Torneremo

Continuiamo gli scritti della quarantena con questo racconto di Marzia Flamini. Scrivere la vostra esperienza del Coronavirus può essere un modo per passare il tempo e alleggerire la tensione di queste lunghe giornate. Se ne avete voglia, inviateci i vostri racconti a info@cronacheletterarie.com Intanto dateci un vostro parere su “Torneremo”.

Torneremo, un racconto di Marzia Flamini per Cronache Letterarie

“Io sto andando… Buonanotte, Paola!”

Paola infilò l’ago nel pizzo, delicatamente, fissando il minuscolo cristallo al tessuto, poi guidò con gesto sicuro il filo fuori da quella trama labirintica e quasi impalpabile. Solo allora si concesse di sollevare gli occhi dal lavoro per inseguire la voce che aveva interrotto il silenzio accorto dell’atelier. Il designer aveva già il piumino indosso e una tracolla di pelle nera dall’aria pesantissima gli tirava la spalla destra verso il basso.

“Dobbiamo chiudere. Tanto lei non potrà comunque indossarlo, per ora, è tutto rimandato”.

Paola sospirò e annuì, la forza di quel “tutto” che si rifrangeva come un’ondata sui metri di pizzo e seta ai quali avevano lavorato per innumerevoli ore.

“Lo so, ma non sopporto di lasciare un lavoro a metà… Ho finito la manica sinistra”. Dichiarò non senza una punta di soddisfazione afferrando le piccole forbici da sarta e tagliando il filo con un colpo secco.

Lui si avvicinò suo malgrado, la consueta avidità quasi infantile di controllare il lavoro delle sarte, o di bearsene, non aveva mai capito bene. C’era da cavarsi gli occhi su quel lavoro di fino, trasparenze su trasparenze, bianco su bianco, luce su luce. Era come fissare il disco solare schermato da nuvole di un biancore quattrocentesco, una purezza accecante e irresistibile, l’anelito umano verso il divino.
Il designer passò delicatamente il pollice sui cristalli per verificare la tenuta dei punti, pur sapendo che era del tutto superfluo, le sue sarte non sbagliavano mai. Erano state selezionate una ad una, un team preparatissimo, depositarie di un sapere antico capace di tramutare in realtà i più visionari e futuristici dei suoi modelli.

Una volta, quando stava facendo delle ricerche per una collezione estiva, aveva avuto una visione di sé stesso come una sorta di profeta a capo di un tempio dove i riti misterici venivano officiati da quel gruppo di sacerdotesse. Ogni gesto aveva un preciso significato, ognuna di loro un compito specifico all’interno del rituale sacro. L’immagine era svanita rapidamente come gli era balenata nella mente, ma ogni tanto brandelli di essa riaffioravano, come un déjà-vu.

In effetti, circondata da tutto quel bianco e con il viso calmo, antico, Paola poteva in quel momento far pensare veramente ad una sacerdotessa, forse una vestale, che esitava ad abbandonare la fiamma sacra del lavoro.
Paola sorrise di riflesso al leggero sorriso che era spuntato sul volto del designer. Chissà cosa gli passava per la testa, per poi finire attraverso quei fulminei movimenti della mano su un foglio, prima incarnazione di un progetto che lei e le sue colleghe avrebbero concretizzato. Le piacevano molto i suoi bozzetti, sintetici e sinuosi ma stranamente chiari, concreti: vi si vedevano già le volumetrie, quasi li si sentiva animarsi del fruscio della stoffa. O forse era solo che stava acquisendo quell’esperienza che le sue colleghe più anziane già possedevano, la capacità di interpretare le pittografie degli stilisti e tradurle in abiti veri e propri.

“Molto bene. Non manca molto a finirlo, a questo punto”.
“Si, quando riapriremo saremo pronte”.

Lui distolse lo sguardo e si voltò verso l’atelier deserto. Non era una visione insolita, per lui: quando si fermava in ufficio per lavorare perdeva la cognizione del tempo e non era strano che si ritrovasse ultimo nel palazzo. Quelle notti, o albe, a seconda dei punti di vista, gli piaceva passare a dare un’occhiata all’atelier, ai tavoli ingombri e i manichini quasi spettrali nella penombra, figure metafisiche che l’illustre quasi vicino di casa avrebbe apprezzato. Si riscosse quando notò le luci che si spegnevano una dopo l’altra e vide Paola avanzare, il cappotto e la borsa sul braccio.

“Lascia stare, ci penserà la guardia”.
Paola alzò le spalle.
“Gli semplifico il lavoro… E poi meglio che non vada troppo in giro qua dentro, ci mancherebbe solo che mettesse lo stivaletto sullo strascico!”

Fecero una risata breve, nervosa. Non c’era niente da ridere, in effetti. La situazione era drammatica, sotto ogni punto di vista. Paola pensò ai suoi genitori, che non poteva andare a trovare, alla sua migliore amica bloccata a Parigi, città per lei ancora relativamente nuova e quindi estranea, quasi ostile in quel frangente. Pensò persino a Carlo, che con le sue spalle strette e le braccia troppo corte sarebbe dovuto andare a fare la spesa da solo, perché quella sicuramente non avrebbe messo piede fuori di casa per tutto il tempo, fobica e ipocondriaca com’era. Se non altro avrebbero passato le giornate insieme, mentre lei se ne sarebbe stata a casa con il gatto che Carlo non aveva ancora deciso di venire a riprendersi. Poco male, almeno le avrebbe tenuto compagnia. Sospettava peraltro che Basquiat fosse più sveglio del suo padrone, il che ne avrebbe fatto un coinquilino più interessante. Non le pesava l’idea di rimanere in casa, aveva tanti libri da parte che voleva leggere, tante serie tv accantonate, film che bramava di vedere. Ma le dispiaceva lasciare quel vestito a metà, e temeva per le sfilate annullate. L’intera pre-collezione non avrebbe forse mai visto la luce. Sì, sapeva che il loro era un settore effimero e superfluo, ma come con i fiori di ciliegio per i giapponesi in quella brevità e fragilità si celavano la bellezza e l’assoluto.

A che serviva vivere se non si poteva aspirare a qualcosa d’altro che la mera sopravvivenza? E d’altra parte, a che sarebbe servito un abito da sposa se, per dire, lo sposo fosse finito sottoterra prima di avere la fede al dito? Di fronte all’immensità di quel pensiero tutto si ridimensionava, certo. Da quel mondo del lusso però, superfluo per definizione, di cui loro erano in qualche modo l’avanguardia, dipendevano migliaia di vite. Le colleghe più anziane avevano imparato a non pensarci, a concentrarsi sul loro lavoro, sulle pieghe, sui punti, macchine da cucire e aghi, un colpo di forbice e avanti verso il prossimo plissé, il prossimo ricamo. Ma lei a tratti lo avvertiva, quel peso incredibile: l’idea di tutte quelle famiglie che dipendevano dal successo delle sfilate, dalla vendibilità di un abito, dall’immaginario che avrebbe innescato, il desiderio di acquisto, di possedere un frammento di quel mondo che prendeva vita fra le sue mani. I loro passi echeggiarono per le scale di pietra, rimbalzando sulla volta intonacata di bianco, il portone che si apriva di fronte a loro.

“Vuoi un passaggio?” Domandò il designer con premurosa cortesia, richiamandola al presente.
Paola sorrise e scosse la testa.
“Ma no, abitiamo ai lati opposti della città!”
Lui alzò le spalle.
“Non mi spiacerebbe, davvero. Avrò tutto il tempo di stare a casa…  Anzi, mi sa che ne avrò più che abbastanza!”

La commosse la gentilezza di quell’uomo di qualche anno più grande di lei e che in fondo conosceva poco. Era molto professionale, cortese ma un po’ distaccato, forse perché era del nord o forse perché amava molto sua moglie anche se era nota per la sua gelosia. Le era sempre sembrata una cosa un po’ assurda: era una donna molto bella e lui vedeva di continuo top model mezze nude, eppure le uniche che non voleva gli si avvicinassero erano le sarte. Forse aveva un immaginario un po’ anni ’50, chissà. Lo sapevano tutti, al lavoro e nell’ambiente, era una di quelle eccentricità da gente ricca che facevano ridere i dipendenti e ispiravano le battute più irriverenti.

Lui ne era consapevole e Paola era convinta che ritenesse la moglie pazza a temere qualcosa da quel team così altamente specializzato e professionale, in cui per giunta l’età media era sopra i cinquant’anni. Ma la gelosia era un animale istintivo e illogico, e nessuno lo sapeva meglio di lei. Per cui rispettava molto il suo capo perché a sua volta rispettava quella fobia coniugale ma al tempo stesso non esitava ad offrirsi di riaccompagnarla a casa con il suo NCC.

“Grazie, ma ho voglia di camminare… Da qui sono una quarantina di minuti a piedi, meglio approfittarne finché si può.”
“Già, da domani tutti a casa”.

Lui aprì la portiera e buttò dentro la tracolla, poi si voltò a guardare il palazzo. Il loro palazzo, il palazzo dell’azienda. Non si era reso conto fino a che punto fosse arrivato a considerarlo casa.
“Ti mancherà?”
Domandò lei istintivamente.

Era la prima volta che gli rivolgeva una domanda personale. Lui ci pensò su un istante. “Sì. Posso disegnare ovunque, ma posso lavorare solo qui. Capisci che intendo?”
Paola sorrise. Sì, lo capiva. Lo capiva fin troppo bene. I luoghi hanno un potere, e la maggior parte delle persone non lo comprende fino in fondo se non quando sono costrette a lasciarli.

“Torneremo”.
Rispose lei sollevando leggermente il mento.
“Sì, torneremo”.

Aspettò che l’auto nera filasse via prima di sollevare lo sguardo verso la colonna, su fino in cima. La Madonna era sempre al suo posto, placida, bianca, immacolata di aspetto e di essenza. Avrebbe voluto condividere la fede di sua madre, così salda e tranquilla, ma non ce la faceva proprio. Però le piaceva la figura di Maria, trovava che avesse un che di incredibilmente coraggioso, la serena fermezza di chi compie il proprio dovere, di chi si mette nonostante tutto al servizio di qualcosa di alto e importante. Avrebbero dovuto averla tutti quella fermezza, adesso. S’incamminò e guardò verso destra, alla piazza deserta. Un silenzio irreale di cui si accorgeva passo dopo passo si era steso sulla città come talvolta la neve. Persino l’acqua nella fontana taceva, limitandosi a lanciare qualche timido bagliore nel riflesso dei lampioni. Allora si voltò anche lei verso il palazzo, il suo lavoro, quella parte così predominante della sua vita. Cercò il logo sopra il portone chiuso. L’iniziale le parve incoraggiarla, sorriderle persino. Come due dita dorate che facevano il segno della vittoria.
Sì, torneremo.

Prima di approdare alla Finarte, sono stata assistente in una galleria d'arte a Via Margutta, guida turistica e stageur fra musei, case d’asta e la rivista ArteeCritica. Vivo circondata dai libri, vado al cinema più spesso di quanto sia consigliabile e viaggio appena posso.

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