Una vita come tante? Andiamoci cauti…

Vincitore o finalista di non so quanti premi, miglior libro dell’anno per cinque o sei delle principali testate anglosassoni, persino i critici più inviperiti genuflessi davanti all’esotica autrice, recensioni encomiastiche: e così Una vita come tante, di Hanya Yanagihara (pubblicato da Sellerio), era finalmente entrato in casa mia un paio d’anni dopo l’uscita in versione italiana. Poi, sapendo che dovevo stare quarantott’ore segregata in casa ad aspettare i risultati del tampone, mi sono detta, vabbè, è venuto il momento di leggerlo.
Una vita come tante

Su internet lo definivano “un grande romanzo gay di più di mille pagine”, ma dopo essermi riletta durante il lockdown tutti i libri di Christopher Isherwood che giravano per casa nonché L’uomo senza qualità, mi sentivo corazzata per affrontare l’uno e le altre. L’ho cominciato un venerdì sera e l’ho finito la domenica successiva, a notte inoltrata.

Qui lo dico e qui lo affermo: mi ricorda quelle ricette che senza burro né zucchero, ma con un pugno di farina, un po’ d’acqua e poco altro, darebbero vita come per miracolo a torte squisite, fragranti, soffici, gustosissime.

Mai letta una storia così priva di ingredienti e così osannata dalla critica. L’autrice è abilissima, su questo non ci sono dubbi: s’è impadronita a meraviglia di una tecnica narrativa efficace (già ampiamente collaudata, ma “squadra che vince non si cambia”), muove i fili dei suoi tanti burattini con una fantasia sconfinata e un’indubbia maestria portando a compimento tutte le loro storie (o quasi tutte: in un paio di casi il filo s’è spezzato e la marionetta è rimasta abbandonata al suo destino dietro le quinte) e confeziona un’epopea che, pur richiedendo poca o punta preparazione di base, suscita la sperticata ammirazione di autorevoli critici letterari e di buona parte dei lettori e, soprattutto, lettrici. Come abbia fatto, con un romanzo così inconsistente, è un mistero che spero tanto sociologi e psicologi vorranno svelare: io non mi ci provo nemmeno.

Una vita come tante

La Yanagihara riesce a raccontare quarant’anni di vita di una combriccola di ragazzi americani senza citare un presidente, un evento, un fatto purchessia (storico, politico, sociale, di costume) – e sì che l’America di quegli anni ne è stata costellata. Imbastisce una storia dove ci sono più omosessuali che in Queer as Folk senza nominare un bar o un luogo di ritrovo gay e senza che l’acronimo AIDS faccia capolino in almeno una delle claustrofobiche pagine (e non si venga a parlare di “atemporalità” della vicenda, come ha fatto qualche eminente critico: quando si usano termini come fondi speculativi, imprese no-profit e nerd, la storia assume contorni temporali più che definiti). Scava molto in profondità nella psiche dei suoi personaggi, ricorrendo peraltro al più vieto campionario di stereotipi, senza porsi nemmeno il problema delle plateali incongruenze di cui sono costruiti i due protagonisti.

Il primo, martirizzato fin dall’infanzia – roba che un David Copperfield era la vispa Teresa, al confronto -, che non pago delle atroci vessazioni subite se ne infligge altrettante scientemente, che vive un’escalation di violenze e soprusi la metà dei quali avrebbe schiantato un tagliaboschi, che non osa ribellarsi a nessuno dei suoi molteplici aguzzini e si lascia ridurre in fin di vita in più di un’occasione senza nemmeno provare ad alzare un dito (ah, no: ora che ci penso alza un paperback…). Che sussurra scusami scusami almeno 1.091 volte nelle 1.091 pagine, che è la quintessenza della sottomissione e della remissività oltrepassando spesso e volentieri i limiti del masochismo ma che, come per incanto, diventa grintoso, temibile e spietato solo quando indossa la toga dell’avvocato nella difesa di faccendieri miliardari e agguerrite multinazionali, umiliando onesti avvocati dell’accusa uno via l’altro, per tacere del prestigiosissimo studio legale di cui diventa socio, dove terrorizza colleghi, apprendisti e segretarie col solo sguardo.

Il secondo, che riesce a diventare un attore multipremiato e universalmente conosciuto (persino a Roma, la sua faccia campeggia su un intero palazzo, un’impresa che non riuscirà né a un Clooney né a un Brad Pitt) senza vedere Hollywood neppure dal finestrino del treno, ma spopolando in compenso in tutti i teatri d’essai del globo terracqueo neanche fosse la reincarnazione di Lawrence Olivier.

A completare la comitiva, un portoricano cresciuto in un variegato gineceo che – udite, oh rustici – diventa sorprendentemente gay, e il nero figlio di due neri d’élite (padre genio della finanza e madre accademica di primo piano) e quindi ricchissimo – viene in mente qualcosa di più politically correct? -, che traversa non so più quanti college senza cadere mai vittima di un episodio di razzismo (negli USA? intorno agli anni ottanta? in ambienti culturalmente elevati? Mi vien che ridere, diceva quello…).

Una vita come tante

Tutti e quattro, manco a dirlo, diventano l’immagine stessa del successo, artistico o meno che sia, ben prima di cominciare a mettere i primi capelli bianchi sulle tempie. E poi un medico che, quanto ad abnegazione e pazienza, farebbe impallidire lo stesso Ippocrate, una coppia di genitori adottivi che più melensi non si può (ma quanti e quali sensi di colpa nasconde il professore, mi chiedo io…).

Un fraticello che ben prima dell’avvento del web conosce uno stuolo di pedofili che desterebbe l’invidia di tutte le odierne polizie postali, svariati personaggi di contorno (la loro noiosa lista appare una pagina sì e una no ad ogni evento, festicciola o avvenimento che si racconti), alcuni dei quali ci vengono presentati fino all’ultimo anelito di vita come se le vicende dei magnifici quattro non fossero già di per sé abbastanza ridondanti e non contribuissero a far lievitare il numero delle pagine ben oltre il livello di guardia. Le vicende di costoro si dipanano con una prevedibilità che persino io, che tutto sono fuorché una lettrice perspicace, avevo previsto i due scossoni finali con duecento pagine di anticipo.

La traduzione mi ha lasciata più d’una volta perplessa, a partire dal titolo (da quando in qua “little” vuol dire “qualunque”?), ma non starò certo a procurarmi l’originale per suffragare i miei dubbi. Diciamo che poteva essere soddisfacente se fatta da un traduttore automatico; ma da un traduttore in carne ed ossa ci si sarebbe quantomeno aspettata una nota a margine alla traduzione de “Il tribunale dei sicomori”, il titolo di un film che in Italia verrebbe cassato prima di subito, visto che tale sostantivo nella nostra lingua è inusuale anziché no, a differenza del sycamore americano, cui vengono attribuiti significati e simbolismi che da noi manco ci sogniamo. Ma questo non è che il primo esempio che mi torna in mente.

Robert Mapplethorpe, “Ken and Tyler,” 1985, courtesy © Robert Mapplethorpe Foundation

Per farla breve, nonostante una mole e un peso considerevoli, ho fatto fuori il tomo in poco più di due giorni perché trasmette comunque una buona dose di angoscia e non volevo vedermelo più a lungo fra i piedi: sarà forse questo il motivo per cui non ho ancora afferrato il messaggio che voleva veicolare, visto che i mielosi sentimenti di cui è permeato se ne vanno tutti a ramengo nel finale.

E se la morale della favola era la sublimazione della sofferenza, allora mi scuserete se preferisco un Gadda, un Hölderlin, un Bernhard. Accostarlo ai grandi romanzi ottocenteschi, poi, come qualcuno ha spericolatamente tentato di fare – al di là della sola analogia numerica coi moschettieri dumasiani – è addirittura blasfemo: le ceneri di Flaubert, Balzac, Dickens, Manzoni o dello stesso Melville avrebbero di che vorticare nelle rispettive tombe di qui all’eternità.
In un’epoca in cui l’immagine la fa da padrona, non mi stupirebbe se buona parte del successo del libro fosse dovuta alla suggestiva immagine di Peter Hujar in copertina – anche se, vista la crudezza delle vicende trattate, la foto di un Mapplethorpe (di quelle non vietate ai minori, s’intende) sarebbe forse stata più indicata.

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Gae Liberati

Nullafacente che fa un sacco di cose per suo esclusivo diletto, ogni tanto scrivo, con sommo piacere, un articolino per Cronache Letterarie. Vivo fra Parigi e Berlino, concedendomi di quando in quando una settimanella a Roma per far provvista di libri e di colesterolo.

13 Comments

  1. La storia del protagonista mi sembrava inverosimile già dal breve riassunto su wikipedia e mi ha strappato un sorriso perché è così esagerata che ha fatto il giro ed è diventata comica.

  2. ‘Una vita come tante ‘ un libro illeggibile, prolisso, insulso.
    Sono arrivata a pag. 350 e non ce l’ho fatta più a continuare.
    Sono veramente infastidita da tanta presunzione di bravura della scrittrice

  3. Chissà com’è, ma prendendo in mano il libro in libreria, dove sono entrata appositamente per comprarlo, ho avuto la netta sensazione che tu hai estrinsecato qui.
    Infatti non l’ho più comprato!
    Grazie

  4. La recensione non mi ha convinto, sembra inconsistente e scritta secondo gusti personali e non valori oggettivi. Prendiamo per esempio la localizzazione temporale, gli elementi sono messi in modo da far capire che siamo in tempi moderni (non negli anni ’80), ma non essendo una storia che cerca un anno preciso non ha bisogno di mettere elementi storico-culturali precisi.
    Le critiche fatte alla psicologia dei personaggi, carriera e vita è esageratamente stereotipata: se si vuole creare una storia con una certa impostazione che non comprende determinati temi sociali mica bisogna metterceli per forza, a meno ché non si voglia distaccarsi troppo dalla trama.

  5. Sono a pagina 300 e mi sto violentando per finirlo, ma dopo aver letto la tua recensione (che condivido appieno) mi sa che smetto di farmi del male e passo a un altro tipo di sofferenza (vado a leggere Bernhard, già pronto sul comodino e citato anche da te).
    Grazie per la spinta a smettere ahahah

    • Ho finito il libro oggi, ci ho messo una settimana esatta. La tua recensione mi ha shockata, e sai perché? Perché hai dato voce alla parte di me che per tutto il tempo della lettura ha percepito irritazione per gli elementi da te citati (la cronologia schizoide, l’atemporalità, tra gli altri).
      Come forse si intuisce, però, c’è un’altra parte di me, che si trova esattamente sulla sponda opposta, e che si è fatta catturare, coinvolgere, travolgere, sconvolgere. Mi spiego: è ovvio che la serie di traumi di Jude (orfano, il monastero, il collegio, la strada, l’incidente, la malattia, il masochismo, la violenza, l’amputazione, la perdita di Willem) sono un concentrato dell’inferno esagerato. Ma è innegabile che l’autrice abbia usato acume, profondità e sensibilità a quintali, con un talento incredibile. Hai dei momenti in cui SEI Jude, SEI Willem, e attraversi il dolore e la PAURA insieme a loro.
      Ecco, la mia contraddizione è questa. Ho detestato questo libro ma l’ho amato. È da dimenticare ma è indimenticabile. È condotto male ma è perfetto così com’è. Potrei continuare, ma il senso è questo. Ora provo disagio, perché finire il romanzo è stato uno strappo emotivo fortissimo, ma anche un sollievo infinito.

  6. Lo ho trovato valido (se proprio devo sforzarmi di attribuire un pregio) per farne un manga interminabile o una soap, nient’altro. Il troppo mi ha nauseata.

  7. Uno dei rari libri che ho letto solo a metà. Ho trovato l’amicizia tra i ragazzi sdolcinata e poco realistica. Eccesso di violenza e masochismo per sollecitare la morbosità dei lettori, a tratti si cade nello splatter.

  8. Salve: il fatto che lei riesca così ironicamente a demolire un romanzo cosò brutale è inutile; dire che il romanzo ha pochi ingredienti sparsi qua e là, mentre tratta il trauma di un bambino che è stato abusato fino alla morte, è essere totalmente inabili al sentimento.
    Scusi per il commento ma ho finito oggi il libro e mi sento in dovere di proteggerlo con tutto me stesso, ma nel caso voglia un confronto più aperto e approfondito mi faccia sapere.
    Cordiali saluti, Abramo Rizzardo.

    P.s. mi scusi la rabbia tra le righe ma sono ancora devastato dalla lettura e probabilmente è lei che parla.

  9. Grazie! Lei scrive splendidamente. Un lusso leggere le sue critiche. Coraggiose, originali, colte. Grazie ancora.

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