Chi è Sabrine D’Aubergine? Intervista alla scrittrice e foodblogger

L’Elena Ferrante dei food blogger
Di Sabrine D’Aubergine non si sa niente di niente, questo nome è uno pseudonimo che usa da quando ha iniziato a scrivere il suo blog Fragole a merenda nel 2009, in pieno boom internettiano del food. Io l’ho scoperto qualche anno dopo, nel 2014, e ne sono rimasta incantata: scrittura, narrativa, fotografia, tutto sorprendente, elegante e raffinato. Ho comprato il libro omonimo incuriosita dalla quarta di copertina.

“Questo libro nasce da un blog,
..ma non è un blog che si fa libro”.

Dopo averlo letto come un’antologia di racconti, sono andata sul blog e l’ho letto tutto dal principio, dal 2009. Che volete farci, ognuno ha le sue fissazioni. Ovviamente mi sono precipitata a prendere anche gli altri suoi libri, Finalmente Natale e il Il fornaio della domenica.

Manuale di Nonna Papera. Sabrine D'AubergineSia i libri che il blog sono sui generis, impossibile catalogarli come “ricettari” perché la ricetta è solo la ciliegina sulla torta. I post sono generalmente incentrati sull’intricata quotidianità di Sabrine D’Aubergine, incastrata tra lavoro, marito, figli e nipotine. Senza contare le sue passioni, siano esse il restauro di mobili o l’impasto di una brioche.
Nel 2010, quarantesimo anniversario dell’uscita del Manuale di nonna papera, è partita da un contest sul suo blog per arrivare a conoscere l’autrice di quel meraviglioso libro, il Pellegrino Artusi dei bimbi degli anni ’70, nonché il libro di cucina su cui ha imparato a cucinare, che l’ha seguita negli anni e negli innumerevoli traslochi.

Sabrine D’Aubergine racconta quello che capita nella sua vita con eleganza e leggiadria. Il fatto che tutti i protagonisti abbiano pseudonimi – delizioso quello del marito, diventato Monsieur D’Aubergine – fa sì che ci si immedesimi almeno come comprimari. Anche perché, se è vero che non svela la sua identità, in compenso risponde sempre alle domande, soprattutto quelle sulle ricette. Sabrine ha la capacità di farti sentire come uno dei tanti amici che frequentano la sua cucina.

Ecco l’intervista telefonica che mi ha rilasciato!

Sabrine D’Aubergine, il blog è iniziato – lo hai scritto più volte – per mettere ordine negli appunti volanti di ricette conservati nella “teiera di latta”. Posto che non sia come la borsa di Mary Poppins, le ricette dovrebbero essere ormai finite… come fai a sfornarne sempre di  nuove?

Sì, ma continuano ad arrivare da amici, amici di amici, incontri fortuiti, estro del momento. Quello che è sicuro è che sono tutte ricette vere, date e fatte con amore, con voglia di condivisione. Che poi è il motivo per cui ho scelto di fare un blog di cucina, al di là della mia voglia, all’epoca, di una sorta di “seconda vita”.

Riesco a unire persone diversissime perché – volenti o nolenti – tutti passiamo dalla cucina. Così ho unito il desiderio di archivio delle mie ricette, di condivisione, di scrittura, di cultura trasversale e universale, perché una delle cose più affascinanti della cucina è scoprirne i punti in comune nelle varie parti della terra.
Basti pensare alla crépe francese che somiglia al blinis russo che ricorda il pancake americano. Per dirne una. O il sistema di misura delle cup USA che ho ritrovato nelle ricette dell’URSS che usavano il “bicchiere di Stalin”. È uno scambio continuo, ecco perché dico sempre che parlo di cucina, non di cibo. È antropologia culturale. Le spiegazioni alle ricette poi sono personali, frutto delle mie sperimentazioni prima di renderle pubbliche.

Sabrine D’AubergineScrivi sempre che hai una vita ordinariamente intricata, con tanti impegni che includono la gestione di due case a centinaia di chilometri l’una dall’altra. Se il post su un blog, male che va, ruba qualche ora al riposo notturno, come ti è venuto in mente di scrivere non uno, ma tre libri? L’editoria cartacea ha tempi e modi difficilmente compatibili con semplici ritagli di tempo.

Proprio per questo è stata una sfida interiore. Scrivere un libro, soprattutto un libro come i miei che non sono semplici ricettari, presuppone un ritmo completamente diverso rispetto al blog. È proprio il ritmo del racconto che cambia e che volevo sperimentare. Io parto dalla foto; se mi riesce bene allora scrivo la ricetta e poi unisco il racconto alla fine, per legare. Il singolo racconto è fine a sé stesso, ma in un libro deve esserci una continuità, un flusso narrativo, e lo volevo sperimentare.

A proposito di foto, Sabrine, sono bellissime, con allestimenti sempre eleganti e colori meravigliosi; dichiari sempre che fai tutto da sola. Come hai imparato? E una curiosità: ho notato che fai sempre la stessa inquadratura, c’è un motivo?

Certo, ben specifico! Negli anni ho capito che nella mia cucina, a una certa ora, c’è una certa luce fredda che è quella che mi piace. Se c’è quella luce io cucino altrimenti no. Uso solo luce naturale. Non ho tempo, spazio, né modo di fare altrimenti, quindi quella è l’inquadratura obbligatoria. Considera che quando andai a comprarmi – dopo aver usato quella di mia figlia – una macchina fotografica Reflex, la mia spiegazione tecnica al commesso fu: “Non so niente di fotografia, ho un computer e voglio fare foto di cibo, quelle sfuocate dietro”. Mosso a compassione mi vendette un obiettivo che mi montò pure. Bene, sono dieci anni che io quell’obiettivo non lo smonto.

Parliamo dei tuoi libri: Fragole a merenda è il primo e segue la falsariga del blog perché ne riprende le dinamiche narrative. E’ tutto incentrato su merende, colazioni, snack, insomma tutto quello che esula dai pasti cosiddetti principali, proprio per dare anche a loro lustro e importanza. Finalmente Natale continua sullo stesso filone, solo che è monotematico per il periodo delle feste.

Il fornaio della domenica, invece, cambia registro. Ci sono sempre i racconti, ma non tutti sono aneddotici sulla tua vita, molti sono storici. Si capisce che in questo libro c’è una ricerca, una sperimentazione. È – passami il termine – più “scientifico”. Ci sono ricette più tecniche.

Infatti, tutto è partito dal mio timore del lievito madre. Per anni ho usato solo il lievito di birra pensando che il lievito madre non facesse per me, fornaia della domenica con zero attrezzature in cucina. A un certo punto però ho pensato che se sono migliaia di anni che si fa il pane e certo le nonne – e bis e tris e così via – non avevano la planetaria per impastare, non poteva essere così difficile.

Mi ci sono messa. Non a caso ci sono voluti più di due anni di studio e sperimentazione, ma alla fine sono arrivata a poter raccontare ai miei amici, virtuali e non, come si fa il pane. Il libro è strutturato in un crescendo di complessità per impratichirsi sperimentando, senza farsi subito frustrare dalla lievitazione di giorni della pasta madre che varia a seconda dell’ambiente in cui si trova. E le spiegazioni scientifiche servono proprio a facilitare la comprensione. Vale per tutti i settori della vita: più una cosa la conosci nel dettaglio, meno ti spaventa. Adesso decido quale lievito usare solo sulla base del tempo e della voglia di un tipo di pane piuttosto che di un altro. Sono io che decido, non il mio timore di sbagliare.

Prima e ultima domanda personale: ti chiami, almeno, Sabrina?
(Risata) Certo che no!

Sabrine D’Aubergine

Come mai questa decisione di nasconderti dietro a uno pseudonimo? Devo dire che, vista l’impostazione letteraria dei tuoi libri, il non sapere chi sei sbriglia la fantasia, come nei migliori romanzi. Ogni lettore si fa la sua idea dei protagonisti. Io, ad esempio, penso che tu sia una legale o una commercialista, abiti in una città del nord che però non è Milano e la casa al mare dei tuoi racconti sia in Sicilia o in Calabria. Buffo no? Svelare la tua identità a questo punto leverebbe la magia…

La realtà è molto più pragmatica e va al di là della mia riservatezza caratteriale. Il fatto è che io volevo raccontare la mia vita, le mie storie, la mia famiglia. Ma proprio per rispetto delle persone coinvolte non potevo dire chi sono, è una tutela della loro privacy. E poi parlo anche di conoscenti, dalla portiera al macellaio, non trovavo giusto metterli pubblicamente in mezzo. E difendo questo mio anonimato con tutta me stessa.

Anni fa l’editore mi disse che dovevo andare alla Fiera del Libro di Torino per confermare che fossi vera, iniziavano a girare voci che fossi una montatura commerciale. Bene, essendo una fiera piuttosto importante, furono pubblicate delle foto. Qualche giorno dopo, tornata a casa, il giornalaio mi disse che mi aveva riconosciuta, che non sapeva io fossi la famosa Sabrine D’Aubergine, che insomma “bla bla bla”. Io, con notevole freddezza d’animo e altrettanta notevole faccia tosta, risposi che era certamente una persona che mi somigliava, sicuramente non ero io, ma vogliamo scherzare?

Il tuo ultimo post culinario è del 24 dicembre 2017. Sabrine D’Aubergine tornerà a scrivere sul blog?
Calcola che tra ideazione, scrittura, fotografia e allestimento, considerando il tempo che posso dedicarci, per scrivere un post ci metto circa una settimana. Negli ultimi anni i food blog non sono più seguiti come prima. Va più l’immediatezza di Instagram. Però lo so che i miei lettori, ormai, è come se fossero degli abbonati di vecchia data. Mi dispiacerebbe doverli abbandonare del tutto. Chissà, ora che il tempo che dovevo dedicare al libro è finito potrebbero esserci delle sorprese!

Sabrine D’Aubergine

Tra le varie storie che racconta Sabrine D’Aubergine, ci sono quelle dei suoi soggiorni adolescenziali in uno sperduto villaggio del Kent per migliorare l’inglese. Capirete che, con il mio amore per la pallida Albione, sono tra i racconti che mi appassionano di più.

Il soda bread lo incontriamo per la prima volta nel blog, ma è nel primo libro che ne svela i retroscena. Conosciamo Brenda, suo marito, i suoi scones e il suo soda bread. E poi Emma, la sua torta al miele e la sua iper-romantica storia d’amore.
Di nuovo, il Soda Bread, nelle sue varie declinazioni, è il protagonista della prima parte de Il Fornaio della domenica, con la spiegazione chimico fisica della reazione che ci porta ad avere un pane in circa un’ora.

Sabrine D’Aubergine spiega che parlare di lievitazione è una semplificazione nel caso del soda bread: il bicarbonato non è un lievito e quindi non può “far lievitare” nulla. Ma unendo il bicarbonato, basico, a un ingrediente acido, il bicarbonato rilascia anidride carbonica che fa gonfiare il composto.

Ecco perché è fondamentale unire gli ingredienti liquidi a quelli solidi, versare il tutto nello stampo e infornare nel giro di un minuto al massimo. La reazione è istantanea. Se aspettate che il forno si scaldi o che il composto sia perfettamente amalgamato non avrete il vostro pane pronto in un’ora. È facile e buono, provate!

Soda bread di Brenda

Stampo rettangolare da cake lungo circa 23 cm (quelli standard), rivestito di carta forno.
200 gr di farina 00
200 gr di farina integrale
1 cucchiaino raso di bicarbonato
100 gr di fiocchi d’avena grandi (non quelli precotti)
2 cucchiai di zucchero di canna
1 cucchiaino raso di sale fino
500 gr di latticello freddo

In Italia il latticello non si trova, ma potete mescolare 250 gr di yogurt bianco con 250 gr di latte, o addirittura con acqua se volete un pane super leggero. L’importante è che il liquido sia freddo quando lo unite al composto.

Accendete il forno a 180°-200° (dipende dalla sua potenza, conoscete il vostro forno meglio di me). Setacciate le farine e il bicarbonato in una ciotola capiente, aggiungendo anche la crusca che resterà nel passino dopo il passaggio di quella integrale. Unite i fiocchi d’avena, lo zucchero e il sale. Mescolate per bene con una frusta a mano, se ce l’avete, altrimenti va bene un cucchiaio. Ma, come dice Sabrine D’Aubergine, procuratevela, una frusta a mano, è un attrezzo molto utile in cucina!

Una volta accertato che lo stampo sia rivestito a dovere e il forno caldo al punto giusto, misurate i 500 gr di liquido e rovesciatelo tutto insieme nella ciotola degli ingredienti asciutti.
Mescolate più veloci che potete con un cucchiaio, contando mentalmente i secondi (sapete come? Milleuno, milledue, milletré… così passa un secondo tra un numero e l’altro). Fermatevi appena la farina è incorporata nell’impasto, non preoccupatevi se sembra un po’ duro. Sono passati massimo 30 secondi? Siete sulla buona strada!

Rovesciate il composto nello stampo, distribuitelo negli angoli, livellatelo alla buona, incidetelo nel senso della lunghezza e infornate.
Deve cuocere circa un’ora. Dopo 45 minuti estraetelo dal forno, levatelo dallo stampo aiutandovi con la carta forno e rimettetelo “nudo” in forno per altri 10-15 minuti.
Aspettate che si intiepidisca prima di affettarlo, ma se possibile mangiatelo non completamente freddo, anche se dura tranquillamente un paio di giorni.

Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

  1. Un bell’articolo, mi è piaciuto anche se io non sono una brava cuoca, però faccio spesso il pane in casa e proverò a fare il Soda bread. Spero di riuscirci..

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