Chiedi al passato di
Flumeri & Giacometti

Nella storia del mystery le coppie hanno sempre funzionato abbastanza bene: sia a livello di personaggi, a partire da Holmes & Watson, per arrivare alle tante recenti, passando per ulteriori variazioni sul tema come il singolare trio inventato da Craig Rice: John J. Malone, Jake Justus ed Helene Brand. Sia a livello di autori: l’elenco sarebbe sterminato, ma meritano di essere ricordati almeno Ellery Queen (pseudonimo della coppia Frederick Dannay e Manfred B. Lee), Wade Miller (pseudonimo per Robert Wade e William Miller), Maj Sjöwall e Per Wahlöö e Fruttero & Lucentini.

Poi ci sono altre coppie ormai passate di moda ma conosciutissime ai loro tempi, come Mildred e Gordon Gordon, o Bert e Dolores Hitchens, senza dimenticare la particolarità della firma Patrick Quentin, dietro la quale si sono celati, nel tempo, ben quattro autori diversi. Quindi appare naturale che anche oggi continuino a uscire romanzi che ripropongono questo schema, in un modo o nell’altro.

Chiedi al passato fa una specie di sintesi della categoria, perché propone due coppie, una di autrici e una di personaggi. Le autrici sono due professioniste di lungo corso, Elisabetta Flumeri e Gabriella Giacometti, già notissime a chi frequenta la narrativa rosa ma con alle spalle delle solidissime esperienze anche come sceneggiatrici di fotoromanzi e di fiction televisive (leggi qui per approfondire). Cosa che potrà forse far storcere il naso a qualche critico supercilioso, ma che comporta inevitabilmente una notevole conoscenza dei gusti del pubblico più vasto e una fondamentale capacità di assecondarli, dettaglio che permette di proporre prodotti di successo anche nell’ambito di altri generi.

I personaggi invece sono una scrittrice di gialli americana trapiantata in Italia, Kate Scott, e una ex poliziotta che ha lasciato la divisa per il trauma della morte del proprio compagno in servizio e sta cercando di rifarsi una vita continuando a fare ciò che sa fare meglio, ossia dedicandosi alle investigazioni, Emma Castelli.

Gabriella Giacometti ed Elisabetta Flumeri

Kate ed Emma non sono facce nuove per il pubblico del mystery italiano.
Sono già state protagoniste di un romanzo di Giulia Beyman, E niente sia, e si preparano a esserlo di nuovo in un romanzo che sarà firmato da Paola Gianinetto. Questo perché la loro serie nasce come un progetto a otto mani, che prevede per ora questi tre romanzi e, chissà, magari in futuro anche altri.

Chiedi al passato è un romanzo concepito, a prima vista, soprattutto per un pubblico femminile. Sono donne le protagoniste, sono donne le antagoniste, sono donne, con poche eccezioni, le principali figure che restano sullo sfondo o riemergono dal passato.

Ellery Queen, pseudonimo della coppia Frederick Dannay e Manfred B. Lee

Va precisato per i lettori abituati a gusti standard, però sarebbe anche ora di finirla con queste semplificazioni sessiste: se a un uomo piacciono sul serio le donne, può benissimo trovarle interessanti anche nelle vesti di protagoniste di un romanzo. Quanti di noi si sono segretamente innamorati di Anna Karenina o di Emma Bovary?

Si tratta comunque di un classico mystery di ambientazione alto-borghese, incentrato su retroscena pronti a esplodere in ogni momento e che stanno nascosti sotto la facciata di una famiglia apparentemente e quasi banalmente felice. I Galli – papà Maurizio, mamma Eleonora e la figlia Anna – che sono conoscenti e quasi amici di Emma e Kate, non sembrano avere problemi di nessun genere. Però nel giro di pochi mesi, prima Eleonora si uccide e poi Maurizio rimane vittima di un malore dal quale consegue un incidente in cui l’uomo perde la vita, mentre stava correndo non si sa dove, dopo aver ricevuto uno o più misteriosi messaggi.

Preoccupate per il precario equilibrio della già vulnerabile figlia Anna, Kate ed Emma (specie la seconda, che è molto attiva e dinamica, mentre la prima non esce mai di casa per una sua personale fobia, al massimo va in giardino) si mettono a scavare nel passato della coppia, alla ricerca di indizi che conducano all’autore dei messaggi che sono stati scritti a Maurizio, cercando di scoprire per quali ragioni gli sono stati inviati. In mezzo ad alcune piste che si riveleranno false, emerge un filo che conduce molto indietro nel tempo.

Fruttero & Lucentini

A questo punto, se il lettore vuol sapere come va a finire, si procuri il libro, perché il bon ton giornalistico prevede espressamente che i mystery non debbano mai essere spoilerati.

Dietro questo romanzo, che si legge molto rapidamente e agilmente, c’è molto più lavoro di quanto possa sembrare al lettore sprovveduto, non tanto nell’elaborazione della trama – che sta comunque in piedi senza problemi – quanto nell’aderenza di personaggi e vicenda a uno stile che è al tempo stesso consolidato e dimenticato, perché tutti sono in grado di riconoscerlo ma quasi nessuno è in grado di indicarne l’origine.
La provenienza delle autrici dal rosa, in certi punti, appare evidente sia dal tono delle descrizioni sia dalle psicologie dei personaggi, ma non si tratta di un rosa sdolcinato alla Liala o alla Barbara Cartland, bensì di un rosa molto più vicino al giallo, quello di Giorgio Scerbanenco, che si muoveva perfettamente a suo agio tra entrambi i generi.

Giorgio Scerbanenco

Oggi Scerbanenco è ricordato come una sorta di nume tutelare del mystery e del thriller italiani, eppure trascorse gran parte dell’attività letteraria a scrivere per riviste femminili della Rizzoli, come “Novella”, “Bella” o “Annabella”, sulle quali pubblicò, con il suo nome o sotto pseudonimo, moltissimi racconti rosa, alcuni dei quali furono poi antologizzati da Oreste Del Buono in libri postumi (e purtroppo oggi difficili da trovare) come La notte della tigre, I sette peccati capitali e le sette virtù capitali o L’ala ferita dell’angelo, piene di amori tragici o amari o malinconici, sempre realistici nonostante il massiccio ricorso al meccanismo del colpo di scena conclusivo.

La “voce” con cui le due autrici danno vita ai loro personaggi cerca appunto di avvicinarsi a questo modello, e ci riesce in modo abbastanza riconoscibile, grazie anche all’ambientazione nella provincia lombarda, che è il più classico dei “topoi” alla Scerbanenco.

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

  1. Grazie Roberto, in particolare per il riferimento a Scerbanenco, che mi fa tremare i polsi, perché da sempre uno degli autori che più amo. Grazie soprattutto per aver ricordato la sua lunga frequentazione con le riviste femminili e il rosa…che un certo tipo di critica preferisce rimuovere. Infine, grazie per la mancanza di pregiudizi e le note di approfondimento sul lavoro fatto (che non è stato poco). Sarà senz’altro una spinta a continuare, perché da sempre siamo appassionate lettrici di giallo e di noir e ci auguriamo che questo sia solo l’inizio

    1. Ma figurati, è stato un piacere. Pensa che l’ho cominciato subito dopo aver terminato uno di Qiu Xiaolong che mi era piaciuto moltissimo: e, spesso, capita che il libro successivo a uno molto apprezzato appaia, per confronto, banale o insignificante. Invece, l’ho divorato.
      La rimozione dello Scerbanenco rosa è una cosa tristissima e inspiegabile. Quegli incantevoli volumi della Rizzoli anni ’70, resi esteticamente stupendi dalle copertine di John Alcorn, meriterebbero continue ristampe. Personalmente, ho avuto la fortuna di conoscerli grazie al buon gusto di una nonna e una zia che adoravano Scerbanenco (e anche Zuccoli, Da Verona, la Peverelli e la Gasperini) sin da quando erano giovani.
      Sul rifiuto di certi bolsi pregiudizi: ci sono autrici che scrivono letteralmente da dio (per esempio Ruth Rendell) e decidere di perdersele per qualsiasi ragione significa avere problemi seri. Poiché a me piace riscoprire e riproporre nei miei articoli soprattutto autori dimenticati ma di significativo valore letterario, ho sempre cercato di dare alle scrittrici lo stesso spazio che tocca agli scrittori. Ovviamente, bisogna anche che arrivi la combinazione giusta per imbattersi in qualcuna di loro.. Ma spero di avere presto l’occasione di proporre, qui su CL, la figura e l’opera di qualcuna di queste straordinarie signore, come Dorothy Sucher, Margaret Yorke, Shelley Smith, Josephine Tey e quella che, a mio giudizio, è la più grande autrice di mystery di tutti i tempi, Pat McGerr,
      Intanto, in bocca al lupo.

      1. Ti auguro senz’altro di poterlo fare! Grazie ancora per il tuo apprezzamento e naturalmente siamo felicissime di aver retto il confronto con tanto autore… Assolutamente d’accordo su Scerbanenco: dopo aver letto tutti i suoi noir sono andata a recuperare i libri a cui accenni tra mercatini e bancarelle. E anche lì ci sono delle perle. Un grande. Viva il lupo!

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