Il giardino dei cosacchi di Jan Brokken. Dostoevsvkij nella desolazione siberiana

Il giardino dei cosacchi. Dostoevskij

A chi ama Dostoevsvkij come scrittore senza essere troppo curioso della sua vita, questo libro non interesserà molto. Sì perché Il giardino dei cosacchi è un libro che parla solo della vita dello scrittore, sfiorando appena la sua produzione letteraria. Quella di Jan Brokken è la storia romanzata dell’amicizia tra il barone russo Alexander von Wrangel e Dostoevsvkij, ricostruita con una lunga e minuziosa ricerca fra lettere e altri documenti dell’epoca.

Nel libro, scritto in prima persona, come fosse Alexander von Wrangel a raccontare, la figura dello scrittore ne esce completamente diversa da quella che molti di noi lettori appassionati dei suoi romanzi ci siamo immaginati.

Condannato a quattro anni di lavori forzati in Siberia

Il giardino dei cosacchi

Il Dostoevsvkij di Brokken è un ragazzo che è appena miracolosamente sopravvissuto a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Lui e altri suoi giovani amici erano stati accusati di cospirazione contro lo zar. Erano già stati portati davanti al plotone di esecuzione, pronto ad eseguire la condanna a morte per fucilazione. In realtà avevano subito la tortura di una finta esecuzione, trasformata all’ultimo secondo in una condanna ai lavori forzati.
Dostoevsvkij ne parla in varie lettere contenute nel libro Lettere sulla creatività (di cui parleremo in altra recensione). L’amicizia tra lo scrittore e Alexander von Wrangel nasce, e si svilupperà per parecchi anni, dopo l’uscita di Feodor dal campo di lavoro, quando Alexander lo ospita a casa sua, in una cittadina siberiana in cui è procuratore.
Nella prima parte del libro Dostoevsvkij non è l’uomo triste, malato ed epilettico di cui parlano le sue biografie. E’ un ragazzo sano e reso forte dai lavori forzati che invece di distruggerlo lo hanno irrobustito. L’epilessia compare nel libro ma non procurerà allo scrittore russo troppo dolore. Questo fino alla sua prima notte di nozze.
Dostoevsvkij è infatti innamorato di una donna che vive lontano per buona parte del tempo che sarà in Siberia; i due si scrivono ma si vedono pochissime volte. La donna un po’ lo respinge e un po’ lo illude, in un continuo prendi e lascia che durerà anni. Infine lo sposa. Ma nella notte di nozze Dostoevsvkij ebbe il peggiore attacco epilettico della sua vita. La novella sposa ne rimase disgustata. Si legge nel libro:

“Gli uscì un grido dal petto. Un grido che non assomigliava a nulla, né animale né umano. Un grido che sembrava provenire dal petto di un altro. Scivolò fuori dal letto, si contorse per terra, perdendo fiocchi di bava. Le convulsioni gli tolsero il fiato, gli deformarono la bocca, gli serrarono la gola. Si sentì soffocare, l’urina gli colò tra le gambe”.

Marija, la neo sposa, ne rimase inorridita e questo guastò il matrimonio, anche se i due rimarranno comunque insieme. Dostoevsvkij non le aveva parlato di questa sua malattia. Infatti lei si chiede:

“Perché non glielo aveva mai detto apertamente? Il mal caduco… Perché non l’aveva preparata ai sintomi? Era una cosa orribile da vedere”.

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A commento di questo matrimonio finito male Brokken afferma che solo scrivendo L’idiota Dostoevsvkij ritrovò il suo equilibrio interiore:
“Nessun romanzo di Dostoevsvkij è più personale dell’IdiotaL’Idiota è la sua apologia. Quando leggo del protagonista, il principe Myskin che vuole essere come il Messia ma che non porta alcuna salvezza, sento parlare Fëdor Michajlovic“.

Un romanzo sull’amicizia maschile
L’idiota nell’interpretazione di Albertazzi

L’amicizia tra Alexander von WrangelFëdor Dostoevskij è un’amicizia che si sviluppa e si consolida appena dopo l’uscita dal carcere dello scrittore. Anche se non è più ai lavori forzati non è un uomo libero, deve prestare servizio militare come soldato semplice nella stessa città in cui vive il suo futuro amico. Alexander von Wrangel conosceva già Dostoevsvkij, aveva infatti assistito non visto alla finta esecuzione dello scrittore e dei suoi compagni quando aveva 16 anni. In seguito era finito anche lui in Siberia, ma volontariamente. Dice Alexander nel libro:

“Io mi trasferivo all’Est volontariamente, scegliendo per semplice curiosità un’esistenza in quel mondo ancora quasi del tutto inesplorato”.

Andrà in Siberia come Procuratore degli Affari penali e statali.
Prima di partire il fratello di Dostoevsvkij, Michail, lo contatta pregandolo di consegnare a Fëdor, che è prigioniero nella stessa città dove è diretto Alexander, libri, biancheria e denaro. E’ così che i due futuri amici fanno conoscenza.
La loro diviene un’amicizia sincera e intima. Passano molto tempo nella tenuta di campagna di von Wrangel, chiamata appunto “Il giardino dei cosacchi“. Qui Fëdor passa ore e giornate di grande serenità, coltiva fiori, scrive.

Il giardino dei cosacchi“Non parlavamo granché. Fëdor Michajlovic era completamente assorbito dalle sue attività, sebbene fosse per lui un passatempo piacevole, avevo sempre l’impressione che mentalmente stesse scrivendo. Mentre dava l’acqua alle piante dovevano scaturirgli dentro le scene e i dialoghi”.

L’amicizia tra Fëdor e Alexander durerà diversi anni. Dopo essere stato finalmente riabilitato, lo scrittore russo subì dei lutti: della moglie Marija e del fratello Michael.

Il giardino dei cosacchi
Dostoevskij in un’illustrazione di Ruth Gwily

Lui si fece carico dei debiti del fratello, accumulati per aver finanziato una rivista che andava anche bene, ma che dopo alcuni numeri venne proibita.
Erano quattro anni che i due amici non si vedevano, ognuno occupato da vite diventate troppo diverse. Quando si rincontrano Dostoevsvkij gli chiede una grossa somma: è ancora pieno di debiti e ha perso tutto quello che aveva al gioco d’azzardo. Nonostante il successo dei suoi libri, il grande maestro della letteratura russa è sull’orlo della disperazione. Il vizio lo ha afferrato nel momento in cui aveva più bisogno di denaro. Alexander gli presta una grossa somma che Fëdor non gli restituirà mai, nonostante di lì a poco anche l’amico si troverà in grosse difficoltà economiche. Una grande amicizia si incrina per questioni di soldi.
Il libro si conclude con queste parole di Alexander von Wrangel:

“Lo incontrai un’ultima volta di sfuggita, a San Pietroburgo nell’autunno del 1873. Ci stringemmo la mano, ci informammo della reciproca salute, senza attendere la risposta ci stringemmo di nuovo la mano, e con un lieve inchino ci separammo da estranei”.


Scrive romanzi e poesie; ha insegnato lettere e guidato corsi di scrittura creativa. Appassionata di letteratura beat e hippy, soprattutto di Kerouac, Ginsberg e della poetessa americana Lenore Kandel. Ha pubblicato i romanzi “Il bardo psichedelico di Neal”, ispirato alla figura di Neal Cassidy e “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità”. E' appena stato pubblicato presso Parallelo 45 Edizioni, il suo romanzo "1968", sulla Bologna di quel mitico anno.

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