn, per questo motivo lui era convinto di avere più titolo a parlare. Quando poi questi scrittori vengono insigniti del premio Noblel si scatena tutto un mare d’invidie negli ambienti letterari. Cosa che avvenne ad esempio anche per Pasternak, che non è stato mai tanto odiato come dopo che fu insignito del Nobel, a quel punto si scatenò un vaso di Pandora. Poi il Nobel neanche lo ritirò perché se lo avesse fatto, non sarebbe mai potuto rientrare in URSS.

Ci sono autori come Zoščenko che fa satira politica e che ha scritto tutta una serie di racconti, molto conosciuti, in cui critica il sistema sovietico.

Poi c’è la letteratura dei nascenti anni Sessanta

Tra i più giovani c’è Vassili Axionov – autore di I piani alti di Mosca e Il biglietto stellato –  su cui pesa il giudizio positivo dell’Achmatova. Questi autori cercano di tratteggiare una società che da una parte sente il vento del cambiamento in Europa, però è un ’68 filtrato da tutta una serie di elementi.

Eroféev, che è il corrispondente russo di Bukowski, ha scritto Mosca-Petuskì. Poema ferroviario. E’ la storia di un uomo che vive in uno stato di semi vagabondaggio ed è sempre ubriaco; quindi è una carrellata incredibile di cocktail e miscugli alcolici, fatti con le cose più strane. Lui va a trovare gli amici in una cittadina vicino Mosca che si chiama Petuskì, perciò si s’intitola Mosca-Petuskì. Poema ferroviario. E’ interessante perché c’è una componente di ribellione al sistema che si sostanzia in una condotta di vita come quella di Bukowski, per cui alla base c’è il rifiuto di quella società.

Il filone del realismo socialista viene ripreso dopo un tentativo abortito di riforma della società. Prima le maglie della società si riaprono, allora la censura si allerta e poi si restringono, anche se in maniera meno aggressiva. Le persone non vengono più mandate dentro un Gulag, ma vengono silenziate, vengono estromesse dalla vita intellettuale, gli viene resa difficile la pubblicazione.

Lo stesso Pasternak dovrà rinunciare al Nobel per non essere poi costretto all’esilio. Lui non lo hanno neanche pubblicato, è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli e poi solo dopo, sulla scorta del successo internazionale, fu pubblicato in URSS, ma ci sono voluti trent’anni.

Michail Bulgakov

Tanti altri romanzi sono usciti molto tempo dopo, come ad esempio Il Maestro e Margherita che è rimasto per anni inedito e poi è uscito con delle versioni emendate.

Questa è un po’ anche la storia dell’editoria nell’Unione Sovietica, in cui gli stessi autori applicavano un’autocensura pur di essere pubblicati. Bulgakov ci ha sofferto tantissimo perché era stato completamente abbandonato. Bloccarono la prima messa in scena del Maestro e Margherita al teatro Taganka e gli attori uscirono in strada con i cartelli: “I manoscritti non bruciano” che è una delle frasi più famose per dire che non c’è censura che possa fermare la circolazione di un’opera. Lì c’è tutto il motivo faustiano di Voland, di questo novello Mefistofele che entra dentro il Maestro e Margherita ed è colui che sconvolge l’ordine costituito e consentirà poi al Maestro, all’autore della vera storia di Gesù e di Ponzio Pilato, di essere pubblicato. Per cui è una grande metafora. Adesso è uscita una nuova edizione integrale con una nuova traduzione di Emanuela Guercetti e se ne parla molto molto bene.

Gli autori che si sono affacciati negli anni Novanta e nel Duemila

Hanno dipinto il crepuscolo dell’impero sovietico e le grandi difficoltà che avevano i suoi abitanti a portare avanti la vita quotidiana. Sorokin ha scritto un romanzo che si chiama La coda e che è tutto ambientato nelle code che si facevano a Mosca per comprare il pane, la carne, le scarpe, con tutto intorno un microcosmo. Sorokin è edito da Bompiani, ha un’ottima traduttrice e un’ottima casa editrice, però la letteratura russa se non c’è un’opera di mediazione culturale non arriva. E’ necessario qualcuno che te la racconti e che ti coinvolga. Non puoi leggerla direttamente. Sta fuori dalle rotte della nostra letteratura.

Carrère ha avuto il merito di riesumare Limonov. Anche se sotto forma di “maschera”, come dicono i russi, in questo momento è senz’altro il più conosciuto. Anche lui è un bravo scrittore, un onesto scrittore, certo arrivato alla centesima opera di auto-finzione tende a ripetersi. Io ho letto Zona industriale, l’ultimo che è uscito con Sandro Teti. Tra l’altro quando Limonov è venuto un anno fa qui a Roma, c’è stata una grande presentazione con più di cento persone.

Come dice anche la moglie di Solženicyn c’è un atteggiamento schizofrenico in Russia nei confronti di Solženicyn, così come per la Rivoluzione. Da una parte è una figura cardine importante e la fondazione che si occupa degli scrittori russi all’estero è intestata a lui. D’altro canto c’è sempre questo orgoglio nazionale per cui gli si rimprovera di aver messo in discussione la patria. Lo stesso avviene con la Rivoluzione. C’è chi ne difende i valori pur criticandone lo sviluppo e la realizzazione. Dall’altra parte c’è chi sostiene teorie assurde come che se non ci fosse stata la Rivoluzione di Ottobre non ci sarebbe stato Hitler. Per cui ci si trova davanti a posizione molto differenti.

Anche gli intellettuali hanno varie posizioni. Ad esempio il regista Serebrennikov che ha realizzato Leto, un film ambientato nel movimento rock anni Ottanta, a un certo punto è stato incriminato per truffa perché sembra che abbia distratto dei fondi statali che erano destinati alla produzione del film. Quindi gli hanno ritirato il passaporto. Siccome questo film parlava anche di come la nomenclatura si opponesse alle nuove tendenze rock emergenti, in Occidente si è parlato di censura. Ma se voi vedete il film vi rendete conto che quello non è un film che possa provocare il blocco del regista, invece in Occidente sono scattate firme e controfirme.

E’ stato un film, secondo me, modesto che ha assunto una valenza politica che non aveva. Questo pur nella rigidità della società putiniana che comunque opera una censura e esercita un’influenza forte sui mezzi di informazione.

Un altro esempio è stato quando un corrispondente di Repubblica o del Corriere della Sera si è messo a scrivere che praticamente era vicina la terza guerra mondiale perché in Russia si parlava di bunker antiatomici. Il motivo è che quando si è alzata la polemica tra Usa e Russia, un tizio ha fatto delle truffe in alcuni quartieri di Mosca vendendo bunker a gente particolarmente sprovveduta. Tutto è partito da una truffa e da una truffa ci hanno costruito una notizia che è arrivata fin qui. Perciò non è facile districarsi tra la reale pressione che il potere esercita sull’informazione e tutto il resto.

Trifonov con La casa sul lungofiume parla della nomenclatura sovietica che era stata confinata in un grande complesso residenziale che si chiama appunto “La casa del lungofiume”.
C’è un librone, uscito da poco con Feltrinelli, che s’intitola La casa del governo: una storia russa di utopia e terrore ed è la storia di tutte le vite che si sono svolte all’interno di quel complesso residenziale dov’erano finiti autori, politici, giornalisti perché così erano più controllabili.

Una tendenza attuale

Nella società russa e negli altri paesi dell’Est sta venendo fuori tutta una nostalgia, soprattutto per stili e modi di vita, che non implica la rivalutazione di tutto l’ambiente politico.

Cosa si legge a Mosca. Intervista a Leonardo FredduzziA questo proposito La vita privata degli oggetti sovietici di Piretto è un libro fantastico. Tratta di un elenco di oggetti che da noi non esistevano e che invece lì avevano tutta una loro funzione sociale, dal distributore pubblico di acqua minerale, a una borsa fatta a rete che serviva a fare la spesa: non è che avessero le buste di plastica. Sono degli oggetti che definiscono un’intera epoca. Io sono in debito con Piretto anche per quello di cui ho parlato nel mio romanzo (vedi qui la nostra recensione) come la birra, le sigarette, certe particolari marche.

I gialli e l’ambiente letterario

Alexandra Marinina ha scritto una serie che è stata tradotta anche in Italia.
Angeli sulla punta di uno spillo è un gran libro. E’ un giallo thriller molto bello di uno scrittore esule, Druznikov, che è andato negli Stati Uniti. E’ la storia del direttore di un giornale, la Pravda, che si svolge a Mosca alla fine degli anni Sessanta. In Italia non ha avuto molta fortuna ma a livello internazionale ne ha avuta tanta.

In generale, nell’ambiente letterario, mentre in Italia si prova quasi imbarazzo e fastidio ad essere accostati a dei modelli e si parla poco o niente dei riferimenti letterari, in Russia è il contrario. In Russia il gioco è a carte scoperte. Ci sono dei temi che vengono rideclinati dagli scrittori contemporanei che non si sognerebbero mai di sentire come sminuente l’accostamento a un grande autore. C’è molta meno ipocrisia. I giovani di trenta, quarant’anni che scrivono, non solo conoscono Cechov, Tolstoj, Dostevskij, Gogol, ma ne riutilizzano e ne elaborano certi temi.

Ad esempio La tormenta, che è un racconto lungo di Tolstoj, è stato ripreso da Sorokin, che l’ha fatto diventare un’altra cosa e ultimamente è stato ripreso anche da un altro scrittore. Queste sono considerate cose normali: qui no. Qui c’è la fuga dall’influenza. Abbiamo un approccio un po’ provinciale. E’ chiaro che il grande scrittore crea un canone, non assomiglia a nessuno e ha la sua voce inconfondibile, ma in un secolo quanti ce ne stanno così?

E se tutti puntano a una simile unicità spesso si hanno esiti ridicoli. Anche uno stile deve stare all’interno di una visione complessiva, altrimenti la ricerca di originalità è ricerca di visibilità e basta. E poi lì lo scrivere passa attraverso la conoscenza di determinati autori, mentre qui insomma…

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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