50 anni fa moriva Jack Kerouac, il padre della Beat Generation

“Uno strano solitario pazzo mistico cattolico”, così si definiva Jack Kerouac, il padre della Beat Generation. Scrisse Sulla strada su un unico rotolo, inventando la “prosa spontanea”. Dopo anni di alcolismo, morì di cirrosi epatica il 21 ottobre del 1969, all’età di 47 anni.

Jack Kerouac

Il 21 Ottobre 1969 moriva uno dei miei eroi, l’immenso Jack Kerouac. Se non fosse stato per l’amore e la dedizione di Fernanda Pivano, forse in Italia la Beat Generation americana non sarebbe stata conosciuta. Anche per la traduttrice e giornalista, Kerouac era un eroe. La Pivano lo amava infinitamente nonostante la sua dipendenza dall’alcol e dalla madre, nonostante non avesse riconosciuto una figlia con i suoi stessi occhi blu, nonostante insomma fosse il contrario della brava persona americana. E stiamo parlando degli anni ’40 e ’50.

Se Kerouac è conosciuto in Italia soprattutto per Sulla strada, del tutto misconosciuti sono i suoi scritti teorici. Si ignora cioè la sua ricerca sulla scrittura in quanto tale, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea. E’ stato lui a codificare questa nuova possibilità stilistica, oggi a nostra disposizione.
Per esplorare come e quando Kerouac abbia scoperto la prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: Un mondo battuto dal vento e Scrivere Bop. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack, scritti durante la stesura de La città e la metropoli, il suo secondo romanzo, e di Sulla strada.

Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali erano già usciti su varie riveste americane negli anni ’60.

Jack Kerouac Un mondo battuto dal vento

Un mondo battuto dal vento

Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in Un mondo battuto dal vento, ripercorrono  il sentiero spirituale e letterario che trasformò Kerouac dal narratore tradizionale de La città e la metropoli, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller

“Ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità”.

Martedì 9 Novembre del 1948, Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere:

“Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto”.

“Fino a che punto può arrivare un uomo”, scrive Jack, non “uno scrittore”. Si tratta di andare dentro se stessi il più profondamente possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive:

“Scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile”.

Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo, quando Jack scrive nel taccuino:

“Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile”.

Fernanda Pivano al tempo della sua frequentazione con Jack Kerouac

Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa:

“Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a Te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per Te… e grazie per la confusione, l’errore e l’orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome”.

Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà sempre nel taccuino del 1949:

“La vita non è abbastanza, anche se la scrittura è da lì che nasce”.

E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello:

“NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”.

Jack Kerouac Scrivere Bop

Scrivere Bop

Nel ’50 che Jack fa il primo accostamento tra il jazz e la prosa spontanea. Scrivere Bop è un insieme di brevi e densi saggi, scritti tra il 1957 e il 1969, molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, la tecnica inventata da lui, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato “Dottrina e Tecnica della prosa moderna”, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce “punti essenziali” per scrivere. Alcuni esempi:

“Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”;
“Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”;
“Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”.

Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio, intitolato: “Fondamenti della prosa spontanea”. Qui Kerouac analizza in dettaglio il nuovo metodo di scrittura e delinea il procedimento da seguire se si vuole mettersi alla prova nell’improvvisazione letteraria.
Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “un flusso imperturbato di segrete idee verbali” che si trasferiscono nella scrittura. Queste vengono separate da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di immagini della mente e mai di emozioni e sentimenti. Non si tratta infatti di esprimere emozioni, ma le immagini che la mente produce spontaneamente, che a loro volta producono le parole.

“Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – “buono” – o “cattivo” – sempre onesto (“comico”), spontaneo, interessante per la sua qualità di “confessione”, perché non “di mestiere”.”

Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana.

“Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale per capire tutta la teoria della prosa e poesia spontanea. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. In Scrivere Bop citando il Vangelo di Marco scrive:

“Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”.

Perciò la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Considerava tutti i suoi romanzi come un unico work in progress, senza inizio e senza fine. I suoi scritti sono un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non della sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana, bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra queste due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso, fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri, quello che lo interessa è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.

Sulla Strada rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre, soprattutto in Visioni di Cody e ne I sotterranei, mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio de Il partigiano Johnny. Anche per Fenoglio, il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo. Pochi però hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito.

Fernanda Pivano intervista Kerouac durante il suo viaggio in Italia nel 1966, tre anni prima della sua morte:

 

Scrive romanzi e poesie; ha insegnato lettere e guidato corsi di scrittura creativa. Appassionata di letteratura beat e hippy, soprattutto di Kerouac, Ginsberg e della poetessa americana Lenore Kandel. Ha pubblicato i romanzi “Il bardo psichedelico di Neal”, ispirato alla figura di Neal Cassidy e “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità”. E' appena stato pubblicato presso Parallelo 45 Edizioni, il suo romanzo "1968", sulla Bologna di quel mitico anno.

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