LA CUCINA MOSTRUOSA DI TIM BURTON

Zuppe, zucche e pan di zenzero

Tim Burton

Lo adoro.
Tim Burton è il mio regista preferito, riuscire a lavorare a un suo film è il mio sogno professionale da sempre.

Tim BurtonLo scoprii con Beetlejuice, nel 1988, e me ne innamorai definitivamente con Edward mani di forbice, nel 1990; da allora ogni due anni è un appuntamento fisso al cinema.

L’ultimo, di pochi mesi fa, è Dumbo. Prendendo come canovaccio il classico della Disney, Burton, come ha detto nella sua presentazione romana del film, considera questo progetto un “sequel” più che un remake vero e proprio. Perché tutta la seconda parte del film, con il ritorno di Michael Keaton e Danny De Vito e la conferma di Eva Green, è una storia nuova, che poco ha a che fare con l’originale del 1941.

Il genio visionario di Burton è soprattutto qui: per mettere a proprio agio gli attori, visto che recitano con il protagonista che non c’è – l’elefantino dagli occhi azzurri è ovviamente un effetto di post produzione – TUTTO il resto della scenografia e degli animali sono reali. E basta vedere il punto di vista dall’alto del circo delle meraviglie di Mr. Vandevere per rendersi conto di che impresa titanica è stata questo film.

Personalmente, con l’unica eccezione de Il pianeta delle scimmie, non sono mai rimasta delusa anche se, ovviamente, alcuni film sono migliori di altri.

Tra i suoi capolavori c’è certamente l’inarrivabile The Nightmare Before Christmas nel quale la sua poetica trasuda da ogni singolo fotogramma, pur non avendolo diretto lui, ufficialmente lo ha “solo” ideato e prodotto.

Ha iniziato i suoi passi artistici nel team di disegnatori di Red & Toby, alla Disney, ma era evidente che la zuccherosità dei cartoon della super major gli stava stretta e così si è reso sempre più indipendente, fino a creare la sua propria società di produzione.

Sono ormai trent’anni che ha praticamente creato un sottogenere  hollywoodiano specifico, il genere “Burtoniano”, nel quale mescola il fantasy con il gotico, la commedia con la malinconia, il pop con il surrealismo. Questi sono d’altronde i suoi tratti distintivi sin da bambino, i suoi schizzi e disegni – che ricordano moltissimo i mostri che popolano la città di Halloween di cui Jack Skeletron è il re – sono stati raccolti in un libro che si chiama proprio  The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories.  

Edward, Jack, Dumbo e gli altri outsiders, creature mostruose e sensibili, fragili e spaventate che però, in quanto “diverse”, spaventano, sono l’emblema della poetica di Tim Burton che, nato all’ombra di Hollywood, a Hollywood ci sta il minimo indispensabile. Quando non lavora vive a Londra, molti dei suoi film sono ambientati e girati proprio nella mia città del cuore. Vedete che è destino???? 🙂

La cucina mostruosa di Tim BurtonCapirete che quando mi è capitato per le mani il libro di Francesca Rosso, Zuppe, Zucche e pan di zenzero, che racconta la sua poetica dal punto di vista dei piatti presenti nei suoi film, non ho esitato un attimo e l’ho fatto mio.

Attraverso un ideale menù che parte dalle zuppe – tra tutte quella con l’alito di rana di Sally che, innamorata di Jack, cucina per il suo padrone/creatore per farlo addormentare e scappare – e arriva ai dolci e alle bevande magiche di Alice nel Paese delle Meraviglie, l’autrice ci conduce attraverso la visione del mondo simbolico di Tim Burton.

Vi racconto proprio la seconda zuppa di cui si parla in questo libro, quella che Alfred, il fedele maggiordomo nonché facente vece di genitore di Bruce Wayne da quando il Pinguino gli uccise i genitori, gli serve nella bat-caverna: la Vichyssoise.

Come spiega Alfred, è una zuppa che va servita fredda, quindi è perfetta per le (prossime future) giornate estive che si avvicinano. Ma, dovendo fare i conti con questa fredda primavera, mi permetto di suggerirvi che anche calda ha il suo assoluto perché.

Fu inventata da Louis Diat, cuoco francese che lavorava al Ritz-Carlton di New York, nel 1917. Unì nella zuppa degli ingredienti tipicamente francesi in un tentativo proustiano di ricordo dei sapori d’infanzia; il nome è un omaggio a Vichy, la città più vicina al piccolo paesino dal quale proveniva.

Crema Vichyssoise

1 litro di brodo di pollo sgrassato (VERO! Non barate con il dado, in questo caso è OFF LIMITS)
40 gr di burro
1 cipolla bianca
4 patate medie
4 porri (solo la parte bianca)
250 gr di latte fresco intero
100 ml di panna fresca
Un pizzico di noce moscata
Sale e pepe
Erba cipollina tritata

Sbucciate e tritate la cipolla, affettate sottilmente i porri. Fate fondere il burro in una casseruola che possa poi contenere la zuppa e fate appassire i porri e la cipolla, senza farli colorire. Eventualmente aggiungete qualche cucchiaio di acqua. Quando sono morbidi e trasparenti aggiungete le patate, che nel frattempo avrete sbucciato e tagliato a dadini.

Coprite con il brodo e aggiungete un poco di sale, pepe e noce moscata. Fate cuocere per circa 30 minuti e comunque finché le patate siano disfatte. Passate la zuppa al mixer, poi aggiungere il latte e la panna e mescolate per rendere tutto omogeneo.

Lasciare raffreddare (non fredda di frigo però) e servite con erba cipollina tritata.

Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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