Il primo giorno di vacanza

Il primo giorno di vacanza

Un messaggio per sapere come stava.

Da quando era rintanata a casa, come tutti, a causa della pandemia, aveva sentito il bisogno di ristabilire l’ordine delle sue priorità.
C’erano persone che aveva allontanato dietro la promessa di un “prima o poi ci chiariremo”, promessa che poi era inciampata nell’incertezza di un evento che era piombato nella vita di tutti gli esseri umani da un giorno a un altro, sconvolgendone i programmi. Trasformando le loro vite in incubi.
L’idea di non baciare, di non abbracciare, ma anche di non poter prendere più una birra con un amico era reale e inconcepibile allo stesso tempo. Il mondo stava prendendo una strada sconosciuta. Una piega diversa. Anna per prima aveva ricominciato a pensare. Aveva trovato il tempo di farlo nelle notti insonni, che le tenevano compagnia insieme ai progetti futuri sempre più simili a sogni sognati. Più a incubi, che a concrete speranze.
Aveva letto di una dottoressa americana, che aveva lavorato per settimane nel reparto rianimazione dei malati di Covid con turni estenuanti, dopo essere stata contagiata e dopo essere guarita, era stata ricoverata di nuovo per esaurimento nervoso e alla fine si era uccisa. Uccisa, perché incapace di sopravvivere a quel dolore, per non aver salvato i suoi pazienti dalla morte.
Può la vita cambiare così velocemente il suo corso mettendoci nella condizione di compiere gesti che mai avremmo pensato di poter anche solo prendere in considerazione fino a due mesi prima?

Il giorno che si era fatto vivo, dopo anni di silenzio, Anna non ne aveva voluto sapere. Era stanca e impotente davanti a lui, a quel fallimento che era stata la loro storia, a quel figlio che non era arrivato, a quell’amore così unico da infrangersi davanti alla prima difficoltà.
Lei stava bene. Lui questo lo doveva capire e accettare. Voleva che la pregasse, che si accorgesse che per loro erano finiti anche i minuti di recupero. Addirittura i supplementari, quei minuti in più che si danno solo per le grandi competizioni, con cui si può vincere un Mondiale. Cosa c’era in palio? Un amore che torna, di quelli che fanno dei giri immensi, di quelli che non moriranno mai, perché di grande amore nella vita ce n’è uno solo?
Quando l’aveva lasciata andare le aveva detto quattro parole: “Tu sarai per sempre”.
Chissà perché voleva infliggerle quella sofferenza, forse per narcisismo. Era sempre stato il loro peggior difetto. “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Anche lei tornava a cercare il consenso di chi la facesse sentire desiderata, bella e intelligente.
Era una specie di gioco ma lui l’aveva gettata nel panico, l’aveva catapultata in un altro futuro cui lei non aveva mai pensato prima. Tutto da rifare, tutto nuovo, un nuovo inizio dove la paura di sbagliare rischiava di paralizzare scelte e progetti.
Quel giorno lontano di primavera era entrata in una realtà diversa, senza libretto di istruzioni. Da allora, i libretti d’istruzione li avrebbe sempre buttati via. Nella vita le istruzioni non esistono e lei era una che risolveva i problemi, una di quelle che non hanno bisogno di nessuno a spianargli la strada. Lo era diventata da quel giorno lì in cui era stata lasciata sola.

Aveva iniziato a risistemare le foto, erano in disordine e sparpagliate ovunque. Occupavano una parte considerevole della libreria ed era un peccato, dal momento che sul comodino c’erano libri in fila d’attesa.
Lo aveva fatto per loro, se fosse stata un libro avrebbe voluto mostrarsi dallo scaffale. Essere messa in vista per dar sfoggio del titolo e della copertina rigida in tessuto verde acqua con lettere d’oro. Era narcisista anche in questo, quello che le apparteneva era bello.
Iniziò a selezionare le foto da tenere e quelle da buttare. D’un tratto comparve la foto, quella di quel giorno felice… che nemmeno si ricorda più quanto tempo è passato. Eppure era immortalato un attimo la cui euforia era tornata immediatamente a colmare il cuore e a scaldarle guance, a frizzare nello stomaco.
Il potere di una foto di trasportarti nel tempo e scaraventarti in quel preciso istante dove un’emozione è sempre vera e intensa. Nel bene e nel male. Quel momento quando ancora non sai come andrà a finire, quando la strada davanti è lunga e non è piena d’incognite ma di sorprese.
Avrà avuto 21 anni, i capelli appena bagnati e liberi nell’aria, davanti una distesa di mare trasparente. Un costume rosa, con l’abbronzatura dorata e la chioma talmente bionda da apparire a tratti bianca. L’acqua del mare scompariva mentre i piedi ci s’immergevano appena. Una mano, che entrava nell’obbiettivo fotografico priva del suo possessore, la spingeva sul fianco come a farla cadere in acqua. Il suo volto traboccava di vita, come se tutta quell’acqua che si apprestava ad accoglierla le fosse entrata dalla punta immersa del piede per tutto il corpo fino a riempirle gli occhi e a tirarle la bocca in un sorriso tanto.
Fu un giorno speciale, il primo giorno delle vacanze, quelle in cui lo aveva conosciuto.

Ore 18:00, alla televisione passava il bollettino quotidiano.
Il capo della Protezione Civile snocciolava numeri impressionanti di decessi, infettati e guariti. La fase 2 era lontana.
Il cellulare era alla portata. Voleva dirglielo che quella estate lì era stata la più bella della sua vita. Lo avrebbe capito? Questa pandemia lo stava cambiando oppure era rimasto l’insensibile di sempre? “Stupiscimi!” si era detta dopo aver premuto il tasto invio.
Passarono i giorni e lei si dimenticò di quel messaggio, finché una mattina vide una bustina con un 1 in corrispondenza del nome di lui che lampeggiava sullo schermo.
Non la aprì. Fece colazione con comodo. Andò al bagno si fece la doccia, si vestì e si truccò. Voleva essere pronta come per un appuntamento. Voleva leggere quel messaggio come se lo avesse davanti a lei a guardarla dritta negli occhi.
Poi si sedette al tavolo, vicino alla finestra perché il raggio di sole le catturasse il volto, e aprì la bustina virtuale per scorgere la risposta.
“Era una vita fa”.
Quattro parole. Quattro sufficienti a farle capire che nemmeno la pandemia poteva cambiare certe teste. Certe teste di cazzo. Non fece una piega, non un commento ad alta voce, non una risata isterica anche se la pancia era piuttosto in movimento.
La libreria era ancora sottosopra. Fece pulizia di tutto quello che era superfluo. Tranne di quella foto lì, il primo giorno della vacanza più bella della sua vita.
Cestinò il messaggio. Sorrise.

 

Il primo giorno di vacanza è il terzo dei nostri racconti della quarantena.
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Giornalista professionista, lavoro presso SlashRadio Web, la radio ufficiale dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, dopo un'esperienza decennale presso La7 nelle redazioni di Omnibus, L'infedele e Zeta. Collaboro con varie testate tra le quali La Repubblica. Nel 2009 ho creato il blog Tacco12Cm.

1 Commento

  1. Il racconto di Chiara e’ bello, luminoso come sa essere lei. Sempre. Un raggio di sole come i suoi capelli e il suo sorriso.

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