Cigni selvatici. Tre figlie della Cina di Jung Chang

Cigni selvatici. Tre figlie della Cina di Jung ChangIl libro di cui vi voglio parlare oggi è il bellissimo romanzo autobiografico Cigni selvatici. Tre figlie della Cina della scrittrice sino-britannica, Jung Chang. A causa delle numerose e scomode verità che contiene, a quasi trent’anni dalla sua prima pubblicazione, il libro è ancora censurato e considerato illegale in Cina e questo malgrado sia stato tradotto in cinese, oltreché in altre 36 lingue del pianeta. Se guardiamo ai tumulti che sono successi negli ultimi mesi a Hong Kong, è di pura attualità il fatto che tra i titoli da far sparire dalle librerie della ex colonia britannica, in base alla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino, ci sia pure Cigni selvatici.

Si tratta dell’agghiacciante storia della famiglia dell’autrice attraverso il burrascoso Novecento cinese, pieno di rivoluzioni, di guerre, di promesse e di tragedie. Considerando che il regime in Cina è sempre stato bravo ed efficiente nel “difendere” la propria privacy, molto di ciò che viene narrato è praticamente sconosciuto a noi occidentali e, credetemi, venire a conoscenza di certe dinamiche del potere fine a se stesso, è piuttosto sconvolgente.

Cigni selvatici. Tre figlie della Cina di Jung ChangIl Novecento è un secolo fondamentale per la formazione della Cina odierna, con il passaggio da un regime feudale a una cosiddetta repubblica popolare che ha determinato profondi stravolgimenti, sia nel bene che nel male, dell’intera popolazione. Uno dei migliori affreschi di questa faticosa trasformazione, forse il migliore, l’ho trovato proprio tra le pagine di questa autobiografia romanzata, scritta da una ispirata Jung Chang con il contributo del marito Jon Halliday, uno storico irlandese specializzato in Asia moderna.

È una minuziosa cronistoria a livello familiare e sociale, raccontata dando particolare rilievo alle tre figure femminili che ne costituiscono la struttura portante: la nonna che vive nella Cina imperiale, la figlia che vive nella Cina comunista di Mao e la nipote Jung Chang che è la voce narrante. Quest’ultima, dopo aver assistito impotente alle vicissitudini familiari, riuscirà a trasferirsi in Occidente e a raccontare al mondo intero quell’evoluzione del Paese, passato dal Medio Evo alla Rivoluzione e alla modernità in meno di un secolo.

La desolazione maoista

Una parte consistente della narrazione parla del periodo sotto la dittatura di Mao, quel Mao Zedong dall’edulcorata immagine di liberatore del proletariato, di paladino dell’emancipazione umana che con l’inganno delle sue masse sorridenti tanto ha fatto sognare l’élite della sinistra europea.
In realtà non si vedevano le randellate e le sadiche sessioni di denuncia e autocritica, non si veniva a sapere delle decine di milioni di morti per carestia, non si vedeva la demolizione delle opere d’arte vecchie di secoli, compiuta per rimuovere un passato che non fosse quello comunista, e nemmeno si vedevano la povertà e la desolazione che imperversava nelle campagne.

Pubblicato da TEA Editore, Cigni selvatici è un libro coinvolgente (e sconvolgente) e dopo averlo letto vengono i brividi a pensare a quell’epoca di “sessantottini” in cui tanti andavano in piazza a manifestare alzando il famoso Libretto Rosso di Mao, acclamando un modello sociale e politico mistificato dalla propaganda che nascondeva molto bene una realtà di oscurantismo e di culto della personalità del leader.

Un segno distintivo del maoismo era il dominio dell’ignoranza: il fatto che le classi colte fossero un bersaglio facile per una popolazione ancora in gran parte analfabeta, il profondo risentimento di Mao contro l’istruzione scolastica e la gente istruita, la megalomania che lo portava a disprezzare le grandi figure della cultura cinese, la sua noncuranza per quegli aspetti della civiltà cinese che in realtà non capiva, come l’architettura, l’arte e la musica, erano altrettanti motivi per cui Mao aveva distrutto gran parte dell’eredità culturale del paese. Mao lasciò una nazione non solo abbruttita, ma anche squallida, in cui restava ben poco della gloria passata e della capacità di apprezzarla.

L’autrice è brava nel mettere le vicende personali insieme alla complicata e controversa Storia cinese, quella con la “S” maiuscola, che viene svelata senza mezzi termini. Il libro diventa quindi anche un’importante fonte storica, perché rivela situazioni che anche i media hanno preferito evitare.

In questa intervista l’autrice racconta che aveva 14 anni quando c’è stata la Rivoluzione Culturale in Cina. Le scuole hanno chiuso e gli studenti sono stati incoraggiati ad attaccare i loro insegnanti. Ha visto i suoi professori che venivano torturati. Anche suo padre è stato arrestato e torturato, quindi portato in un campo di prigionia dove poi è morto. 

Attraverso i fatti della vita quotidiana, Jung Chang narra l’evolversi, che spesso è l’involversi, del suo Paese. La decodificazione di come un intero popolo possa alienare la propria soggettività, sostituendola con una coscienza collettiva dettata dal Partito, dove l’esaltazione del popolo si traduce in totale assenza di vita privata e in massicce epurazioni legate a una bieca e crudele propaganda.

Da bambina mi ero fatta un’idea dell’Occidente come di un miasma di povertà e di squallore, sul tipo della Piccola fiammiferaia, la favola di Hans Christian Andersen. Nel periodo in cui ero all’asilo e non volevo finire il piatto, la maestra mi diceva: “Pensa a tutti quei bambini che muoiono di fame nel mondo capitalista!” E a scuola, quando cercavano di spronarci a un maggiore impegno nello studio, gli insegnanti ripetevano spesso: “Siete fortunati ad avere una scuola e dei libri da leggere. Nei Paesi capitalisti i bambini devono lavorare per mandare avanti la famiglia e non morire di fame.” Spesso gli adulti, quando volevano farci accettare qualcosa, dicevano che la gente in Occidente avrebbe fatto i salti mortali per averla, e perciò noi dovevamo apprezzare la nostra fortuna. Alla fine mi riusciva automatico pensarla a quel modo.

Questo pezzo mi fa venire in mente la coscienza geopolitica della popolazione vietnamita di un paio di decenni fa, quando sono arrivato in Vietnam, che era impregnata di una propaganda traboccante di retorica, insegnata sui libri scolastici e regolarmente ripetuta dai mass-media e dagli altoparlanti in strada.

Era in effetti difficile pensarla diversamente o, comunque sia, era più comodo adattarsi al pensiero dominante: l’Armonia sociale di Confuciana memoria, considerata in Oriente il fondamento della civilizzazione di un popolo, veniva quindi preservata.

Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

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