Sogni, favole, vite ed Emanuele Trevi

Questi due libri di Emanuele Trevi ci sono talmente piaciuti che abbiamo fatto una doppia recensione. Si tratta di Sogni e favole e Due vite.  L’ultimo, pubblicato a febbraio, è fra i dodici finalisti al Premio Strega 2021. Ne scrivono Gae Liberati e Tiziana Zita.
Trevi. @Cronache Letterarie
Art by Marco Melillo

di Gae Liberati

Conoscevo Emanuele Trevi solo come saggista o critico letterario – m’era capitato di imbattermi in qualche sua introduzione a opere di autori italiani o francesi, nonché in alcune interviste. Ne ricordo addirittura una a Milan Kundera all’indomani del repentino successo de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Ma non avevo letto altro.

Quando poi ho cominciato il suo primo libro, Qualcosa di scritto, sono rimasta favorevolmente sorpresa nel ritrovare persone e luoghi che avevo avuto modo di conoscere. Una mia cara amica lavorava al Fondo Pier Paolo Pasolini, e un giorno mi chiese di accompagnarla dandomi così l’occasione di incontrare Laura Betti, che mi registrò una videocassetta con la versione integrale di Salò, allora praticamente introvabile (e, se non ricordo male, ancora proibita).

L’esperienza di Sogni e favole, è stata ancor più intrigante. Mi sembrava quasi lo scritto di un mio alter ego, poiché vi ritrovavo un quartiere di Roma che conoscevo fin nel sampietrino più nascosto, luoghi e volti a me familiari. Situazioni che mi sembrava di aver vissuto in prima persona.

Il nome di Arturo Patten, a tutta prima, non rievocò in me alcun ricordo, ma realizzai che l’avevo conosciuto personalmente solo dopo aver letto la descrizione che Trevi fa del suo appartamento e, in particolare, di quel “lungo pianerottolo” pieno di piante che mi era rimasto tanto impresso. O anche della vicinanza con la poetessa Amelia Rosselli, che viveva in quella stessa via, nel palazzo di fronte. Io che ho sempre avuto per i nomi una memoria labile, che diventa ferrea quando si tratta di case, mi sono ricordata del grande fotografo americano, presentatomi come Arthur da un comune amico, solo quando ho visualizzato l’ingresso di casa sua.

Amelia Rosselli
Amelia Rosselli

Nessuna sorpresa, quindi, se nel leggere Due vite ho scoperto, ancora una volta con grande piacere, che una di quelle due si era incrociata, seppur fugacemente, con la mia. In questo suo lavoro, Emanuele narra di due scrittori poco noti – Rocco Carbone e Pia Pera – e del rapporto che avevano fra di loro e con lui.

Tanto era dirompente il primo, col suo carattere aggressivo, ruvido e a tratti scostante, quanto era lieve la seconda, raffinata scrittrice e traduttrice approdata all’orticoltura e alla floricoltura.

Rocco e Pia hanno condiviso molte esperienze e altrettante disillusioni, fra cui quella di un’esistenza troppo precocemente interrotta da un destino perfido. Un incidente stradale per lui e una devastante sclerosi per lei, affrontata peraltro con grazia e coraggio ammirevoli. Per chi si voglia accostare a due personalità di eccellenza, per chi ami scoprire scrittori di nicchia totalmente avulsi dalle impietose logiche commerciali dell’editoria, credetemi: non c’è presentazione migliore del libro di Trevi.

Emanuele ha uno stile ricercato ma scevro di inutili preziosismi, una prosa che nulla concede all’artificio letterario. I suoi libri delineano efficacemente ritratti di persone ed eventi da cui traspare il grande affetto dell’autore, senza che emerga mai, neanche di sfuggita, quel compiaciuto presenzialismo e la vanagloria che sembrano informare qualsiasi reminiscenza, autorevole o meno che sia, di questi tempi così poco discreti.

 

di Tiziana Zita

“Troppo facilmente trascuriamo che tutto ciò che abbiamo vissuto, per il fatto stesso che lo vivevamo, che era possibile viverlo, produceva anche una sua necessaria, ma irrecuperabile illusione di durata, se non di eternità”.

Così a Roma, come in tutta la vecchia Europa, prosperavano le salette dei cineclub, con il loro odore di polvere e stoffe tarlate e legno marcio, che continuavano a riempirsi dal primo pomeriggio a notte inoltrata. Quelle che sono scomparse in un battito di ciglia come la vecchia Europa e come, proprio in questi giorni, sta scomparendo il cinema tout court.

Era il crepuscolo del Novecento, “quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano”.

Era l’epoca in cui era possibile assentarsi, senza dare notizie per giorni e settimane. E certi libri passavano di mano in mano lasciando ustioni come carboni ardenti.

Era il tempo in cui Emanuele Trevi diciottenne lavorava in un cineclub dove trascorreva il tempo a fantasticare indisturbato (l’ho riconosciuto, era il Labirinto!), tentando di scrivere versi su un quadernetto.

“Passavo la maggior parte di queste stremanti sedute con la penna sospesa sul foglio bianco, come se aspettassi il passaggio di una parola da fiocinare. Credo che i gestori del cineclub si fossero convinti di avere assunto una specie di deficiente, ma educato e inoffensivo”.

Siamo solo a pagina 7 di Sogni e favole di Trevi e già sono conquistata dalla sua scrittura. Sì, scrive splendidamente.

Proprio in quel cineclub, una sera, alla fine dell’ultimo spettacolo, conosce quello che diventerà un suo grande amico e uno dei protagonisti di questo libro, il fotografo Arturo Patten. Quell’uomo giovane e bello se ne stava in sala con gli occhi puntati allo schermo, ormai senza immagini, e piangeva. Il film era di Tarkovskij e l’uomo che piangeva era l’incarnazione del potere dell’arte. Mai nella vita, scrive Trevi, aveva “incontrato una persona così ricettiva al potere della bellezza, così disposta a lasciarsene letteralmente sradicare come un alberello investito da un ciclone”.

Impossibile distinguere tra gli inganni dell’arte e la vita

Il libro è pieno di simili “perle” come quando scrive che il poeta Metastasio, ormai vecchio, capisce che la cosa più importante della vita è stare lontano dal punto di partenza. Già, perché per crescere non basta solo che il tempo passi.
O quando sostiene, sempre con Metastasio, che subiamo gli inganni dell’arte. Siamo condannati a prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi. Sogni e favole sono il rivestimento della nostra vita.

“Così noi imbastiamo una storia credibile da usare come un antidoto alla totale ottusità e all’indifferenza delle cose. Nessuno è in grado di sostenere la verità, solo nel nostro riparo di finzioni l’esistenza è tollerabile se non sempre felice, fin da piccoli è proprio a questo che veniamo educati a immaginarci, a costruire una versione narrativa di noi stessi che ci preservi dalla disperazione e dalla follia sempre in agguato”.

Emanuele Trevi, Sogni e Favole
Il critico letterario Cesare Garboli

Sogni e favole parla di quelle “persone davvero importanti nella vita di ognuno, alle quali si può attribuire un’influenza decisiva e prolungata”. E gli altri due protagonisti sono la poetessa Amalia Rosselli, anima in pena, e il critico Cesare Garboli, un concentrato di fascino e prepotenza.

Il tutto si svolge in una Roma scenografica, inesauribile fontana di vedute vertiginose e di incantesimi prospettici.

“Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno”.

Ma quel tempo, ci pensa Trevi a scongiurarlo con il suo libro tra romanzo, saggio e poesia. Tra critica letteraria e memoir.
Sogni e favole e Due vite li ho letti l’uno dopo l’altro e mi è sembrato di continuare a leggere lo stesso romanzo. Le tre vite si sono sommate alle altre due. Non sono vite straordinarie, ma vite di artisti comuni, anche poco noti, che lui sa raccontare rendendole molto interessanti. Modelli e affetti che hanno inciso dentro di lui. Un omaggio, un atto di gratitudine e d’amore, un filo teso verso di loro, il filo delle parole.

Due vite

Le Due vite sono quelle di altri due amici artisti, Rocco Carbone e Pia Pera. Lui autore originale di romanzi, non troppo noto, morto nel 2008 in un incidente di motorino. Lei scrittrice, traduttrice ed esperta di giardini.

Pia Pera, Due vite, Emanuele Trevi
Due vite
Rocco Carbone

Rocco, “campione del risentimento cosmico”, “percepì immediatamente che i suoi non erano libri di successo”. Si sentiva un po’ il grande Gatsby, un po’ Martin Eden perché come loro era venuto dal nulla e amava donne di ceto superiore.

Pia Pera

Pia, la “signorina inglese”, “dai modi ironici e maliziosi”. “Essere bizzarro e assolutamente non conformista”, al di fuori dalla “prigione delle buone maniere intellettuali”, “e una predisposizione innata all’esperimento”.
A quarant’anni la sua strada l’ha portata a qualcosa di metafisico e fisico: un giardino. Decise di consacrarsi a un orto. Ereditò un podere, lasciando Milano, esprimendo la sua vocazione al giardinaggio e alla coltivazione, scrivendo libri in cui emerge l’idea che “la giornata ideale sia quella passata senza un tetto sulla testa”.

Un’amicizia lo lega a lei, “una lunga e reciproca confidenza era la nostra relazione. Sicuramente è stato un bene, una consolazione in questo mondo così difficile da decifrare, così pieno di forze ostili e disintegranti”.

Due vite di Emanuele Trevi. Cronache LetterarieDue vite concorre quest’anno al Premio Strega; è già entrato nella dozzina. In passato Trevi aveva partecipato allo Strega nel 2012 con Qualcosa di scritto arrivando secondo, dopo Inseparabili di Piperno, per soli due voti.

Anch’io come Gae mi sono accorta di aver conosciuto il fotografo Arturo Patten solo verso la fine di Sogni e favole. È successo a Mount Desert a casa di Marguerite Yourcenar. Però, a differenza di Gae, la mia è stata una conoscenza puramente letteraria (grazie al libro La scrittrice abita qui). D’altro canto, proprio Sogni e favole sta a dimostrare che tra le due c’è poca differenza.

Trevi lo racconta in appendice. Sandra Petrignani è andata sull’isola di Mount Desert, nel Maine, per visitare la casa della Yourcenar, ma arrivata lì ha scoperto che non era aperta al pubblico. Alla fine, la direttrice della casa-museo le ha detto che la mattina dopo doveva comunque aprirla per un amico della scrittrice e quindi le avrebbe concesso cinque minuti. Quell’uomo alto e sottile era Arturo Patten, intimo amico della Yourcenar, che casualmente anche Sandra Petrignani conosceva e che quindi è stato la guida ideale per farle visitare la casa.

E sebbene gli amici non siano gli stessi, anch’io come Gae ho ricordi in quelle location romane. Può anche darsi che Trevi mi abbia strappato il biglietto.

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Tiziana Zita
Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

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