Un inutile delitto di Jill Dawson

Jill Dawson ha preso spunto da uno dei più celebri cold case della cronaca nera inglese. Nel 1974 Londra fu sconvolta da un terribile delitto. Basandosi su un’accurata documentazione, la Dawson ripropone il caso, scavando a fondo nella personalità dei protagonisti mentre evoca la Londra degli anni ’60 e ’70, quella di Simon Templar, dei vestiti di Biba, del bagnoschiuma Badedas e di Carole King.

Due ragazze nate in famiglie poverissime della provincia inglese si incontrano in un istituto per malati di mente, dove fanno fatica a non perdere il filo della ragione e delle rispettive esistenze. Grazie a un medico illuminato e al reciproco sostegno riescono a uscire da quel posto che avrebbe potuto inghiottirle per sempre. Sentiamo le loro voci che si alternano in un toccante racconto in prima persona.

Poi le ritroviamo a Londra, entrambe bambinaie presso famiglie nobili e facoltose. Mandy River è molto attraente e sta dolorosamente cercando il proprio posto nel mondo e forse per la prima volta comincia a trovarlo incrociando il proprio destino con quello di una famiglia che, pur avendo tutto quello che occorre per essere felice, sta disintegrandosi disastrosamente.

Jill Dawson, Un inutile delittoLa ragazza, determinata a lasciarsi alle spalle un passato da dimenticare – nel quale lei non ha colpe, ma in compenso ha molti sensi di colpa – diventa la tata della ricca famiglia di Lord e Lady Morven. Dickie e Katharine hanno due bambini da allevare, anche se sembrano a stento in grado di badare a sé stessi, specie adesso che in casa ci vive solo Katharine, mentre Dickie si è trasferito chissà dove.

Siamo a Londra, alla metà degli anni ’70. Una Londra, a dire il vero, un po’ cupa, e non solo perché tutta la vicenda si svolge in autunno. I tempi della Swinging London sono ormai alle spalle, la crisi petrolifera si fa sentire. Le incertezze economiche determinano quelle sociali, si sta sedimentando l’humus su cui, entro pochi anni, germoglieranno i successi elettorali della Thatcher.

Di tutto questo, però, nella vicenda, arriva solo qualche lontana eco. Mandy, l’amica Rosemary che è la sua consigliera e confidente e Neville, il ragazzo con cui ha una storia, sono persone troppo insignificanti e passive per essere interessate a certi sconvolgimenti. A dire il vero, la loro vita quotidiana è una continua, dura lotta, ma è solo una lotta per sopravvivere, non per arrivare chissà dove. La vera competizione si svolge lontano da loro, parecchio al di fuori della loro portata.

Non sono neanche di Londra, nessuno di loro lo è. Sono lì in cerca di fortuna e non si sono ancora resi conto di quanto la fortuna sia cieca.

Dickie e Katharine, invece, appartengono ad un altro mondo, parecchio più altolocato. Specialmente lui, visto che lei, da quando è cominciato il braccio di ferro della separazione e del divorzio, sembra che si sia autoesiliata in casa insieme ai figli, e passa le giornate nel Nulla più assoluto. Nonostante la distanza sociale tra loro – un elemento tutt’altro che secondario per gli inglesi del tempo – il fatto di trovare nella tata dei figli una persona intelligente e sveglia rappresenta per Katharine un appiglio tale che, in breve tempo, finisce praticamente per dipendere da Mandy quanto i bambini.

Dall’altro lato c’è Dickie, il fascinoso, galante, piacevole Dickie, perfetto prototipo del manipolatore sentimentale. E’ il classico uomo che deve solo scegliere la sua vittima e poi avvilupparla nella tela come fa il ragno con una mosca. Dopodiché lei non solo non riuscirà più a liberarsi, ma non lo vorrà nemmeno. Perché, anche se inizialmente si può avere la sensazione che sia stata Katharine a volerla fare finita con Dickie, è successo esattamente il contrario. Dickie si comporta come un marito abbandonato che l’ha presa nel modo più paranoico, non perché sia finita tra loro, ma perché lei gli ha tolto i figli, ottenendone l’affidamento. Della separazione, soffre solo Katherine, anche se di ragioni per separarsi lei ne ha molte più di lui.

Jill Dawson, Un inutile delittoDickie è talmente ossessionato dal fatto che Katherine non sia una buona madre (e non gli si può dare torto, a parte il dettaglio che lui come padre è anche peggio) da farla tenere sotto ininterrotta sorveglianza da parte di una intera squadra di investigatori, ingaggiata ad hoc. Questi stazionano permanentemente davanti alla casa in cui la donna vive insieme ai figli. Situazione che, comprensibilmente, manda fuori di testa Katherine ancor più di quanto non lo sia normalmente ed è una delle ragioni per cui il personale di servizio fugge, soprattutto le tate dei bambini, che stanno lì per tutto il giorno.

Mandy si trova in mezzo a questo conflitto e finisce per farne parte in modo quasi inconsapevole. In un modo paradossale, eppure coerente con l’istintiva sensibilità che già l’ha fatta cacciare altre volte nei guai, si affeziona a entrambi, oltre al fatto che si lega subito moltissimo ai bambini, dai quali è ugualmente ricambiata. Vive perciò il loro urto e il disagio che ne consegue come una questione che la riguarda direttamente. L’unica incognita sono certi aspetti del carattere di Dickie che le fanno paura.

Arrivati a questo punto, occorre per forza fermarsi e lasciare al lettore la possibilità di decidere se vuole andare avanti e procurarsi il libro originale o spoilerargli come va a finire, togliendogli ogni gusto. Scegliamo la prima strada e ci fermiamo qui perché il romanzo merita davvero di essere letto.

Uno dei più celebri cold case della cronaca nera inglese
Jill Dawson
Jill Dawson

Per scrivere Un inutile delitto, titolo originale The Language of Birds, edito da Carbonio Editore, Jill Dawson, ha preso spunto da uno dei più celebri cold case della cronaca nera inglese del XX secolo, che non ci sembra opportuno citare adesso, sempre per ragioni di spoiler: ma consigliamo ai lettori di andarselo a studiare dopo aver letto il libro. Probabilmente pensava di dedicare al tema un saggio, tuttavia man mano che andava avanti, si è resa conto di procedere su un terreno minato, dato che alcune delle persone presenti ai fatti sono ancora vive. E se non lo sono, lo sono i loro eredi, ragione per cui occorre procedere con i piedi di piombo prima di attribuire colpe e responsabilità.

Così, il saggio è diventato un’opera narrativa, un romanzo riuscitissimo proprio perché basato su un’accurata documentazione e su un’attenta valutazione di tutti i fatti. La forma narrativa permette a Jill Dawson anche di dare maggiore spazio all’interiorità dei personaggi, di renderli con uno spessore maggiore di quello che permetterebbe la semplice interpretazione di verbali e resoconti. Questo è tanto più importante per le vittime, che non hanno più la possibilità di esprimere niente, e mai come in questo caso si può dire che l’operazione sia riuscita perfettamente.

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

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