La casa dei fiori selvatici, la rivincita di cinque donne in India

La casa è il luogo dove ci sentiamo al sicuro e respiriamo senza affanno. Non è detto che sia di mattoni. Talvolta può essere un angolo di strada, o una persona. Casa è dove conosciamo gli spazi così bene da poterci muovere anche nell’oscurità. Anche quando il buio è dentro di noi. Di questo e molto altro parla La casa dei fiori selvatici di Mathangi Subramanian.

Dopo la laurea alla Columbia University, Mathangi Subramanian è stata prima insegnante e poi analista politica per il New York Council. La casa dei fiori selvatici è il suo primo romanzo, pubblicato in Italia da Editrice Nord a marzo di quest’anno difficile. La sua lettura mi ha accompagnata durante i giorni più duri del lockdown. Nella quarantena imposta per arginare la pandemia, questo libro si è rivelato un buon amico.

L’India e il paradiso tra le baracche di Bangalore

Piene dei profumi dell’India, dei suoi rumori e di sentimenti coinvolgenti, le prime 100 pagine sembravano però scorrere a fatica. Non per noia, ma ci è voluto un certo sforzo per potermi immerge con la mente in quelle strade affollate e poi nelle baracche di Bangalore. Comunque ci sono riuscita. D’improvviso c’ero anche io in quell’aria densa, fra le pentole di verdure messe a bollire accanto alle stoffe sciupate di sari malandati.

Tutta la storia raccontata nel libro La casa dei fiori selvatici si sviluppa in questa città, capitale dello Stato di Karnataka, nel sud dell’India. Un formicaio di oltre otto milioni di abitanti ammassati in quartieri fatti di capanne di paglia, mattoni scuri e lamiere, che periodicamente i bulldozer, su comando del governo locale, radono al suolo fra le grida disperate delle donne.

Finito di piangere, si ricostruiscono altre baracche fatiscenti e tutto ricomincia in un eterno samsara, l’antico termine sanscrito che descrive il ciclo di vita, morte e rinascita, spesso raffigurato come una ruota. Uno di questi quartieri si chiama swarga che, in kannada, la lingua principale parlata a Bangalore, significa “paradiso“. Spesso, dice una delle protagoniste del romanzo, chi non è nato lì leggendo quel cartello ride, ma:

Noi no. Perché quel nome è assurdo, ma non è sbagliato”.

Le donne

la casa dei fiori selvaticiSapete perché non è sbagliato? Perché per Banu, Deepa, Rukshana, Padma e Joy – le protagoniste di questa storia – Paradiso significa casa. È un luogo pieno di povertà, di immondizia e fame, di lavoro massacrante e forsennato per poter mangiare, ma è il loro luogo sicuro. Il nido dove possono essere loro stesse e proteggersi l’una con l’altra in un’amicizia senza tempo. Dove l’ajji (la nonna) di Banu può regalare le sue esperienze e la sua saggezza, benché ammantate di misteri che lei tace. Dove le loro amma (le mamme) possono custodirle al sicuro. Dove Deepa, seppur cieca, può danzare. Dove Joy, nato maschio nel corpo ma femmina nell’anima, non deve temere né le violenze né lo scherno. Qui, a Paradiso, loro cinque possono perfino andare a scuola. E nell’India lacerata di dolore e povertà non è affatto scontato che una bambina possa studiare.

Le figlie femmine sono quasi una sciagura per le famiglie indiane più povere: devono procurar loro una dote al fine di combinare un matrimonio il prima possibile e mandarle via da casa. Che vadano a mangiare da un’altra parte, nell’attesa che mettano al mondo maschi! Preché se partoriscono altre femmine la disgrazia si ripete…

Ma a Paradiso loro possono studiare perché c’è la scuola di Janaki Ma’am, la direttrice. Cresciuta in orfanotrofio, si è presa la sua rivincita sull’esistenza e si è fatta una posizione che l’ha liberata dalla necessità di sposarsi. Per questo vuole un futuro migliore anche per ognuna delle sue allieve. Vuole per loro il college affinché possano avere una possibilità di scegliere di essere ciò che desiderano. Non solo donne, non solo madri, non solo serve.

Gli uomini

la casa dei fiori selvaticiGli uomini a Paradiso sembrano corpi estranei. Al mattino svaniscono fra lo smog delle zone industriali nelle quali vanno a lavorare. Si sono trasferiti qui con le famiglie, venendo dai villaggi in campagna, nella speranza di vivere un po’ più agiatamente. Anche se la madre di Padma, senza i colori dei paesaggi e l’aria del suo villaggio natio, è quasi impazzita di malinconia.
La sera, dopo il lavoro, gli uomini – padri e mariti – si ubriacano. Quando tornano a casa sono incattiviti, spesso picchiano mogli e figlie e quei pochi che non lo fanno, sono quelli che le donne chiamano bravi uomini. Sono una minoranza sparuta. La povertà, la fatica e l’ignoranza abbrutiscono.

Una vita migliore


Padma ha dovuto raccogliere buste e buste di fiori per pregare le divinità di riuscire a convincere il padre a lasciarla andare a scuola. I fiori profumatissimi e selvatici che vengono chiamati frangipani, ma che a Bangalore sono conosciuti come i fiori degli dei. Padma impara così una lezione fondamentale per la vita, che non si trova in nessun libro:

“Impara a chiedere. A desiderare. A sperare. Impara a rispondere a una fame che non risiede nello stomaco, ma altrove”.

Quel tipo di fame che ci consente di non arrenderci, quali che siano le latitudini e la casa in cui siamo nati. C’è un albero a Paradiso che per Banu, Deepa, Rukshana, Padma e Joy non è come tutti gli altri alberi. Soprattutto per Rukshana quel vecchio mandap, un banano, è un modo per sollevarsi da terra, un modo per arrampicarsi ed essere sé stessa, da sola. È lì che lei e Leela si innamoreranno di un amore in India proibito. Non potranno mai sposarsi. A Bangalore quasi l’intera popolazione è di religione induista.

I matrimoni indù si celebrano al mattino. Sembra che le prime ore del giorno siano di migliore auspicio. Le promesse sembrano meno fragili. La notte invece il mondo è un vortice di incertezza”.

“Tu sei esile come una promessa” è la frase che mi ripeteva spesso una persona per me molto importante, quando mi guardava nella mia magrezza di allora. In quelle parole e in questo libro, La casa dei fiori selvatici, ho percepito tutta la fragilità delle cose che si promettono nel presente per essere dimenticate in futuro. E anche tutta la fragilità mia, bionda e occidentale, eppure per nulla differente dalla fragilità delle donne di Bangalore, dai capelli neri e lucidi. La fragilità delle promesse non mantenute. E se non succede che vengano tradite è quasi un miracolo. O è amore.

Classe 1975, vivo a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. Laureata in Filosofia. Atea, liberale, appassionata di letteratura e arte, sono docente educatrice presso il Convitto Nazionale "G. Leopardi" di Macerata. Ho insegnato Filosofia, Storia e Psicologia in vari licei. Studio bioetica del fine vita e organizzo eventi di approfondimento su questo tema.

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