Le migliori e le peggiori serie del 2020

Non poteva esserci situazione “migliore” per affondare a piene mani nel maremagnum di generi, plot e personaggi offerti ovunque attraverso gli schermi digitali – anestetici o salvavita – scudi protettivi opposti all’impossibile fantascienza che rimodula da mesi la nostra vita ormai docilmente abituata a gesti e pratiche del tutto innaturali. La pandemia ci ha costretti tutti in casa ed evadere è la parola d’ordine. Leggendo o abbandonandosi alle immagini, quelle di “prima”, rassicuranti perfino quando evocano drammi e tragedie. Ecco le scelte di chi nelle serie ci lavora, o che comunque le ama e ne macina parecchie.

Gianna Angelini, semiologa

Non credo sia un caso che diverse tra le mie migliori serie, hanno a che fare con la loro capacità di generare in me un effetto di straniamento nei confronti del reale. Ma tant’è.  Iniziamo! Tra le serie che consiglio di recuperare per chi non le avesse ancora viste: The boys (Prime Video) e The Umbrella Academy (Netflix), che ci hanno regalato la loro seconda stagione quest’anno. In entrambe sono protagonisti dei supereroi, ma decisamente sui generis. The boys mostra il loro lato oscuro, The Umbrella Academy, il loro lato divertente. Ben scritte, molto ben recitate, creano una empatia forte con personaggi con i quali difficilmente penseremmo di identificarci.

Altra serie molto intrigante che mi è molto piaciuta, di cui si è parlato meno rispetto a quelle citate, è Tales from the Loop (Prime Video). Basata sulle opere illustrate dell’artista svedese Simon Stålenhag, la serie ci conduce in una zona rurale dell’Ohio dove gli abitanti vivono e lavorano per il “Loop” che stravolge le loro esistenze in modo paradossale. Di genere completamente diverso, ma che ho trovato travolgenti allo stesso modo: Ratched (Netflix), serie basata sul romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey che presenta una storia convincente con una fotografia impeccabile, The New Pope (Sky Atlantic) con uno straordinario John Malkovich che non smetteresti mai di vedere recitare e Tiger King (Netflix) che ti fa sorridere al presente perché scopri che non c’è mai limite alla fantasia umana.

La serie che maggiormente mi ha deluso quest’anno, invece è, purtroppo, una serie italiana, Suburra (Netflix), che era iniziata con una prima stagione promettente, ma si chiude con la terza stagione in un modo imbarazzante. La pecca più grande è probabilmente da annoverare alla sua scrittura che rende la storia poco credibile e, sebbene la recitazione dei protagonisti sia affidata a due attori che sanno il fatto loro (Alessandro Borghi su tutti, è davvero encomiabile), affonda su se stessa. Finale frettoloso e deludente per una serie che avrebbe potuto regalarci molto.

Stefano Piani, fumettista e sceneggiatore di serie tv

I May Destroy You, serie inglese, scritta, diretta e interpretata da Michaela Coel, racconta di uno stupro e delle conseguenze che ha su Arabella, una giovane scrittrice che sta per pubblicare il suo secondo libro presso un’importante casa editrice. La violenza, che non si vede e resta fuori campo, inizialmente Arabella non la ricorda: è stata drogata e la serata in cui è accaduta è un gigantesco buco nero nella sua mente. Poi, complice il telefono rotto e un taglio sulla fronte, inizia lentamente a ricordare. E con la memoria, arriva la necessità di venire a patti con quello che è successo e con il desiderio di vendicarsi. Poi, improvvisamente, quando lo spettatore è ormai certo di poter prevedere quello che accadrà, ecco che la storia, prende una piega inaspettata e il racconto, da semplice, diventa complesso. Michaela Coel è un portento: scrive, recita e dirige benissimo: credo che sentiremo parlare ancora molto a lungo di lei.

E ora la peggiore… Succede che un regista non ti susciti alcuna emozione, che tu abbia provato a vedere tutti, dico tutti, i suoi film e che, in quelle ore che hai dedicato alla sua opera, non abbia trovato un solo fotogramma capace di suscitarti, non dico un’emozione, ma nemmeno una lieve accelerazione dei battiti. A me accade regolarmente con Luca Guadagnino e We Are Who We Are (Sky Atlantic) non ha, naturalmente, fatto eccezione. Probabilmente non è la serie più brutta dell’anno in senso assoluto, viste anche le critiche positive che sta raccattando in giro, soprattutto all’estero, ma lo è per me.

We Are Who We are è come tutto il cinema dell’autore siciliano, pretenziosa e artificiosa. Ogni cosa resta in superficie: anche per questo è difficile empatizzare con i protagonisti e appassionarsi alle loro vicende.
E alla fine, malgrado i numerosi nudi e i temi trattati, We are who we are rimane una serie solo fintamente provocatoria perché troppo vuota anche per poter scandalizzare.

Angelo Salvatori, libreria Fahrenheit, Roma

American Crime, così anomala nel prendere di petto argomenti noti e renderli vergini. È tutto nei chiaroscuri, nella forma adottata. Di stagione in stagione prendono la scena razzismo, violenza, prostituzione, sfruttamento. E ci conquistano grazie allo stile. Può essere un campo lungo privo di controcampo. Non è un errore di grammatica, si ripete nel tempo. O il salto di un’immagine quando si pronunciano parole “proibite”. Un piano sequenza, un finale tristemente aperto. Si permette anche questo American Crime, personaggi senza redenzione o pronti ad accettare compromessi. O a perdere la vita. Non diversamente da American Horror Story, nel susseguirsi della serie tornano gli stessi attori ad interpretare ruoli diversi e lasciano senza fiato. Timothy Hutton, Regina King o Lili Taylor che da sola regge una straziante sequenza in un ristorante, valgono la visione.

Stesso discorso per Homecoming. Un passato e un presente. Eppure l’ordine lo scopriremo soltanto di episodio in episodio. Di nuovo una forma suggestiva che forgia la trama. Una dottoressa (Julia Roberts, indimenticabile) cura i giovani reduci dalla guerra. Un medicinale sembra cancellare il dolore. La stessa dottoressa, in altre vesti, lavora anche in un bar. Un segreto crudele. Gli ideatori della serie omaggiano, nei dettagli, con la musica, l’insuperato cinema americano degli anni Settanta, politico, disturbante, poco consolatorio. Perfino l’aspetto sentimentale resta sottotraccia e dunque toccante.

Esattamente tutto quello che invece non funziona nella terza ed ultima stagione di The Leftovers. Dove sono finiti tutti gli spunti e le sottotrame delle stagioni precedenti? L’aprirsi ad altri ipotetici scenari? Di rado mi è capitato di provare un tale senso permanente di noia, di interrompere afflitto e rimandare ad un altro momento la visione. Di ogni possibile strada, l’unica scelta è quella di sviluppare il percorso dei due scadenti protagonisti, resi digeribili nelle precedenti stagioni soltanto grazie a un coro di personaggi secondari ora completamente dimenticati. Come se non bastasse è esasperante nel creare situazioni superflue per diluire un clamoroso vuoto di ispirazione che si rovescia sul finale azzerando ogni possibile illusione. L’eterno errore americano di voler partire col botto…

Francesco Patierno, regista cinematografico

Giri/Haji (Netflix) è la serie nippo/britannica più sorprendente, suggestiva, appassionante e solida che mi sia capitato di vedere quest’anno (tralascio La regina degli scacchi di cui si è – giustamente – parlato in abbondanza). Trasmessa qualche mese fa su Netflix, ho l’impressione che sia stata (forse per il titolo particolare e difficile da pronunciare) abbondantemente sottovalutata.
La storia è incentrata su un detective di Tokio che viene spedito a Londra per rintracciare il fratello Yuto, sicario della Yazuka, che si è finto morto per scampare alla vendetta della potente mafia giapponese. A Londra, il detective Kenzo incontra una serie di personaggi originali e diversamente empatici che contribuiscono a rendere gli otto episodi della serie assolutamente indimenticabili.

La narrazione è scomposta, ma con un uso creativo e sapiente dei flashback rimette a posto ogni tassello della trama senza mai cedere a nessun tipo di virtuosismo. E se aggiungo che i produttori sono gli stessi di Chernobyl (Sky Atlantic), penso che potete credermi sulla parola: questo noir thriller poliziesco che, oltre all’azione e alla trama privilegia personaggi ognuno dei quali meriterebbe uno spin off, è una serie ad alto rischio di dipendenza con una regia e scrittura che dovrebbero far vergognare molte serie che al contrario non hanno nessuna ragione di esistere.
Ultima notazione, il finale. Senza spoilerare nulla, sono rimasto ammirato dall’invenzione stilistica che lo sorregge e, cosa più importante, ho pianto come un bambino.

Danilo Torre, montatore cinematografico

Serie televisive is the new telenovelas, come le nostre nonne parlavano di Dancing Days noi oggi parliamo di serie distopiche che sfalsano i piani temporali. Piccola polemica con questo nuovo risvolto del romanzo d’appendice. La mia preferita dell’anno 2020 è Tales from the Loop (Prime Video), tratto da Ur Varselklotet dello svedese Simon Stålenhag. I motivi che secondo me la rendono interessante sono principalmente gli attori e l’ambientazione, l’Ohio che sembra una Svezia vintage, tecnologie che ricordano in qualche modo gli anni d’oro di Volvo e Saab e la prima Ikea. Le atmosfere rarefatte fanno da scenario a viaggi nel tempo, seguendo le storie familiari che si intrecciano, anime che trasmigrano e uomini macchina che ricordano Tetsuo del maestro Tsukamoto. Una distopia elegante e poetica, con molta malinconia. Tra i registi troviamo Mark Romanek e Jodie Foster che contribuiscono a creare l’anti Stranger Things, forse più originale. Tales from the Loop per me conquista il podio sopra OA, Alterated Carbon e The Umbrella Academy assimilabili forse per genere “Viaggi nel tempo” e “distopia”, ma non per profondità.

Chi ne esce con le ossa spezzate in questa categoria è Philip K Dick, o meglio l’adattamento del suo romanzo La svastica sul sole (1962) che diventa The Man in the High Castle (Prime Video), che se fosse stata realizzata nel 2000 sarebbe stata una bella sorpresa. Questa serie gioca su dimensioni parallele ucroniche come il libro del resto, però sembra più vecchia di quello che è. Ci troviamo negli anni ’50 negli Stati Uniti, spartiti tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, Giappone e Terzo Reich (L’Italia non è contemplata). Agenti delle SS sono alla ricerca dell’uomo nell’alto castello che produce film di propaganda “sovversiva”. Gli sviluppi storici sono molto divertenti, succedono cose storicamente assurde, ma alla fine della quarta stagione possiamo solo lamentarci con noi stessi per il fatto di aver sprecato del tempo a sorridere ogni volta che con espressione da costipato l’Obergruppenführer John Smith urla Sieg Heil! «Probabilmente conoscete la storia di quelle due capre che mangiano la pellicola di un film tratto da un romanzo di grande successo. A un certo punto una capra dice all’altra: “Per me, era meglio il libro”» come raccontò Alfred Hitchcock a François Truffaut.

Tiziana Zita, story editor di serie tv, direttore Cronache Letterarie

Io ho un debole per le donne geniali e dopo The Marvelous Mrs. Maisel (Prime Video), la donna geniale del 2020 è La regina degli scacchi: sette episodi che si divorano perché la storia è trascinante, con una protagonista tormentata, bella, ma dipendente da alcol e pasticche, che parte da zero e alla fine… non dico altro. Record di ascolti su Netflix, dopo un mese l’avevano vista 62 milioni di persone.

Per cambiare completamente rotta mi dirigo verso le serie coreane che vanno viste rigorosamente in coreano ma sono davvero belle e ben fatte. Quello che mi affascina di queste serie è che si fa fatica a riconoscerne il genere. Ad esempio Crash Landing on You (Netflix), ambientata ai giorni nostri, narra di una giovane imprenditrice di successo che, con un parapendio, viene travolta da una tromba d’aria, cosicché dalla Corea del Sud finisce in Corea del Nord e cade sulla testa di un capitano “nemico”. I due paesi sembrano due pianeti diversi, tanto il primo è ricco e tecnologicamente avanzato, quanto il secondo è povero, arretrato e oppressivo. Sicuramente la storia è romantica, ma c’è anche commedia, molto dramma e persino melodramma. Anche le serie coreane storiche sono notevolissime, come ad esempio Mr. Sunshine (Netflix), ambientata a fine Ottocento.

Quella più brutta? Curon, serie italiana su Netflix, ridicola, raffazzonata, senza capo né coda, mistery senza mistero. Ogni tanto sbuca fuori dal lago il campanile che suona sebbene le campane non ci siano… (ma poi che c’entra?) Pessima scimmiottatura di serie americane.

Infine c’è Shtisel (Netflix), serie israeliana che con tono leggero, ironico e intelligente ci mostra il mondo ebraico ortodosso. Personaggi incredibilmente veri che a volte compiono gesti straordinari e non si capisce perché il fato si accanisca su di loro, rendendoli infelici e frustrando le loro più forti spinte vitali. Forse sono le loro stesse regole a renderli infelici. Sono tante le società umane che si sono date regole che sembrano fatte apposta per rendere la vita un inferno. Oppure non so… forse è solo che la vita degli uomini è più dura di quanto non ci immaginiamo, o ci illudiamo che sia. È il tema anche di questa pandemia. La sfrenata arroganza umana, la presunzione che viene punita dagli dei. Shtisel comunque non ti illude perché maltratta tutti. Eppure tifi per loro. Il protagonista è delizioso. E la serie è poetica.

Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

Lascia un commento

*

Accetto la Privacy Policy