Si può dire “architettrice”?
Plautilla di Melania Mazzucco

L’Architettrice di Melania Mazzucco. Plautilla. Cronache Letterarie

“La casa deve essere costruita seguendo il progetto, con tre piani, fatto dalla Signora Plautilla Bricci Arch[it]ettrice, sia sulla fronte, sui lati e nella parte posteriore così come è nei disegni fatti da Plautilla, che sono stati dati a me [Benedetti] per accompagnare questo documento”.

Capitolato del 1663 tra l’abate Elpidio Benedetti, il committente, l’architetto Plautilla Bricci e il capo mastro Marco Antonio Bergiola.

L’Architettrice di Melania Mazzucco. Plautilla. Cronache Letterarie

L’Architettrice è l‘ultimo libro di Melania Mazzucco che ci racconta in prima persona, la vita del primo architetto donna della storia, Plautilla Bricci, romana.

È un romanzo storico accuratissimo, frutto di più di dieci anni di studi e ricerche.

Vissuta nella Roma dei Papi della metà del 1600, fu architetto insieme a Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e altri grandi artisti che crearono le meraviglie barocche che riempiono la Città Eterna. Di Plautilla restano, visibili al pubblico, il quadro Madonna con Bambino nella chiesa degli Artisti a piazza del Popolo e la cappella di San Luigi dei Francesi, opposta a quella più famosa che ospita i capolavori di Caravaggio.

Tutti i personaggi che circondano l’Architettrice del libro sono realmente esistiti e anche se alcuni fatti sono stati romanzati, resta una storia molto affascinante e estremamente moderna.

In un periodo in cui le donne raramente avevano una terza possibilità oltre al matrimonio e al convento, Plautilla viene indirizzata dal padre allo studio dell’arte e della pittura. Lui vuole renderla indipendente, anche se il prezzo da pagare è la rinuncia a una vita amorosa. In una società classista, sessuofobica e maschilista come quella in cui si trova a vivere Plautilla, la virtù dichiarata è l’indispensabile lasciapassare di rispettabilità, per una donna, nel mondo del lavoro.

“Come devo definirmi? Architetto donna? Architetta? In realtà, se ci sono le pittrici e le scultrici, il mio titolo sarà Architettrice.”

Madonna con Bambino di Plautilla Bricci nella Chiesa di Santa Maria in Monte Santo, la Chiesa degli Artisti.

Questo, più o meno, è quanto dichiara Plautilla nel momento in cui, insieme all’abate Elpidio Benedetti, decide di progettare Villa Benedetta, sul monte Giano, a Porta San Pancrazio. Una villa che ricordi nella forma un vascello. Distrutta dai francesi durante l’assedio di Roma del 1849 è, dal 1980, la sede del Grande Oriente d’Italia, la più antica istituzione massonica in Italia.

Mi ha fatto sorridere che, più di quattro secoli fa, c’era già chi dissertava sull’accuratezza o meno della declinazione femminile di sostantivi professionali, comunemente maschili. Al di là del fatto che il termine “architettrice” l’ho conosciuto solo con Plautilla, mi chiedo se anche allora ci fossero detrattori e sostenitori, come accade sui nostri social nello strano periodo che stiamo vivendo.

L’architettrice è diviso in quattro grandi capitoli, dove Plautilla ci racconta di sé nelle varie fasi della vita.

Plautilla bambina

Nel primo è una bambina che gironzola liberamente nei vicoli della zona di via del Corso. È affascinata dal padre, Giovanni Bricci, detto Giano il Materassaio perché, proprio come il dio bifronte, oltre al lavoro quotidiano ereditato dal padre possiede una vena artistica per cui è scrittore di libelli ironici, autore teatrale, giornalista di cronaca dei fatti di Roma e dintorni.

L’architettrice si apre con la descrizione di un viaggio che Plautilla bambina fa a Santa Severa, cittadina sul mare poco a nord di Roma, al seguito del padre che le ha promesso di portarla a vedere i resti di una balena, spiaggiata su quelle rive.  È la prima volta che esce dalla città, che vede la vastità della campagna, delle ville nascoste, del mare. E davanti ai resti della cassa toracica della balena riceve la prima lezione dal padre, che cambierà la sua prospettiva di vita:

“Le cose che non conosciamo, esistono da qualche parte. E noi dobbiamo cercarle, o crearle”.

Plautilla adolescente

La seconda parte vede Plautilla adolescente alle prese con lo studio e con i primi turbamenti sentimentali, dopo l’incontro con l’abate Elpidio Benedetti. Entrambi, per motivi in fondo simili, hanno deciso di rinunciare all’amore nella loro vita, eppure si riconoscono come anime affini e viaggeranno paralleli per tutta la vita. Non aggiungo altro per non togliervi il piacere della sorpresa, posso però dire che Elpidio e Plautilla progettarono villa Benedetta proprio come se fosse loro figlia.

Nella terza e la quarta parte Plautilla si afferma prima come pittrice e poi – ed è una grande sfida al suo tempo – come Architettrice della villa del Vascello e della Cappella di San Luigi dei Francesi.

“Tirar su una casa. Scegliere le tegole del tetto e il mattonato del pavimento. Immaginare facciate, logge, scale, prospettive, giardini. Per quanto ne sapevo, una donna non l’aveva mai fatto”.

Vascello. L’Architettrice. Plautilla. Cronache Letterarie
Prospetto del Vascello

Nel romanzo la seicentesca città di Roma appare in tutto il suo splendore, evocativa e realistica. L’architettrice ci porta tra i vicoli di via del Corso, a piazza Navona, nello splendore di San Pietro che, proprio in quel periodo, era il punto di ritrovo dei maggiori architetti dell’epoca. La Basilica, a seconda degli umori del papa sul trono, veniva montata e smontata neanche fosse un Lego!

Andare a Trastevere, per Plautilla bambina, significava praticamente lasciare Roma. Arrivava fino alla stupenda, oggi come allora, via Giulia, che essendo a livello del Tevere subiva danni con le continue esondazioni.

Le descrizioni delle vie, degli ambulanti, dei commercianti, nonché il racconto della gestione della Peste del 1630 (mantenere le distanze, non toccarsi, uscire il meno possibile… vi ricorda qualcosa?) rendono la Roma dei Papi vivida e concreta.

Tutta la storia è approfondita e articolata. Con l’architettrice conosciamo Bernini e il suo diretto concorrente Borromini. Conosciamo gli umori dei nobili al servizio dei papi che, dimenticando il loro ruolo di pastori spirituali, erano di fatto i re di Roma. Una Roma che, anche grazie a loro, era il fulcro artistico e culturale d’Europa, a cui anche la Francia del Re Sole guardava con ammirazione.

“Tutti possono dirsi di Roma, se ci restano. È questo il bello di vivere nella capitale del mondo”.

Vita quotidiana a Roma nel 1600
Piazza di Spagna senza scalinata, nel 1600

Da grande appassionata di storia, ho apprezzato moltissimo la particolareggiata descrizione della vita quotidiana dei miei concittadini dell’epoca, nelle parti allegre come in quelle più drammatiche. Plautilla bambina, ad esempio, racconta con naturalezza che lei è una privilegiata perché fa parte di quel 30% di bambini che, superati i 5 anni di età, hanno maggiori possibilità di diventare adulti.

E la parte che mi ha divertita di più è proprio quella delle descrizioni di Roma. La Mazzucco è riuscita a farmi viaggiare nel tempo. Mi sembrava quasi di essere là, a via del Babbuino a scansare carrozze. Oppure a piazza di Spagna, ancora senza scalinata, a discutere con il venditore di castagne: c’erano già, in 400 anni non si sono mossi da quell’angolo di via dei Condotti! 😊

A proposito, si chiama piazza di Spagna perché, all’epoca, era sotto la giurisdizione spagnola che la rendeva zona “franca” rispetto al Papa. Era quindi crocevia di commerci in una qualche maniera esentasse.

Il Vascello durante l’assedio

Ho apprezzato meno gli intermezzi risorgimentali. Racconti di battaglie in cui i soldati, quasi tutti volontari, resistevano all’invasione francese del 1849. Sarà che i moti del ’48 non mi hanno mai particolarmente affascinato, ma tutte quelle descrizioni di sentinelle, di feriti e bombardamenti, che rasero al suolo Villa Benedetta, mi sono sembrati un fastidioso intralcio alla storia della nostra architettrice.

Plautilla utilizza spesso il termine “villa” inteso come campagna, contrapposto alla città. I romani, già nel 1600 evidentemente, chiamavano “vignaroli” i contadini, gli abitanti delle campagne.

E Vignarola è il nome del piatto che vi propongo, romanissimo e super stagionale, un tripudio di verdure di questo periodo che, sono sicura, fosse già gustato da Plautilla e i suoi amici.

VignarolaLa Vignarola

200 gr di piselli freschi, sgusciati
200 gr di fave fresche, sgusciate e pelate
3 carciofi, puliti e tagliati a spicchi, immersi in acqua e limone per non farli annerire

Conservate gli scarti delle verdure

½ cespo di lattuga romana
3 cipollotti freschi
50 gr di guanciale
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
½ bicchiere di vino bianco
Mentuccia
Sale e pepe

Lavate l’insalata e tagliatela a listerelle, pulite e affettate i cipollotti.
Con gli scarti delle verdure (baccelli, gambi di carciofo, parte bianca dei cipollotti…) fate un brodo vegetale leggero.

Nel frattempo, in un tegame fate rosolare a fuoco basso il guanciale, tagliato a tocchetti, con l’olio. Unite i cipollotti e sfumate con il vino. Una volta evaporato, unite una alla volta le verdure: prima i carciofi, poi i piselli e le fave. Coprite con il brodo che avrete filtrato e portate a cottura, salando leggermente. Quando i legumi sono cotti, ma ancora al dente, unite la lattuga e la mentuccia e cuocete per altri 10 minuti.

Il tutto deve risultare umido ma asciutto, non brodoso. Servite caldo con un giro di olio a crudo e una macinata di pepe.

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Simona Chiocca
Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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