Sotto al tappeto della storia – L’ordine del giorno di Éric Vuillard

Il 20 febbraio 1933 il sole aveva un cuore con spine di ghiaccio e mentre la maggior parte della gente passò la mattinata a sgobbare, si tenne una riunione segreta. Arrivarono delle grosse berline nere che vennero aperte ossequiosamente.

“Erano in ventiquattro accanto agli alberi morti della riva, ventiquattro soprabiti neri, marroni o cognac, ventiquattro paia di spalle imbottite di lana, ventiquattro completi a tre pezzi, e lo stesso numero di pantaloni con le pinces e l’orlo alto. Le ombre penetrarono nel grande atrio del palazzo del presidente dell’Assemblea; ma presto non ci sarà più un’Assemblea; non ci sarà più un presidente, e tra qualche anno non ci sarà più nemmeno un parlamento, solo un ammasso di macerie fumanti”.

Intorno al tavolo, sotto gli alti soffitti, sono seduti 24 uomini che rappresentano le più alte sfere dell’industria e della finanza.

L'ordine del giorno di Éric Vuillard
Gustav Krupp

“Improvvisamente le porte cigolano, i pavimenti scricchiolano, si sentono voci in anticamera. Le ventiquattro lucertole si alzano sulle zampe posteriori e si tengono ben dritte”.

Göring fa il giro del tavolo e stringe la mano a tutti. Li conosce: politici e industriali hanno l’abitudine di frequentarsi. Parla subito delle prossime elezioni del 5 marzo. Bisogna farla finita con l’instabilità del regime. “Se il partito nazista ottiene la maggioranza”, “saranno le ultime elezioni per i prossimi dieci anni. Anche cento, aggiunge con un sorriso”.
A questo punto fa il suo ingresso Adolf Hitler.

“Quelli che non l’avevano mai incontrato erano curiosi di vederlo. Hitler era sorridente, rilassato niente affatto come lo immaginavano, affabile, addirittura cordiale”.

Anche lui ringrazia, stringe mani e poi parla per mezz’ora. Appena esce, Göring chiede i soldi. Hermann Göring: vita da golpista, dipendenza da morfina, collezionista di trenini elettrici, internamento con diagnosi schiacciante di violenza, disordine mentale, depressione e tendenze suicide. Per fare la campagna elettorale servono soldi e il partito nazista non ha più il becco di un quattrino.

Quegli uomini erano abituati a tangenti e bustarelle. “Per i Krupp, gli Opel e i Siemens è solo un episodio abbastanza ordinario”, “una banale raccolta di fondi. Tutti sopravvivranno al regime e in futuro finanzieranno altri partiti”.  Ma il 20 febbraio 1933 ebbe un fondo di eternità che decise le sorti del paese, del nazismo e del mondo intero.

L'ordine del giorno di Éric Vuillard

“I ventiquattro non si chiamano Schnitzler, Witzleben, Schmitt, Finck, Rosterg o Heubel”, “ma si chiamano BASF, Bayer, Agfa, Opel, IG Farben, Siemens, Allianz, Telefunken.  Li conosciamo con questi nomi, e li conosciamo anche molto bene. Sono fra noi e intorno a noi. Sono le nostre automobili, le nostre lavatrici, i nostri detersivi, le nostre radiosveglie, l’assicurazione sulla casa, la pila dell’orologio. Sono dappertutto sotto forma di cose. La nostra quotidianità è la loro. Ci curano, ci vestono, ci illuminano, ci trasportano sulle strade del mondo, ci cullano. I ventiquattro individui presenti nel palazzo del Reichstag quel 20 febbraio” “sono il clero della grande industria” … “E sono lì, impassibili come ventiquattro macchine calcolatrici alle porte dell’inferno”.

Cadere nell’abisso con un misto di ridicolo e spavento

Come quando il cancelliere austriaco Schuschnigg parte vestito da sciatore per andare a incontrare Hitler di nascosto. Arrivato a destinazione, a poco a poco ha la sensazione di essere caduto in una trappola, inizia persino a temere per la sua incolumità. Hitler urla e a lui sudano le mani. Hitler lo tratta male, non gli mostra il rispetto dovuto, lo chiama “signore” finché, grazie alla paura che ha saputo incutergli, ottiene quello che vuole.

“Le manovre più brutali ci lasciano senza fiato. Non osiamo dire niente. Al nostro posto risponde un essere troppo educato e troppo timido annidato dentro di noi, e dice il contrario di quello che dovrebbe dire”.

Alla fine Schuschnigg firma l’accordo: le idee del nazionalsocialismo autorizzate in Austria, tre nazisti nominati in tre ministeri chiave, l’amnistia per tutti i nazisti in carcere ed altro ancora, il tutto effettivo entro tre giorni.

Quando Hitler ordina ai suoi generali di simulare un’invasione, fanno ruggire i motori a vuoto dalle parti del confine con l’Austria. Questa manovra psicologica, questa minaccia, ottiene i risultati sperati. A Vienna sale la paura. Il governo austriaco pensa che i tedeschi si stiano effettivamente preparando ad invaderli. Allora provano a placare Hitler regalandogli la sua città natale.

I vari personaggi storici ci vengono raccontati all’epoca dei fatti e dopo, al processo di Norimberga, prima di essere giustiziati.

L’Anchluss – L’annessione

Il 12 marzo del 1938, mentre le democrazie europee opposero all’invasione una rassegnazione affascinata, gli austriaci attendevano i tedeschi. La gente si affollava nelle strade per riuscire a vederli, ma i tedeschi non arrivarono. Migliaia di ragazze sventolavano la bandiera con la croce uncinata. Le bambine offrivano mazzolini di fiori. A Vienna era prevista persino una fiaccolata per accogliere Hitler. Aspettarono fino a tardi ma non venne nessuno. Alla fine scesero dal treno solo tre soldati tedeschi. Di tank e autoblindo non c’era traccia. I viennesi erano così impazienti di essere invasi che li portarono in trionfo per la città, sebbene i tre poveri diavoli stentassero a capire l’entusiasmo che suscitavano.

Il fatto è che dopo aver varcato la frontiera, la macchina da guerra tedesca si era miseramente bloccata nei dintorni di Linz. In realtà i mezzi blindati tedeschi erano pesanti ammassi di ferraglia, lentissimi e scassati. Erano scatole di sardine. Perciò si creò un ingorgo di panzer. Ci si aspettava una prodigiosa macchina bellica in grado di compiere un Blitzkieg, ma la guerra lampo si trasformò in un grande ingorgo che portò alla paralisi. Non si trattava di un blindato qui e là ma della stragrande maggioranza dei mezzi tedeschi che bloccarono completamente la strada, lasciando Hitler furibondo con un esercito in panne.
La propaganda ha fatto in modo che l’invasione sia passata alla storia come “lampo”, ma in realtà i carrarmati furono caricati sui treni e portati a Vienna come fossero impianti da circo pronti per la parata. Così il mondo cedette a un bluff.

“Il mondo … per quanto non ceda mai all’esigenza di giustizia, per quanto non si pieghi mai al popolo che insorge, si piega al bluff”.

Tuttavia, nella settimana subito prima dell’Anchluss, in Austria ci furono più di millesettecento suicidi. Forse avevano visto:

“Gli ebrei accucciati tra la folla urlante, a quattro zampe, costretti a pulire i marciapiedi sotto lo sguardo divertito dei passanti”.

O magari avevano visto le scene ignobili in cui li obbligavano a brucare l’erba. O forse presagivano che quell’invasione così pacifica sarebbe finita in un bagno di sangue con centinaia di migliaia di esseri umani deportati e uccisi.

Dresda dopo l’ “Operation Gomorrah” a cui furono sottoposte le città tedesche: Gomorra, insieme a Sodoma, fu distrutta da Dio con una pioggia di fuoco
Sotto al tappeto della storia

La guerra è stata redditizia. I deportati dai campi di concentramento furono dati gratuitamente agli industriali tedeschi da usare nelle loro fabbriche come schiavi.

“La loro speranza di vita era di pochi mesi. Se fuggivano alle malattie infettive morivano letteralmente di fame. Krupp non fu il solo ad approfittare di quei servigi, ne usufruirono anche le altre comparse della riunione del 20 febbraio”.

“Quei nomi esistono ancora. I loro patrimoni sono immensi. Alcune delle loro società si sono fuse e formano agglomerati onnipotenti”.

L'ordine del giorno di Éric Vuillard

L’ordine del giorno, di Éric Vuillard, premio Goncourt 2017

Scrittore, regista, sceneggiatore, Éric Vuillard è nato a Lione nel 1968. Suo padre era un chirurgo che a un certo punto abbandonò tutto e andò a vivere in un villaggio alpino in rovina. Con L’ordine del giorno, pubblicato nel 2017, Vuillard ha vinto il premio Goncourt, il più prestigioso premio letterario francese. Una bella scrittura, scarna ed essenziale, a tratti poetica.
Una lingua tagliente, acuminata, divertente. Un libro bellissimo, breve ma potente, in cui la letteratura incontra la storia e mostra con quanta facilità sia potuta accadere una simile catastrofe.

“Le più grandi catastrofi s’annunciano a piccoli passi”.

Sentiamo che l’autore si tormenta per la cecità dei contemporanei di fronte all’ascesa del nazismo. Alcuni hanno aperto il portafogli – i grandi industriali tedeschi – mentre altri hanno chiuso gli occhi – le grandi potenze europee – e questo malgrado:

“Nessuno poteva ignorare i progetti dei nazisti, le loro intenzioni brutali. L’incendio del Reichstag, il 27 febbraio 1933, l’apertura di Dachau nello stesso anno, la sterilizzazione dei malati di mente nello stesso anno, la Notte dei lunghi coltelli l’anno successivo, le leggi sulla tutela del sangue e dell’onore germanico, il censimento delle caratteristiche razziali nel 1935: era davvero parecchia roba”.

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