DISPLACED, Richard Mosse. Quando l’essenziale è visibile agli occhi

La Fondazione MAST di Bologna ha ospitato la prima mostra antologia dell’artista Richard Mosse, Displaced, Migrazione, Conflitto e Cambiamento climatico. È visitabile fino al 19 settembre ed è un vero peccato che non sia possibile goderne oltre. Curata da Urs Stahel, la mostra propone una selezione molto suggestiva delle opere dell’artista, attraverso un percorso cronologico che permette di scoprire tutta la sua estetica.

Si parte dai lavori realizzati da Mosse nei primi anni 2000 fino ad arrivare a quelli più recenti: 77 fotografie, due videoinstallazioni e altre due opere video, che mi hanno colpito davvero molto.

Lost Fun Zone, Congo. Richard Mosse. Infra Courtesy @MAST

L’artista.

Richard Mosse è un artista giovane (classe 1980), formatosi tra la letteratura inglese, gli studi culturali e le Belle Arti, che sfugge ad ogni definizione. Innamorato della fotografia, con la quale comincia a sperimentare prima ancora di terminare gli studi, si colloca all’interno di diverse zone di confine artistiche contemporanee. Esplora la fotografia documentaria, ma non è un reporter. Indaga la complessità di fenomeni controversi, quali la migrazione o il cambiamento climatico, ma il suo punto di vista spazia anche oltre. Il suo lavoro verrebbe probabilmente definito dal professor Mirzoeff “attivismo visuale”. Secondo Mirzoeff (2015):

«La cultura visuale è un impegno a produrre attivamente il cambiamento, non soltanto un modo per vedere quanto accade intorno a noi. […] Nel 1990 potevamo usare la cultura visuale per criticare e contrastare il modo in cui eravamo rappresentati nell’arte, nel cinema e nei mass media. Oggi possiamo servirci attivamente della cultura visuale per creare nuove immagini di noi stessi, nuovi modi di vedere ed essere visti, e nuovi modi di vedere il mondo. È questo l’attivismo visuale. L’attivismo visuale è un’interazione di pixel e azioni reali allo scopo di generare il cambiamento»

Un impegno quindi a trovare un linguaggio visivo che vada oltre la rappresentazione puntuale del reale e faccia ragionare, attraverso un nuovo modo di osservarlo, su ciò che normalmente è nascosto agli occhi. Tutta la ricerca di Mosse sembra intrisa di questo desiderio.

Platon, Congo. Richard Mosse. Infra. Courtesy @MAST

E se nelle sue prime opere questo desiderio si annida nella scelta di provare ad inserirsi all’interno del filone dell’aftermath photography, la fotografia dell’indomani, che documenta ciò che resta dopo un conflitto o un evento traumatico, subito dopo la ricerca si concentrerà  su una tecnologia adatta al suo occhio. Da questo punto di vista, la serie Infra offre sicuramente le opere più suggestive della mostra.

Infra

Per realizzarle, Mosse recupera la Kodak Aerochrome, una pellicola sensibile ai raggi infrarossi sviluppata a scopo militare durante la Seconda Guerra Mondiale per localizzare i soggetti mimetizzati, ora fuori produzione. La pellicola è sensibile agli infrarossi e registra la clorofilla presente nella vegetazione, trasfigurandone i colori. Il verde naturale si tinge magicamente di tonalità di rosa e rosso.

Vintage Violence, Congo. Richard Mosse. Courtesy @MAST

Infra è una serie prodotta in Congo, territorio dalla natura meravigliosa, ma con una situazione politica instabile. Tra il 2010 e il 2015 Richard Mosse concentra la sua attenzione nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, ricca di coltan, un minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio, utilizzato nell’industria elettronica.

Il contrasto prodotto dalle zone originariamente verdeggianti e le figure umane e non, che vi si stagliano attraverso, contribuisce a focalizzare l’attenzione del visitatore sui dettagli spesso violenti e legati al trauma dei conflitti interni che emergono in modo brusco. Perché se gli ambienti diventano surreali, la devastazione al loro interno, che colpisce gli uomini e le loro dimore transitorie, non lo è affatto e si impone pertanto in tutte le sue contraddizioni. L’impatto è straniante e devastante insieme. Effetto alimentato dalle dimensioni imponenti delle stesse fotografie.

Heat maps

Nonostante l’innegabile suggestione e il fascino estetico di questa serie, credo che l’impatto emotivo da esse generato sia molto piccolo, se paragonato alla serie, dal mio punto di vista più toccante dell’esposizione e a cui si ha accesso subito dopo aver superato le opere a infrarossi. Si tratta delle Heat Maps, realizzate tra il 2014 e il 2018, quando Mosse decide di utilizzare una termocamera per le sue istallazioni. La termocamera registra le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi, restituendo delle immagini apparentemente in banale bianco e nero, ma che sono in realtà delle vere e proprio mappe termiche. Le termocamere, una tecnologia anch’essa usata in ambito militare, registrano immagini ad alta definizione fino a una distanza di 30 km. Mosse le usa per testimoniare la vita nei campi profughi, dalla Grecia al Libano.

Heat Maps. Richard Mosse. Dettaglio
Heat Maps. Richard Mosse. Dettaglio

Quello che la camera restituisce e che noi riusciamo a cogliere solo fissando i dettagli delle sue grandi opere, è davvero inquietante. I luoghi e persone perdono la loro definizione per diventare pure astrazioni della realtà. Fantasmi privi di occhi e lineamenti riconoscibili. Sotto lo sguardo della camera, che ha bisogno di tempi lunghi di esposizione per poter fissare le immagini, i movimenti diventano rarefatti, gli ambienti si sfaldano e noi percepiamo con estrema concretezza la triste metafora che i profughi incarnano oggi. Il loro essere individui ma allo stesso tempo non essere trattati come tali.

Heat Maps. Richard Mosse. Dettaglio

Grazie a questa tecnologia Mosse ci restituisce, circondati da contrasti di colore, uomini e donne volanti, sagome in fila che hanno perso la loro direzione e gruppi di bambini che si dissolvono nei loro girotondi.

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto (Pretini)

Bambini che mi hanno ricordato molto le immagini rarefatte di Mario Giacomelli nella sua serie  “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, più nota come la serie dei ‘Pretini’. Mario Giacomelli  scattò le foto ai giovani seminaristi tra il 1962 e il 1963 a Senigallia, sua città natale. Voleva mostrare come vivevano i ragazzi in un luogo chiuso, lontano dalle attrattive del mondo esterno, affrontando tante rinunce. Voleva mostrare come si possa essere felici anche costringendosi a tali rinunce. Proprio come quei bambini. Felici e staccati da terra.

Triste Tropique e Ultra

E non credo che questo riferimento sia un caso. Richard Mosse possiede una grande formazione artistica e anche letteraria, che non manca di segnare la sua ricerca. Ad esempio l’ultima serie fotografia che si incontra proseguendo nel percorso, porta un nome fortemente evocativo dal punto di vista letterario: Triste Tropique. Il riferimento è al saggio di Lévi-Strauss, Tristi tropici, pubblicato nel 1955, in cui racconta dei suoi viaggi compiuti dal Brasile al Pakistan. Triste Tropique è una serie prodotta da Mosse tra il  2018 e il 2019 e ha per oggetto la foresta pluviale sudamericana. Immagini di droni a testimoniare il degrado ambientale causato dalla deforestazione, gli allevamenti intensivi, le miniere illegali.

Una visione a cui si affiancano delle immagini in micro dettaglio della serie Ultra.

Dionaea muscipula with Mantodea, Equador. Richard Mosse. Ultra. Courtesy @MAST

Grazie alla tecnica della fluorescenza UV, l’artista ci permette di penetrare nel sottobosco mostrando la fragilità e la bellezza del mondo naturale minacciato da parassitismo e intervento umano. Immagini che fanno il paio con quelle di Infra in termini di fascino estetico, ma che mi hanno colpito sicuramente meno.

In conclusione, una mostra che permette di scoprire la personalità e il talento di un artista giovane che promette di regalarci ancora molte riflessioni visive. Un nuovo attivista che, sono sicura, almeno io non smetterò di seguire.

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Gianna Angelini
Semiologa del testo multimediale, Project manager e Consulente di marketing strategico. Insegno per passione, scrivo per dedizione, progetto per desiderio.

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