Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong

Quando un poeta si mette a scrivere un romanzo, quando cioè la poesia viene messa in prosa, nascono delle opere straordinarie come Brevemente risplendiamo sulla terra, edito da La Nave di Teseo, uno di quei libri che ti rimangono addosso e che difficilmente si dimenticano. Il poeta in questione è Ocean Vuong, nato in Vietnam nel 1988 e arrivato all’età di due anni negli Stati Uniti, insieme alla madre e alla nonna, in fuga da un paese da poco uscito dalle fiamme.

Ocean VuongQuesto è il suo romanzo d’esordio, ma nel 2017 si era già fatto notare vincendo il prestigioso premio letterario “T.S. Eliot Prize” con la raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita.

Il linguaggio del suo romanzo è poetico e delicato, mentre la struttura narrativa, ben costruita, è tipica della tradizione orientale, che non conta sul conflitto e la contrapposizione per far procedere la storia, ma si muove invece per affinità, accostamenti e sottili deduzioni.

Il protagonista della narrazione è Little Dog, chiamato così perché i figli più fragili vanno protetti dagli spiriti maligni con nomi ancora più malvagi. E’ lui che da adulto scrive una lunga lettera a cuore aperto a sua madre, dove racconta le vicissitudini famigliari attraverso la violenza della guerra, la fuga e l’emigrazione alla conquista della propria libertà, che «non è altro che la distanza tra un cacciatore e la sua preda».

Nella lettera racconta risvolti molto intimi della sua crescita personale e sentimentale, le sue tante paure durante l’adolescenza, la droga, la presa di coscienza della propria omosessualità, la scoperta dell’amore… ma la certezza che quella lettera sua madre non la leggerà mai, semplicemente perché non è in grado di leggerla, cioè è completamente analfabeta, è forse per Vuong l’unica condizione che ha reso possibile il fatto di scriverla.

Ocean Vuong«Ciao Ma’, ti sto scrivendo da un corpo che un tempo è stato il tuo, e ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola in più che ci allontana. […] Non ti sto raccontando una storia ma piuttosto un naufragio, i pezzi galleggiano, finalmente leggibili».

Brevemente risplendiamo sulla terra racconta la storia di quel bambino di due anni che, crescendo, prova a integrarsi nell’America degli anni Novanta con tutte le difficoltà d’approccio che ne conseguono. E non deve pensare solo a se stesso ma anche a sua madre Rose, che ancora si trascina dentro i fantasmi della guerra ed è priva degli strumenti necessari ad affrontare il nuovo mondo in cui le è capitato di vivere e:

«Se ti porti la guerra dentro, in qualunque parte del mondo andrai sarai sempre straniera».

La madre ha una sindrome da stress post-traumatico che si manifesta in violenti scoppi di rabbia contro il figlio, alternati a gesti di tenerezza assoluta. È illetterata, non sa leggere e, anche se lo sapesse fare, non sa una parola di inglese, quindi lei vive attraverso Little Dog, che rimane l’unica chiave d’accesso a una realtà per lei altrimenti impenetrabile.

«Mi dici sempre di rendermi invisibile, Ma’, perché secondo te già ho la disgrazia di essere vietnamita. […] E infatti io non faccio altro che comporre parole, e proprio come una parola io non ho alcun peso in questo mondo, eppure porto con me e in me la mia stessa vita».

Little Dog deve crescersi da solo perché sua madre, oltre a vivere in un mondo tutto suo, lavora come una pazza e torna a casa stremata, troppo stanca anche per compiere la mansione più naturale per una donna: essere mamma.

Rose si guadagna da vivere in un centro estetico, dove passa le giornate a fare manicure e a lavare i piedi delle clienti, in un ambiente saturo dell’odore nauseabondo dell’acetone usato per togliere lo smalto delle unghie.

«La parola pronunciata più spesso nel centro estetico era “Scusa”.»

Scrive a un certo punto Ocean Vuong.

«Era il ritornello che segnalava cosa significava lavorare al servizio della bellezza. Ho visto tante lavoratrici, chine sopra la mano o il piede di una cliente, chiedere scusa decine di volte durante una manicure da quarantacinque minuti, sperando di generare una scia calorosa che avrebbe facilitato l’avvicinamento alla meta finale, una mancia, solo per dire di nuovo scusa lo stesso quando nessuna mancia veniva data. Nel centro estetico, “Scusa” è uno strumento che qualcuno usa per assecondare e compiacere finché la parola in sé non si trasforma in moneta. È l’abbassarsi di una persona affinché la cliente si senta bene, superiore e caritatevole».

Nella loro fuga dal Vietnam si era unita Lan, la nonna di Little Dog, che condivide la scena della narrazione con i suoi ricordi della guerra e degli stenti, scappata da un matrimonio combinato e poi costretta a vendersi ai soldati americani per mantenersi.

«Lan significa Orchidea. Lan è il nome che si è data da sola, perché era nata senza nome. Perché sua madre si limitava a chiamarla Sette, il numero nell’ordine in cui era venuta al mondo dopo i suoi fratelli e le sue sorelle. Era stato solo dopo essere scappata dal matrimonio combinato con un uomo che aveva il triplo dei suoi anni che Lan si era data un nome; aveva diciassette anni».

Ocean VuongBrevemente risplendiamo sulla terra è un inaspettato ed eccezionale romanzo di formazione in forma epistolare, dalle raffinate metafore con riferimenti agli animali e alla condizione umana, in grado di farci rivivere con il protagonista tutti gli stati d’animo del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, toccando temi importanti come l’identità, la diversità, le trasformazioni possibili all’interno di una vita.

Ocean Vuong è innanzitutto un poeta, e infatti questo suo romanzo è impregnato di poesia e di magnifiche immagini figurative, scritto con una lingua che richiama tutta la delicatezza e la forza della composizione lirica, in un originale concentrato di retaggio asiatico e cultura occidentale.

Con la sua scrittura, l’autore glorifica la straordinarietà delle esistenze di chi non è ascoltato, degli albori e dei crepuscoli degli emarginati, della bellezza di ogni alba e della sopravvivenza da ogni tramonto:

«Perché il tramonto, come la sopravvivenza, esiste solo nel momento in cui sta per sparire. Per essere bellissimi e risplendere su questa terra, prima qualcuno deve vederci, ma essere visti significa essere prede».

Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

Lascia un commento

*

Accetto la Privacy Policy