‘Scrivo per vivere meglio le abitudini della mente’. I 5 migliori libri di un lettore onnivoro

Alejandro Prieto – Wildlife Photography
Mi presento, brevemente. Sono un lettore disordinato e insaziabile che si affida per lo più al fiuto, un lettore che presuntuosamente ritiene di non farsi accalappiare dalla pubblicità e dalla promozione che stanno spesso dentro le cosiddette “critiche”.

A questo proposito, se posso aprire una parentesi, trovo scorretto che sempre più spesso le recensioni di romanzi italiani vengano affidate a colleghi italiani degli autori, i quali domani si troveranno recensiti a loro volta dagli stessi che hanno recensito, in un circolo lobbistico pericoloso che non fa bene ai libri (vedi “la Lettura”, “Robinson”, “Tuttolibri”, tanto per non fare nomi).
Sono un lettore che non corre dietro all’attualità e che, stregato dall’immagine, coltiva una passione anche per la narrativa grafica. Da un po’ di tempo leggo una quarantina di libri all’anno (romanzi, saggi, poesia e graphic novel).
Indicherò 5 titoli tra quelli letti tra luglio 2019 e giugno 2020. E’ stata una buona annata per quanto mi riguarda.

5 migliori libri1) Preghiera per Černobyl’
di Svjatlana Aleksievič
1997, traduzione di Sergio Rapetti
*  *  *  *  *

Letto dopo aver visto la miniserie Černobyl’ che mi aveva aperto tanti interrogativi su quella tragedia. Volevo sapere che ne era stato di quelli che l’avevano vissuta, che cosa era cambiato dentro di loro.

Svjatlana Aleksievič pratica la sottile arte di scrivere libri, tutti i suoi libri, con le parole degli altri. Sì, perché Svetlana va in giro a parlare con le persone e a raccogliere le loro testimonianze. Ad ascoltare quello che hanno dentro e che lei riesce, con rara capacità maieutica, a fargli venir fuori. Poi compone i suoi libri mettendo insieme come tessere in un mosaico le parole che le sono state affidate. Senza alterarne la portata e il carico di sofferenza, di speranza o di disperazione che spesso vi sono inclusi.

“Proprio dando voce a tutte le voci degli altri io ho imparato a modulare la mia, a scrivere”.

Nella motivazione del Nobel per la letteratura che ha ricevuto nel 2015 viene definita “polifonica scrittura”. Sembra facile. Ma provate a dare un’anima, un senso a parole sparse, a seminarle e farle germogliare. Preghiera per Černobyl’, ha rivelato l’autrice, è stato per lei il libro più difficile da scrivere. Oggi Aleksievič sta lavorando a due libri, uno dedicato all’amore, così come lo raccontano le donne, l’altro alla vecchiaia. Li aspetto.

2) Gilead di Marilynne Robinson
2004, traduzione di Eva Kampmann
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5 migliori libriIl libro con il quale l’autrice ha vinto il Pulitzer nel 2005, è una lunga lettera-testamento in forma di diario. A scriverla per il figlio di sette anni è John Ames, diventato inaspettatamente marito e padre a quasi settant’anni, pastore congregazionalista in uno sperduto, e inesistente, paesino dell’Iowa, Gilead: proprio come quello che compare nel Racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Ed è un inno alla vita in tutte le sue espressioni, che va ben al di là delle “cose che ti avrei detto se fossi cresciuto con me, cose che a mio avviso dovrei insegnarti come padre”.

Nel momento in cui sente avvicinarsi la morte, John scrive delle cose che per lui contano. E lo fa con una leggerezza infinita, sia quando rilegge la storia della sua famiglia, sia quando si abbandona alle emozioni quotidiane più semplici, sia quando lascia affiorare anche delle questioni teologiche. Il suo è uno sguardo limpido, pieno di stupore e di gratitudine nei confronti della vita. Senza mai un’ombra di enfasi, senza toni predicatori (nonostante in soffitta ci siano casse piene dei suoi sermoni!), né saggi consigli. Lontano da ogni stereotipo letterario o religioso. È un libro sulla grazia e sulla bellezza, ma senza alcuna aria solenne. Come quando John Ames ci invita ad “ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare”.

Gilead fa parte di una singolare trilogia, comprendente anche Casa e Lila che raccontano più o meno la stessa storia cambiandone la voce narrante (in Lila, per esempio, è la moglie giovane, tardivamente sposata da John) e arricchendola di altri particolari. Ma ogni libro vive anche in piena autonomia. Forse è un libro che non si legge tutto d’un fiato, Gilead. Necessita di pause, ma ogni volta si riparte rinvigoriti.
Ho detto prima che la cittadina di Gilead non esiste. Mi correggo. Grazie ai tre libri di Marilynne Robinson adesso esiste, come esiste la Holt di Kent Haruf. I lettori lo sanno.

Una curiosità. Marilynne Robinson è stata intervistata da Barack Obama il 14 settembre 2015 a Des Moines, in Iowa, lo stato americano dove lei vive e lavora, quando Obama era ancora il Presidente degli Stati Uniti d’America. Attenzione, è stato lui a intervistare lei e non viceversa. Obama inizia dicendo: «Ci è venuta questa idea: perché non fare quattro chiacchiere con qualcuno che mi piace proprio e vedere cosa ne esce? E tu eri la prima della lista». La lunga intervista è stata pubblicata in due parti sulla New York Review of Books ed è leggibile (e ascoltabile) anche in rete.

3) Chesil Beach di Ian McEwan
2007, traduzione di Susanna Basso
*  *  *  *  ½

5 migliori libriÈ il romanzo che Baricco avrebbe voluto scrivere, come ha confessato lui stesso su “Repubblica” del 26 agosto 2012: “un libro che non potrò più scrivere, dopo di lui, ma che covavo da sempre”. Continuando poi, con inevitabile umiltà, “Be’, ovviamente, è meglio per tutti che l’abbia scritto lui”. Da parte mia, mi trovo nella condizione di chi ha scoperto tardi un amore e cerca di recuperare il tempo perduto. È il secondo romanzo di McEwan che ho letto, dopo Espiazione, ma oggi sono arrivato a cinque titoli suoi e ho intenzione di continuare.

Chesil Beach racconta l’amara prima notte di nozze di due giovani negli anni ’60. Non posso dire di più, per rispetto di chi non lo ha letto. È un romanzo che va ben al di là del quadro sociale, che pure è presente in sordina, con i suoi protagonisti impacciati e incapaci di elaborare le loro emozioni senza esserne travolti. La prosa limpida di McEwan non ha bisogno di ulteriori commenti così come la precisione maniacale della sua scrittura, assecondata dal dondolio del tempo tra il presente e il passato.

Mi capita di tornare a volte a quel finale, così doloroso e così denso, in cui tutto potrebbe ancora cambiare. E vado a rileggermi l’ultimo paragrafo, da antologia, quasi per verificare che nulla è cambiato. Poco più di venti righe, ma sono una vita. Tornare su quella spiaggia di ciottoli, incantevole, fa bene anche per ricordare “come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa”. Trovo straordinario che McEwan riesca a far passare il suo rammarico per come sono andate le cose senza mai dichiararlo, sempre sottovoce, attraverso questa scena perfetta, quasi a dire: “Vorrei proprio salvarli, caro lettore, ma non posso!”.

Chesil Beach di Dominc Cooke, 1918

Ma c’è ancora una cosa che volevo dire a proposito di Mc Ewan. Un sassolino che mi vorrei togliere dalla scarpa. Ed è una domanda che gli vorrei fare, con molto tatto, se avessi l’occasione di intervistarlo. Ecco. Molti suoi romanzi sono diventati dei film, a volti sceneggiati da lui stesso. Chesil Beach è uno di questi. Perché nel film ha allungato il brodo con quei quasi venti minuti inutili comprensivi di una scena finale falsa e posticcia? Com’è più forte il romanzo, che non dice niente di più di quanto va detto.

4) Esercizi di sguardo
di Luca Dal Pozzolo, 2019
*   *   *   *   *

5 migliori libriQuesto è un libro che appartiene alla categoria, per me fondamentale, che mi piace denominare “saper vedere”, sulla scorta di un vecchio fantastico libro di Matteo Marangoni, intitolato appunto Saper vedere, lettura quasi d’obbligo negli anni ’60. Come ho già detto, sono un patito dell’immagine e ogni cosa che mi insegni a vedere e a entrare dentro le immagini è per me la benvenuta. Luca Dal Pozzolo è un architetto e docente, particolarmente attento ai problemi attinenti alle trasformazioni urbane e al patrimonio culturale. Come indica il titolo stesso, Esercizi di sguardo si concentra sulla pratica del guardare. La capacità di guardare non è innata. Si costruisce, si può costruire. Lo sguardo non è mai innocente, è sempre il risultato di una costruzione culturale. Allora bisogna allenarlo a cogliere quel “tessuto di reti visibili e invisibili che sono inscritte nel territorio”, a leggere non solo i dipinti e le statue, ma la città stessa, lo spazio urbano e il paesaggio.  “A prima vista” si vede molto poco.  È necessario affinare lo sguardo aprendoci a nuovi punti di vista, a prospettive inedite, a usare una “seconda vista”. Dal Pozzolo lo fa nel concreto, su opere d’arte, architetture urbane, il paesaggio, territori invisibili perché in realtà non visti.

Vorrei segnalare anche,
quasi un ex-aequo

Non si vede niente

di Daniel Arasse, 2000
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Un titolo che va nella stessa direzione, scritto dal funambolico professore e storico dell’arte, detective del non visto, capace di disquisire per pagine sul pelo della Maddalena o sulla chiocciolina quasi invisibile che il pittore Francesco del Cossa ha collocato sul bordo di un’Annunciazione. Studioso del Rinascimento italiano, Arasse è stato uno dei più brillanti storici dell’arte francesi. In questo libro, poco accademico, ma non per questo meno profondo, prende in esame sei quadri famosi (tra gli altri, la Venere di Urbino di Tiziano e l’Adorazione dei Magi di Pieter Bruegel) concentrandosi su dettagli “scandalosi”, per lo più sfuggiti alle rigorose analisi degli storici paludati.

5) Un amore senza fine di  Scott Spencer
1979, traduzione di Francesco Franconeri
*   *   *   * 

5 migliori libriNon so come sono arrivato a questo romanzo. So solo che mi ha subito conquistato, e sconvolto, e solo in un secondo tempo ho scoperto che è un cult. Purtroppo stravolto e rovinato da due trasposizioni cinematografiche, a cominciare da quella di Zeffirelli nel 1981 (l’altra, del 2014, è firmata da Shana Feste), che ne hanno depotenziato la carica, riportando la storia sui binari dello stereotipo, suggerito da un titolo ingannevole. Quando invece è la storia di un amore incandescente nato in età adolescenziale, un’ossessione furiosa e incontrollabile che brucia la vita di David Axelroad, protagonista e voce narrante. Un amore malato. “Senza fine” – è bene chiarire – non nel senso romantico di amore eterno, ma di sentimento travolgente, incontrollabile e inarrestabile, più vicino alla follia che alla passione (non a caso David passa tre anni in un ospedale psichiatrico). Un sentimento che brucia ogni altra risorsa di vita. È questo che muove David trascinandolo in una spirale di euforia e dannazione.
Jonathan Lethem colloca il romanzo “tra Il grande Gatsby e La rabbia giovane di Terrence Malick”.

Il romanzo di Spencer dimostra che anche il topos letterario più consumato può riservare delle sorprese se trovi un personaggio capace di scardinarlo dall’interno. Spencer ne ha trovato la chiave in una scrittura febbrile che per 600 pagine restituisce perfettamente gli stati d’animo e i deliri del protagonista. Sì, penso sia soprattutto una questione di scrittura. Mi ha fatto piacere trovarne conferma in un’intervista di Spencer, laddove dice:

“Per me, questo libro era principalmente un libro sulla scrittura, così come un quadro, non importa quale sia il soggetto, è alla fine sul… dipingere”.

Permettetemi di terminare con una poesia

Roberta Dapunt

Anche perché ci sono troppi che si autoproclamano poeti. E trovare una voce nuova, autentica, fa bene al cuore.

Scrivo per vivere meglio le abitudini della mente.
Ripeto a voce i versi e li riscrivo
nel buio pesto e ad occhi chiusi,
finché in essi rimane l’anima soltanto
e mi sorprendo le rare volte,
che essa mi si presenta sul quaderno
invitandomi a un sorriso per un attimo contento.

Sono versi di Roberta Dapunt, una poetessa che ho scoperto nel corso di quest’ultimo anno, anche se il suo primo libro di poesie – La terra più del paradiso, dal quale sono tratti i versi su riportati – risale al 2008. Con la sua ultima raccolta, Sincope, del 2018, Dapunt ha vinto il Premio Viareggio Poesia.

Per chiudere, svelo i prossimi titoli che leggerò e perché:

Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong, perché ho visto e ascoltato l’autore in un’intervista on line, nel corso dell’ultimo Salone del Libro di Torino, e mi ha conquistato (leggi qui la nostra recensione).
Olive, ancora lei di Elizabeth Strout, perché Olive Kitteridge sarebbe stato senz’altro tra i libri da me consigliati nell’anno in cui l’ho letto.
Il nostro desiderio di diventare rondini di Attilio e Ninetta Bertolucci, perché amo il poeta e perché mi piacciono gli epistolari d’amore. E poi quel titolo…

Ho lavorato alla Rai e a Mediaset come editor di serie tv. Ho scritto un paio di libri (su Zurlini e Antonioni). Oggi leggo guardo scrivo, a volte medito. E mi dedico a un grande archivio di cinema e visual media.

  1. Grande Cesare mio amico e brillante saggio critico sui libri letti!! Belli i suggerimenti di lettura, sono molto d’accordo sull’inutile finale di Chesil beach, il libro era migliore

    1. Grazie Patrizia! Ma dev’essere proprio un vizio quello di McEwan: qualcosa di simile – in peggio, se possibile – aveva fatto anche con Lettera a Berlino, film molto brutto. non so se l’avevi visto. Va beh, lì c’era pure un miscasting clamoroso!

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