Sortilegi: il potere misterioso delle parole

Sortilegi. Incantesimo d'amore. Cronache Letterarie
Meister Niederrheinischer, Incantesimo d’amore, 1470/80

Il fascino che provoca la parola “sortilegio”, a dispetto dell’avanzamento tecnologico, della scienza e del progresso, è inalterabile. Ci riconduce subito negli antri bui e misteriosi, anticamente abitati da maghi e streghe. Suggerisce alla nostra immaginazione strane pozioni messe a ribollire nei paioli e nelle ampolle di vetro degli alchimisti.

Che sarebbe, in fondo, la fantasia senza il ricorso ad un pizzico di magia?
La parola sortilegium deriva dal latino medievale che unifica sortem e lego. Indicava l’indovino che leggeva il futuro attraverso l’estrazione a sorte, per mezzo di pietre, ossicini o bastoncini, su cui venivano incise formule, o sentenze.

Gli antichi sortilegi

Troviamo traccia di antichi sortilegi già al tempo dei Babilonesi e degli Egizi, poi in tutte le civiltà successive, sia orientali che indoeuropee.
Ciò sottolinea come sia comune all’animo umano, a qualunque latitudine, la tendenza a credere nella possibilità di instaurare una relazione con forze naturali invisibili che, opportunamente invocate, possano prevedere o modificare il destino. E soprattutto, che possano influenzare in modo protettivo oppure malefico, le sorti di una persona.

“Il nome della Rosa” film di Jean-Jacques Annaud, 1986

Bianca Pitzorno

Bianca Pitzorno, scrittrice sarda di narrativa per ragazzi e per adulti, oltre che presentatrice e autrice di storici programmi Rai per ragazzi (Chissà chi lo sa?, L’albero azzurro), nel suo breve scritto Sortilegi, pubblicato da Bompiani da pochi mesi, ci accompagna lontano nel tempo e nello spazio. E, come recita il sottotitolo, ci descrive tre tipi di sortilegio: “Il sortilegio della paura, della superstizione, dell’amore. Tre storie che ci raccontano i prodigi dell’animo umano”.

In realtà questo testo è del 1990 ma è stato ripreso e ampliato dalla Pitzorno, viste le affinità di “questa storia con l’attuale situazione di isolamente e solitidune, di paura e sospetto causata dal virus”.
L’orologio della sua narrazione parte dalla tristemente celebre peste del Seicento e attinge alla realtà storica per trasformarla in tre racconti, con protagoniste femminili, che ci rimandano a tradizioni perdute e pratiche remote.

La strega

Del primo racconto, intitolato La strega, è protagonista una bambina che, rimasta sola al mondo dopo l’epidemia di peste, cresce isolata nel bosco e diventa talmente bella e indipendente da esser ritenuta una strega.

“Tre nei segnavano la sconosciuta sulla gota destra, come tre stelle oscure su un cielo color del latte”.

Dopo tanti anni da sola nel bosco, i capelli sciolti le erano arrivati alla vita ed ogni mattina lei li districava e poi li intrecciava. La gente di Albieri cominciò a sentir parlare di lei nel 1641, quando tre garzoni riferirono di aver incontrato nei boschi una giovane di straordinaria bellezza che venne soprannominata “la sconosciuta di Vallebuja”. La fanciulla, al loro tentativo di avvicinarla, si era dileguata tra gli alberi.
Per le lingue biforcute non c’era dubbio alcuno che si trattasse di una strega: un’anima cristiana non avrebbe mai avuto coraggio di vivere da sola in mezzo al bosco, senza mai andare a Messa per ricevere i sacramenti.

Sortilegi. Peste del Seicento. La Vergine che appare agli appestati. Cronache Letterarie
Antonio Zanchi, La Vergine che appare agli appestati, Particolare, 1666

E cominciarono a suscitare le paure della gente, narrando che, a chiunque la incontrasse, capitavano terribili sciagure. Sostenevano che, quando voleva, si trasformava in una gatta grigia e pronunciava incantesimi malevoli. Finché finirono per catturarla ed imprigionarla come richiesto dall’Inquisizione.
Le cronache di Albieri riportano del processo, nel 1642, contro una tale Caterina Farcigli, arsa sul rogo con l’accusa di stregoneria.

Maledizione

Nel secondo racconto, intitolato Maledizione, un parroco trovò una neonata abbandonata sul sagrato della chiesa e la chiamò Vittoria Palmas.

Il vecchio curato sapendo che le parole hanno un potere, volle dare alla piccola sfortunata un nome che fosse di buon auspicio. Com’era d’uso in quei luoghi venne affidata ad una balia, pagata dal comune. A sette anni, il “Padre degli orfani” tornò a riprenderla per “incartarla”, cioè trasferirla come servetta nella casa di una famiglia ricca che potesse darle vitto e alloggio.

Vittoria venne assegnata al servizio della signora di casa e lì rimase fino a che un facoltoso straniero il quale, incontrandola alcune volte lungo il fiume, se ne era perdutamente innamorato, non la chiese in moglie alla signora.
Questa diede il consenso ma, livida di rabbia e gelosia, le fece ricamare un corredo che recava una maledizione.

Vi tranquillizzo: la maledizione non funzionò, ma la tovaglietta sulla quale venne ricamata, risalente al 1800, si trova ancora oggi nella Sezione etnografica del Museo di Sassari. Mentre nell’Archivio Storico della medesima città, si possono reperire notizie circa l’incartamento dei trovatelli in Sardegna.

Profumo

Sortilegi. Cronache LetterarieIl terzo e ultimo racconto è Profumo. Qui il protagonista è il vento che soffia sulle nuvole del cielo di Mughedule, sempre in Sardegna.

Tanti sardi negli anni Cinquanta del secolo scorso, emigrarono in Argentina per lavorare. Lenedda, nella sua cucina accendeva il forno a legna con fuscelli sottili, per cuocere i suoi biscotti di vento.

In nessun’ altra parte della Sardegna e del mondo si possono trovare questi biscotti e Lenedda ha sempre tenuto segreta la ricetta, tramandando solo a figlie e nipoti l’arte di prepararli. Sono biscotti leggeri e fragranti, fatti solo di uova e zucchero. Una meravigliosa e antica ricetta.

I figli del pizzaiolo nacquero in Argentina e dei biscotti di vento non seppero nulla fino all’arrivo del pacco che li conteneva, spedito dalla Sardegna. Un pacco che sapeva di terre lontane, di rocce di granito, muretti a secco e macchia mediterranea.

“Quaranta uova per un chilo e mezzo di zucchero frantumato sul tavolo con una bottiglia di vetro, usata a mo’ di mattarello, per renderlo a velo. Una frusta di canne che gira e gira e gira in una conca di terracotta tenuta tiepida dalla cenere calda. Fascine di legna sottile, grandi teglie ricoperte di carta velina, il guizzo rapido ed esperto della lama che stacca il biscotto pronto a metà e lo rigira perché cuocia uguale anche dall’altra parte. Cestini bassi di giunco e asfodelo”.

Magia e nostalgia

Un libro che ci mostra il potere misterioso delle parole, che possono salvare o uccidere.

Un racconto lieve come i biscotti di vento di zia Lenedda e come i personaggi delicati creati da Bianca Pitzorno, che non si adattano al proprio tempo e sono pronti a vivere fino in fondo le conseguenze della propria unicità.

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Milena Corradini
Classe 1975, vivo a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. Laureata in Filosofia. Atea, liberale, appassionata di letteratura e arte, sono docente educatrice presso il Convitto Nazionale "G. Leopardi" di Macerata. Ho insegnato Filosofia, Storia e Psicologia in vari licei. Studio bioetica del fine vita e organizzo eventi di approfondimento su questo tema.

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