Escapismo? Dispatches from Elsewhere e Il mare senza stelle

Escapismo E’ curioso che proprio nel momento in cui le nostre vite sono diventate per forza di cose più abitudinarie, più legate alle nostre case e a percorsi conosciuti, la fiction televisiva e letteraria abbia prodotto due opere di perfetto escapismo. La fuga dalla realtà si attua però in entrambi i casi, non soltanto con la fantasia, ma attraverso l’esaltazione dello straordinario celato nelle pieghe del più che ordinario.

C’è un ragazzino che tutti giorni passa in un vicolo per tornare a casa da scuola, sfiorando un muro spoglio, ordinario. C’è un uomo che per andare al lavoro percorre sempre la stessa strada, passando accanto ai soliti pali e cartelli stradali. E poi c’è qualcosa di sorprendente che appare dal nulla, cambiando le loro vite per sempre: una porta dipinta dettagliatamente sul muro spoglio, un annuncio misterioso su un palo.

La serie tv: Dispatches from Elsewhere

Dispatches from Elsewhere, la serie targata Amazon visibile su Prime Video, è tutta giocata sul filo sottile che divide questi due opposti: il suo protagonista Peter, un intenso Jason Segel, lontano dal suo ruolo più noto in How I Met Your Mother, si trova catapultato in un gioco di ruolo che forse maschera la realtà, forse è un complotto, o forse è tutt’altro. Lui è un uomo banale, noioso e annoiato, che però possiede un animo gentile che non riesce ad esprimere. Ed è alla disperata ricerca di qualcosa, anche se al tempo stesso ha paura di assecondare questa necessità, o anche solo ammetterla.

EscapismoCosì quando trova uno strano annuncio decide quasi per caso di rispondervi, trovandosi a partecipare a una sorta di gioco di ruolo lungo settimane e che coinvolge un numero inaspettato di persone. A partire dai suoi tre compagni di gruppo, diversissimi fra loro per età, attitudine, storie personali, ma accomunati tutti da quella ricerca che, al di là del gioco, è fondamentalmente esistenziale.

La serie tv è scritta in modo intrigante, con numerosi momenti metanarrativi. Come il folgorante inizio, con Richard E. Grant (alle prese con un personaggio stimolante e ambiguo, perfetto per un grande attore come lui, in grado di apparire tanto luciferino quanto angelico) che guarda in camera, e nelle nostre camere, in silenzio per qualche secondo, prima di introdurre il protagonista.
Farà lo stesso con gli altri personaggi, tutti interpretati perfettamente da un tris di attori tanto eterogeneo quanto abile: Eve Lindley, André 3000 e Sally Field.

Un Alternate Reality Game

Ci sono momenti surreali, quasi stranianti, altri lirici e altri che giocano con lo spettatore in maniera intelligente, con illusioni ottiche, ribaltamenti di prospettiva e persino sequenze di animazione. Ovunque sono sparsi indizi e allusioni, proprio come nel gioco immersivo (o più propriamente un Alternate Reality Game) al centro della serie.

Escapismo
Jason Segel è Peter in Dispatches from Elsewhere – Stagione 1, Episodio 1 – Foto Jessica Kourkounis/AMC

Perché il vero fascino dell’escapismo risiede nella capacità di risultare coinvolgente presentando una realtà che è altra ma vicina alla nostra, per cui magari basta svoltare un angolo e ogni nostra convinzione viene ribaltata. Per questo risulta difficile parlare di Dispatches from Elsewhere evitando spoiler. Quello che si può dire però è che tratteggia dei personaggi incredibilmente umani e veri e in quanto tali pieni di contraddizioni e fragilità che li portano ad arretrare non appena progrediscono, fino al finale che, coerentemente, scompagina tutto quello che credevamo di sapere su di loro (e sullo show).

Il romanzo: Il mare senza stelle

EscapismoDel resto, cosa ci si può aspettare di più da una serie ispirata a un documentario – The Institute, del 2013 – a sua volta basato su un esperimento psicologico collettivo concepito da un artista – da Jeff Hull nel 2008 – che è durato tre anni e ha coinvolto più di diecimila persone? L’esperienza spettatoriale suscita quindi un po’ quella vertigine da tana del Bianconiglio che si ritrova affrontando la lettura de Il mare senza stelle di Erin Morgensten, opera seconda della scrittrice statunitense.

Il protagonista, Zachary Ezra Rawlins, è uno studente universitario introverso con una straordinaria passione per la lettura. Un giorno in biblioteca trova una raccolta di racconti che attira la sua attenzione: leggendola scopre che uno di essi è la descrizione perfetta di un episodio capitatogli da bambino. Cercando di capirci qualcosa segue degli indizi fino ad un esclusivo party in maschera a New York e da lì, proprio come una novella Alice, arriverà infine rocambolescamente a varcare una porta che lo condurrà in un mondo straordinario, nascosto letteralmente sotto la superficie del nostro.

Un luogo senza stelle perché sotterraneo, un mondo che ne custodisce infiniti altri contenenti a loro volta migliaia di libri, e non solo, che custodiscono migliaia di storie. In una minuziosa corrispondenza fra forma e contenuto Il mare senza stelle è un gioco di scatole cinesi che può a tratti dare il capogiro, con le tante storie che procedono in parallelo, alternando realtà e fantasia, epoche e luoghi, fiabe e allegorie, ma in cui tutti cercano qualcosa o, meglio, qualcuno.

Erin Morgensten

Carico di citazioni letterarie, dotte e pop, e di descrizioni squisitamente sensoriali che sono il cavallo di battaglia della Morgensten, Il mare senza stelle è un romanzo che in qualche modo combatte contro sé stesso, sommerso com’è dai tanti fili che vi si intrecciano ma che poi trovano miracolosamente un capo.

Il suo pregio più grande, accanto alla scrittura ricca e alle invenzioni quasi architettoniche, è di risvegliare nel lettore la consapevolezza che ogni cosa ha un valore. Lo hanno le storie, lo hanno i dettagli e i sensi, ma soprattutto lo hanno la ricerca e il cambiamento.

“Qui non è dove la nostra storia finisce… qui è solo dove cambia”, perché in fondo “nessuna storia finisce mai veramente finché viene narrata”.

Così è per i protagonisti de Il mare senza stelle e in qualche modo anche per quelli di Dispatches from Elsewhere, per i quali si ha la sensazione che la confusione fra realtà e finzione renda le loro storie più vaste dei confini della narrazione televisiva. Ma così soprattutto è per lo spettatore/lettore, pronto a fuggire in una nuova serie o un nuovo romanzo, l’eco del precedente che ancora gli risuona nella mente.

Prima di approdare alla Finarte, sono stata assistente in una galleria d'arte a Via Margutta, guida turistica e stageur fra musei, case d’asta e la rivista ArteeCritica. Vivo circondata dai libri, vado al cinema più spesso di quanto sia consigliabile e viaggio appena posso.

Lascia un commento

*

Accetto la Privacy Policy