Japrisot, l’eccezione al cliché dei polizieschi francesi

Quando Alberto Tedeschi era direttore del Giallo Mondadori disse che i polizieschi francesi erano quasi tutti uguali. Si svolgevano sempre a Marsiglia e il protagonista era spesso di origini italiane. Un duro dal cuore in fondo buono che metteva a segno colpi clamorosi, ma poi finiva puntualmente per rovinarsi per una donna e faceva una fine insulsa, tipo essere ucciso accidentalmente da un flic che dava la caccia a un altro. Perciò, secondo Tedeschi, letto uno letti tutti.
Il Rapace, la locandina del film di José Giovanni

Anche se, paradossalmente, questo cliché è dovuto più che altro al contributo di scrittori non-marsigliesi: i parigini José Giovanni, Jacques Becker, Jean-Pierre Melville, Albert Simonin, Jean Amila, Jean Gabin e il bretone Auguste Le Breton, solo per citarne alcuni.

Il marsigliese con la sigaretta all’angolo della bocca dedito a ogni genere di traffici è diventato, più o meno, l’equivalente del napoletano che mangia la pizza e suona il mandolino, onnipresente perfino nelle opere di americani e italiani. Come dimenticare la serie televisiva Rai del 1975 con Marc Porel, compianta star del poliziottesco?

Finché è arrivato Jean-Claude Izzo e tutto è cambiato. Izzo ha ripreso lo stereotipo con piglio da maestro e lo ha rivitalizzato in modo da rendere Marsiglia un topos letterario inconfondibile. Dopo aver raggiunto il successo in tutto il mondo, ha scatenato un piccolo esercito di emulatori, anche validi, tra i suoi compaesani, come ad esempio René Frégni.

Jean-Baptiste Rossi, in arte Sébastien Japrisot

Nel tempo ci sono stati anche dei marsigliesi atipici, che dal cliché hanno cercato in ogni modo di evadere. Caso esemplare è quello di Sébastien Japrisot, pseudonimo ricavato dall’anagramma del nome vero, Jean-Baptiste Rossi, che sembrava un predestinato essendo marsigliese e di origine italiana. Eppure, in tutta la sua ragguardevole opera omnia, Marsiglia compare assai raramente e quasi di sfuggita.

Nato nel 1931 e morto nel 2003, Japrisot è autore di nove romanzi e diciotto traduzioni dall’inglese. Impossibile dimenticare i western della serie Hopalong Cassidy e la perla della prima versione francese de Il giovane Holden. Attivo soprattutto nel cinema,  l’autore ha firmato cinque regie e nove sceneggiature. La più celebre è quella di Histoire d’O, le altre sono soprattutto noir.

Les mal partis in Francia

JaprisotLa sua opera d’esordio, Les mal partis,  uscì nel 1950 firmata con il vero nome dello scrittore: Rossi. Un libro precoce, scritto da Japrisot mentre ancora frequentava svogliatamente il Lycée Thiers. Diplomatosi nel 1948, aveva convinto la famiglia a mandarlo a studiare a Parigi, alla Sorbona, ma poi si era preoccupato solo di proporre la sua opera alle case editrici.

Obiettivo inizialmente alquanto difficile, dato che era scritta a mano. Il libro doveva essere battuto a macchina e Japrisot utilizzava una postazione che il Quai de l’Horloge metteva a disposizione del pubblico. Fu qui che ebbe la fortuna di conoscere una giovane dattilografa, Germaine Huart, che si innamorò di lui e svolse il lavoro al posto suo. Più tardi, diventò sua moglie.

Il romanzo fu apprezzato e pubblicato dal giovane e temerario editore Robert Laffont. Questi – un marsigliese proprio come Japrisot – accettò il manoscritto nonostante il parere sfavorevole del comitato di lettura e i due fecero amicizia. Pur ottenendo poco successo in patria, il romanzo fu molto apprezzato negli USA e – dopo aver vinto il Prix de l’Unanimité nel 1966 – arrivò in Italia.

Storia d’amore di una suora

Edito dalla Milano Libri nel 1979, Les mal partis uscì in Italia con lo stesso titolo del film diretto da Japrisot: Storia d’amore di una suora. Pur essendo famoso col suo pseudonimo, l’autore ancora una volta si firmò Jean-Baptiste Rossi. Les mal partis, che letteralmente significa “i mal partiti”, ovvero “quelli che mal cominciano”, è tornato recentemente a disposizione del lettore italiano grazie alla Adelphi, con il titolo La cattiva strada. Un titolo che ricorda Dè Andrè.

Japrisot in Italia ha avuto una qualche popolarità solo negli anni ’70, grazie alla traduzione di alcuni suoi gialli di successo, come Scompartimento omicidi, Trappola per Cenerentola, La signora dell’auto con gli occhiali e un fucile o La corsa della lepre attraverso i campi, che si possono ancora ritrovare, scartabellando tra bancarelle anche virtuali, in suggestive edizioni d’antan. Come i Gialli Feltrinelli K350 o i Gialli Garzanti: non quelli delle tre scimmiette, ma quelli posteriori, con le inconfondibili copertine firmate da Fulvio Bianconi. Les Mal Partis, però, non è certamente un giallo.

Japrisot, Sagan e Radiguet: narratori francesi del ‘900 a confronto

Nella narrativa francese del ‘900 sono tutt’altro che rari i romanzi che parlano di turbamenti sentimentali di adolescenti coinvolti con adulti: basterebbe ricordare Bonjour tristesse di Françoise Sagan (1954), con il legame un po’ morboso che unisce la protagonista al padre vedovo, e soprattutto Le diable au corps (1923) di Raymond Radiguet: la storia di un amore senza un domani tra uno studente e la giovane sposa di un soldato al fronte durante la Grande Guerra. Proprio Le diable au corps è stato chiamato in causa quale modello di Les mal partis per via del legame tra un adolescente e una donna adulta, ma i due romanzi sono profondamente diversi.

Japrisot, diversamente da Radiguet e dalla Sagan che per la narrazione utilizzano la prima persona, sceglie di scrivere in terza persona. Così rimane quanto più possibile equidistante dai due personaggi principali.
I suoi protagonisti hanno 12 anni di differenza, lui quattordici e lei ventisei. Uno scarto d’età maggiore rispetto agli amanti de Il diavolo in corpodove lui ne ha sedici e lei diciannove. In più c’è un elemento che scompiglia tutte le premesse: lei è una suora e, praticamente, di qualunque cosa si possa mettere in gioco in una relazione intima, ne sa ancora meno di lui, che almeno ha potuto ascoltare le spacconerie dei compagni.

La trama de La cattiva strada

JaprisotNella Francia sotto il regime di Vichy e quindi ancora occupata dai nazisti, nel 1944, in una città mai espressamente nominata (che tuttavia potrebbe essere proprio Marsiglia), Denis va al ginnasio in un collegio di gesuiti. È l’unico figlio di una coppia borghese e tradizionalista. Palesemente, la sua vita familiare lo soffoca. La scuola è quasi una valvola di sfogo, anche se la sua indisciplina, peraltro condivisa da molti compagni, gli costa parecchie sanzioni disciplinari. Un giorno resta affascinato dalla visione improvvisa di una giovane suora. Da allora, pur di rivederla, si mette a fare volontariato in un ospedale. I due si parlano e si presentano.

Quando Suor Clotilde tornò ad essere Claude

Suor Clotilde è gentile e discreta, ma anche ferma nel tenerlo a distanza. Almeno fin quando lui non scompare per qualche giorno, allora lei si accorge di sentirne la mancanza. Dal momento in cui si rivedono, la vicenda sembra subire una netta accelerata, che trova il suo culmine quando lei lo riceve, spogliata dall’abito monacale, nel piccolo appartamento lasciato libero da una conoscente. In quel momento, suor Clotilde torna a essere Claude, la ragazza che era prima del noviziato, o meglio la ragazza che non ha mai avuto la possibilità di essere in precedenza. Nessuno dei due ha la benché minima esperienza di intimità, ma la passione che divampa è più forte anche di questo. Da quel momento in poi Denis frequenta regolarmente la suora con la scusa di farsi dare delle ripetizioni.

L’occasione

Durante la fatale estate del D-day e della Liberazione, Claude riesce a convincere i genitori di Denis a lasciarlo andare nella sua casa di campagna, al sicuro da bombardamenti e combattimenti. I due vivono letteralmente fuori del mondo e della realtà. Denis arriva addirittura ad augurarsi che la guerra duri all’infinito, in modo che gli altri siano distratti da altri pensieri e li lascino in pace.

Nel frattempo, non si rendono conto che in paese tutti sanno e tutti sparlano. Quando la notizia arriva ai genitori di Denis e alla superiora di suor Clotilde, i giovani vengono richiamati in città e separati a forza… e qui mi fermo con la trama.

L’evoluzione dei personaggi

La differente conclusione rispetto a Le diable au corps, è la naturale conseguenza di un andamento molto diverso. Denis, nonostante resti comunque un adolescente, vive un’intensa maturazione che si esprime con sentimenti veri e profondi. Diverso l’atteggiamento del narratore senza nome del libro di Radiguet, che sembra divertirsi a manipolare l’amante in tutti i modi e rimane freddo, quasi sollevato alla notizia della sua morte. Ancora più complesso il personaggio di Claude. Attraversando una vera crisi, si rende conto che la vocazione – valore centrale della sua vita – era stata soprattutto la risposta alle aspettative che tutti, a partire dai genitori, riponevano in lei.

Il contesto

È significativo come la guerra e tutto il corollario di atrocità che porta restino sempre sullo sfondo, senza pesare più di tanto. Soltanto due volte la guerra compare nella narrazione: quando alcuni tedeschi in fuga passano per la casa di campagna dove stanno Claude e Denis e chiedono loro aiuto. Poi quando – per una beffa del destino a Liberazione già avvenuta – il migliore amico di Denis, Pierrot, viene colpito dall’esplosione accidentale di una mina.

Qualcuno ha sottolineato come la dimensione fortemente contestataria della coppia di protagonisti – verso le autorità cui sono soggetti e verso la morale della comunità di cui fanno parte – appare in qualche modo estranea alla mentalità del tempo in cui il libro uscì. Siamo in una Francia ancora divisa tra collaborazionisti e partigiani. Il 1950, poi, è lo stesso anno in cui muore, ancora prigioniero, il più controverso personaggio della storia francese del ‘900: il maresciallo Philippe Pétain, l’eroe della Grande Guerra che aveva guidato il governo fantoccio di Vichy e per questo si era guadagnato l’odio del suo ex pupillo De Gaulle, che lo avrebbe voluto davanti al plotone d’esecuzione. Una storia sulla quale il dibattito è ancora aperto dopo settant’anni.

Questo nocque alla fama del romanzo che, vendute soltanto 100 copie,  fu seguito dall’insuccesso di un altro libro. Perciò Jean-Baptiste Rossi, in arte Japrisot, si mise a fare il pubblicitario e si riaffacciò alla narrativa solo nel 1962. In ogni caso, contrariamente al discreto successo avuto negli USA, Les Mal Partis in Francia non fu quasi per nulla apprezzato, se non da intellettuali come Sartre, Robert Merle e, in tempi più recenti, Emmanuel Carrère. Eppure si tratta di un libro di quelli che si divorano tutti d’un fiato e che restano impressi.

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

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