I romanzi sono buche dove nascondersi. L’ultima intervista

L’ultima intervista di Eshkol Nevo. Cronache Letterarie

Abbiamo già recensito L’ultima intervista di Eshkol Nevo un anno fa. Qui trovate l’articolo di Roberto Concu che l’ha anche messo tra i suoi libri preferiti dell’anno. Tuttavia l’esperienza del prof. Camerini nel leggere L’ultima intervista è così diversa e appassionata, che abbiamo fatto un’eccezione e deciso di pubblicare una seconda recensione dello stesso libro.
Quella di Nevo è una profonda riflessione sulla scrittura, la vita e sul perché si scrive.

Una domanda legittima ma assolutamente da evitare ad un incontro con Eshkol Nevo è se L’ultima intervista (Neri Pozza 2019) sia autobiografico o meno. Tanto più che tutti i libri in qualche modo lo sono, sarebbe così facile imparare leggendoli quanto “non” è successo alla vita dei loro autori.

In questo libro il suo potenziale alter-ego letterario si definisce più volte cantastorie seriale con innata tendenza alla menzogna. Il protagonista è timido sino all’a-socialità, innamorato sempre, malato di nostalgia, educato all’onestà da genitori critici e severi in un’infanzia traboccante di pianto, umiliazioni, conflitti, incubi.

L’ultima intervista di Eshkol Nevo. Cronache LetterarieForse per tutti questi motivi, dopo un’esperienza di copywriter pubblicitario diviene un tormentato scrittore in crisi professionale e coniugale. Nonché vittima di prostrazione cronica dell’umore, di apprensione, rimpianti, senso di morte imminente, paralisi creativa.
Ed è anche vittima di distimia, lastra di ghiaccio dentro il corpo… un termine meno minaccioso di depressione.

Finché una lunga e articolata intervista concessa su Internet, lo costringe a fare i conti, al pari e meglio di un percorso di terapia psicanalitica.

Si scrive perché

I quesiti dell’intervista riguardano spesso, inevitabilmente, i caratteri, il senso e le implicazioni della scrittura.
Si scrive per ribellarsi, per far innamorare una donna (per sempre o per una notte) narrando fatti mai accaduti, per riempire un vuoto.
Si scrive per vivere la vita che si vorrebbe, dilatarne i confini troppo angusti ed essere risarciti di quanto non si è ricevuto. Per ritrovare un amico solo nel finale di un intreccio a lieto fine. Per salvarsi dal naufragio quando non si riesce più ad abbracciare la gente e guardarla negli occhi come Zorba il greco.

Si scrive per tentare di migliorare il presente rinunciando alla disperazione e denunciando la violenza. Per esorcizzare un fallimento coniugale. Per scrollarsi di dosso il fardello dei ricordi o farli riaffiorare. O per resuscitare un genitore austero e generoso, una madre che piange mentre suona il flauto e anche la zia Noà: coraggiosa, anticonformista, amante di danze e tappeti.
Si scrive per imparare a mentire quando il plot è quello dell’esistenza e la conclusione non si può scegliere né immaginare. Per distribuire la propria tristezza ai personaggi delle storie che si inventano e trovar spazio per essere felici.

I romanzi: cosa sono e come nascono

Gerusalemme

In fondo i romanzi anticipano la realtà, la deformano, la plagiano, la interpretano per quel poco o tanto di indecifrabile che nasconde, in un gioco del quale si smarriscono (può far comodo) limiti e contorni.

Una narcisistica e cinica trasfigurazione del privato più intimo – fosse anche quello di una figlia perduta perché finita suo malgrado, a sedici anni, fra i risvolti di una trama.

I romanzi sono buche dove nascondersi per non sapere cosa succede là fuori come Giuseppe nella Genesi venduto dai fratelli. Nascono dal libero vagabondare dei pensieri, dal rilassamento del corpo, da spunti rubati origliando i passeggeri di un bus a Tel Aviv: che sono soliti parlare a voce alta, ignari di aver accanto un writer famelico.
Quando ad essere “rubati” non sono proprio gli appunti di un tuo studente di scrittura creativa: potenziali sceneggiature censurate dei passi dedicati ad un muratore palestinese.

È lecito scrivere di lui e di lei mentre si muore nei Territori Occupati?

L’ultima intervista è un’opera profondamente israeliana, allineata con le posizioni ideologiche di Yehoshua e Amos Oz. Svela il senso profondo di appartenenza del narratore ad una identità che non si smarrisce. L’impegno militante mai declamato e conflittuale di pacifista convinto, ossessionato dal BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) come dalle immagini di un vecchio arabo malmenato oltre la Linea Verde.

Vicino ad un laburismo progressista, disposto a rilanciare la speranza. Contro la paura, in uno spirito di apertura, fratellanza, ascolto per battere la sinistra radicale, rivitalizzare il Sionismo di Herzl, aggirando la destra messianica ultraortodossa e sconfessare il messaggio stereotipato di una Terra d’Israele tutta arance, balli popolari e operazioni Entebbe.

Poco importano (in realtà poco non è) le collaborazioni venali e umilianti con Yoram Sirkin, ambigua figura di populista ispirata a Trump e Netanyahu. Perché la sua famiglia ha combattuto dalla parte giusta nella Guerra dei Sei Giorni e in quella del Kippur. Il nonno ha ricoperto autorevoli incarichi nel governo di Shimon Peres. L’esperienza della prima Intifada è stata vissuta sul campo e la verginità politica è salva.

L’ultima intervista in un crescente scollamento tra domande e risposte

L’intervistato – in un crescente, alienato scollamento delle risposte dalle richieste dell’intervistatore, sempre più eluse – ritorna ossessivamente alle presenze del proprio universo affettivo incrinato dalle bugie della mistificazione letteraria (descritta da Nabokov in riflessioni teoriche magistrali).

I figli piccoli Noam e Yanah, gli amici dell’adolescenza, preziosi e sinceri più delle ragazze: Hagai Carmeli, capace di ascoltare, confessare, imprevedibile ma non minaccioso, perso per il mondo e atteso da sempre. Oppure Ari, il leone malato complice di avventure e viaggi dell’anima in procinto di affrontare l’ultimo.

L’ultima intervista di Eshkol Nevo. Cronache LetterarieMa soprattutto il fantasma femminile che anima e fa vibrare ogni pagina di una inarrestabile, lancinante eutanasia sentimentale: la moglie Dikla dai lunghi capelli scuri, lo sguardo limpido e i gesti superflui e armoniosi. La sua prima lettrice – raffinata, indipendente, aristocratica, dolce e impulsiva.
Lei che è capace di amare senza riserve anche l’immagine diafana di David Bowie, si è allontanata, stanca e indifferente alle emozioni dell’innamoramento, agli abbracci profondi, ad un dialogo capace di rinnovarsi, persino ad un flirt inventato per ingelosirla. E allora non rimangono che silenzi tesi e frasi convenzionali: ho bisogno di tempo per riflettere. Con foto sgualcite, avvertimenti del passato.

E una lettera d’addio dettata dalla stanchezza e dalla rabbia di essere “la moglie dello scrittore”, mai solo se stessa.

Nevo traduce con abilità le molteplici suggestioni tematiche dell’intervista, intrigante struttura narratologica, via via più complessa con il procedere delle pagine. Con i frequenti dinieghi del narratore a rispondere, il dubbio costantemente instillato sulla attendibilità dei riferimenti personali, le incongruenze e gli sconfinamenti quasi beckettiani della risposta nello spazio di un’altra domanda che scandiscono il passaggio dell’intervista ad una dimensione puramente narrativa e metaletteraria.

Il dialogo giornalistico diviene, alla fine, una lucida, indifferibile discesa agli inferi per non perdersi nel labirinto avvilente della finzione e tentare di ricominciare dopo il devastante “bilancio provvisorio” di una sconfitta, umana prima che artistica. Magari sulle note vitali e liberatorie di un sirtaki.

 

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L’articolo “I romanzi sono buche dove nascondersi. L’ultima intervista” è letto da Alice Zita.

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Marco Camerini
Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – è stato a lungo docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei. Gli interessi della sua attività critica e saggistica sono rivolti alla lirica novecentesca e alla narrativa contemporanea, in particolare anglo-americana.

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