Ricciardi versus Montalbano. Due commissari a confronto

Ricciardi
Lino Guanciale nei panni de Il Commissario Ricciardi, in onda su Rai Uno a fine 2020
Avevo già resistito alle varie segnalazioni che mi erano state fatte su Il Commissario Ricciardi: un’altra quindicina di libri, e dove li metto? Poi me li sono trovati caricati sull’e-book regalatomi dalla mia amica Maria Luisa, e mi sono detta: perché no?
Quando c’è un commissario ci sono il commissariato, i colleghi, il medico legale; c’è il suo privato, il suo carattere, la sua casa, ci sono i suoi affetti; c’è la città e l’epoca in cui vive. È la sceneggiatura di default per qualsiasi autore di polizieschi che si rispetti.
I protagonisti e l’ambientazione

Con Maurizio De Giovanni il mare bagna Napoli invece di Vigata, l’azione è spostata agli inizi degli anni Trenta – l’autore può quindi esimersi dal lanciare frecciatine al governo in carica, per concentrarsi su una più agevole descrizione di fatti e misfatti fascisti – e il commissariato diventa giocoforza una Regia Questura.

Il commissario è Luigi Alfredo Ricciardi, con i suoi occhi verdi, il suo ciuffo ribelle e il suo carattere triste e introverso. Fascinoso al pari di Montalbano (melius abundare, deve aver pensato l’ideatore, non sia mai finisce anche lui in tivù…), con cui condivide un’infanzia tribolata e una difficile condizione di orfano, Ricciardi è molto meno incazzoso del vigatese, ma come lui restio a esternare i propri sentimenti. Li accomuna anche una certa passione per il cibo, sebbene ai manicaretti di Enzo subentrino qui le pizze fritte di venditori ambulanti o le sfogliatelle del Gambrinus.

Gli altri personaggi

Non c’è un vice, e quindi ti saluto Mimì, ma in compenso c’è un Fazio in versione extra-large, Raffaele Maione, che a differenza del suo omologo siciliano non mostra un minimo di aplomb, anche se la devozione e l’ammirazione per il suo superiore ci sono tutte; e se di Fazio non abbiamo conosciuto che il padre e una fugace passioncella, Maione ha una grande e coinvolgente famiglia.

C’è naturalmente il (brusco) Pasquano di turno, nella persona del dottor Bruno Modo, uomo di grande umanità, grande antifascista e, en passant, gran puttaniere. Presenti all’appello anche i vari Gallo e Galluzzo, e c’è persino un tentativo di catarelleggiare uno dei poliziotti di contorno. Non potevano mancare Bonetti-Alderighi, nella persona del mellifluo e arrivista vicequestore Garzo, che si trova spesso a maltrattare il suo sottoposto che non ha riguardi (proprio come Montalbano) per il clero o l’aristocrazia cittadina, né il suo viscido segretario Lattes, per l’occasione ribattezzato Ponte.

Adelina prende qui le sembianze di Rosa, la vecchia tata del commissario, la quale – non foss’altro che per non rischiare un’accusa di plagio – in cucina è assai meno miracolosa, ammannendo al pover’uomo pietanze perlopiù indigeribili, ancorché a denominazione di origine salentina controllata.

Storie d’amore e d’amicizia

C’è, né poteva mancare, anche una parvenza di Livia Burlando in Enrica Colombo, ma De Giovanni trascina la love story con studiata lentezza portandola a compimento, dopo una lunghissima serie di marce e retromarce, solo nella penultima delle quindici puntate della serie. E, insieme all’amore, ci sono le figure femminili passionali – una ex cantante lirica e una nobildonna -, tanto per non escludere l’ologramma di Ingrid Sjöström dalla scena.

Non ci viene risparmiato nemmeno Gegè, l’amico d’infanzia (di Maione, stavolta) passato dall’altra parte della barricata. Tuttavia, nel cast partenopeo figurano due ruoli originali partoriti interamente dalla fervida fantasia di De Giovanni: il dolce sacerdote Pierino, che resta però sempre un po’ sullo sfondo, e l’informatore Bambinella, un simpatico e loquacissimo travestito, lontano anni luce dal Pasquale camilleriano per onestà e orientamento sessuale. A questi va aggiunta anche Nelide, nipote ed erede delle mansioni di Rosa, un personaggio a mio avviso particolarmente riuscito nella sua rozzezza e nella sua scarsa, per non dire nulla, avvenenza.

L’autore
Maurizio De Giovanni abbraccia Andrea Camilleri

Ma insomma, mi chiederete: t’è piaciuto? Sì e no. Cominciamo coi . De Giovanni ha una bella penna, non si discute, e a tratti riesce a sciogliere la poesia nella prosa, con risultati suggestivi. È maestro del colpo di scena, intesse le sue trame con grande abilità, sa quali corde toccare per suscitare commozione nel lettore. Importante nella sua scrittura è la centralità dell’analisi delle emozioni, che accompagna e sottolinea lo snodarsi degli eventi; la sua è un’opera costante di scavo nell’animo dei protagonisti e, più estesamente, nell’animo umano.

Dai suoi racconti emerge una Napoli vivida e verace, il retrostante lavoro storico e topografico è notevole, la narrazione portata avanti con mestiere, i personaggi – prescindendo da parallelismi resi pressoché inevitabili dal proliferare di omologhi – sono tratteggiati con cura ed efficacia scenica. Si intravede finanche la cura di dettagli relativi alla moda o ai costumi dell’epoca.

“Il Fatto”
Ricciardi
Il Commissario Ricciardi è diventato anche un fumetto, in libreria per la Sergio Bonelli Editore di Tex

Fra i no metterei in primo luogo “il Fatto” (così lo chiama l’autore) che Ricciardi abbia la facoltà di vedere e ascoltare le vittime di morte violenta nei loro ultimi istanti di vita, il che se da un lato è una trovata abbastanza originale, dall’altro mi sembra un tantino troppo vantaggiosa per un commissario di polizia (sebbene dalle visioni di Ricciardi non emerga mai il nome dell’assassino – e ci mancherebbe altro). Transeat se lui non se ne servisse per scovare i colpevoli, però ricordo almeno un caso in cui Ricciardi scopre l’assassina proprio avvalendosi di questa sua facoltà, e ciò invalida in certa misura la singolarità dell’artificio.

Lo stile

In secondo luogo, lo stile. Ho provato spesso la sensazione che all’autore piaccia scriversi addosso. In tutti i suoi racconti non manca mai almeno un intermezzo o interludio in cui De Giovanni sembra divertirsi a giocare al letterato ispirato, e lo fa quasi sempre con uno stile ossessivo, incalzante, il cui Leitmotiv è una parola o un’espressione che viene presa e sviscerata in tutti i suoi possibili risvolti e in tutte le proiezioni immaginabili – sullo sfondo di cotanta ars narratoria, la noia sta sempre dietro l’angolo (e in più di un’occasione riesce anche a far capolino).

La mia amica Maria Luisa, da finissima lettrice qual è, ritiene invece che, proprio perché indecifrabili, tali inserti costringano il lettore a fermarsi, a interrogarsi sul loro senso e a riflettere, allargando la prospettiva generale: un elemento banale (pioggia, primavera, sogno) è il nucleo che aggrega su di sé il sentire dei protagonisti, disvelando quanto le maschere quotidiane nascondono.

Il confronto con altri autori

Non dico di no. Chissà, sarò forse stata educata male da Simenon e Conan-Doyle, due grandissimi scrittori che hanno saputo  esternare la loro arte a tempo e a luogo, lasciando muovere Jules Maigret e Sherlock Holmes sulle scene dei delitti senza l’impiccio (l’impaccio?) di reboanti tiritere che, il più delle volte, viene voglia di saltare a piè pari prima di smarrire il filo della narrazione.

Mentre Ricciardi sembra invece trovare ispirazione più da un Philip Marlowe non tanto per il carattere hard boiled, di cui presenta peraltro diversi elementi, quanto per la raffinata prosa del suo autore. Ma, senza nulla togliere ai meriti del Nostro, Raymond Chandler era Raymond Chandler. In conclusione: godibile durante un lungo viaggio in treno o in aereo, ricordando sempre che il tutto si risolve in quindici puntate – se così non fosse, credo che mi sarei fermata prima di un finale tanto eclatante quanto prevedibile.

Nullafacente che fa un sacco di cose per suo esclusivo diletto, ogni tanto scrivo, con sommo piacere, un articolino per Cronache Letterarie. Vivo fra Parigi e Berlino, concedendomi di quando in quando una settimanella a Roma per far provvista di libri e di colesterolo.

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