Le quattro stagioni di Knausgård
Un dipinto fatto di parole

Avevamo già parlato di Karl Ove Knausgård qualche mese fa e lo avevamo lasciato con la chiusa della sua opera più impegnativa, La mia lotta. Nel sesto ed ultimo volume del romanzo, egli, provocatoriamente e con parole molto forti, si definisce morto come scrittore e dichiara chiuso e fallito il suo esperimento letterario.

Karl Ove Knausgard

La mia lotta

Knausgård, che voleva trasferire la realtà senza filtri sulla carta con la speranza di salvare se stesso e dare origine ad un nuovo modo di concepire la letteratura, in realtà aveva finito per provocare solo critiche, citazioni in tribunale e sofferenza. Chiara fama a parte.

Avevamo già anticipato che il suo epilogo non era da intendere in senso letterale, ma metaforico. Di scrivere, infatti, Knausgård non ha smesso neanche per un giorno. Il punto è che ci sono esperienze che, seppure non riescono ad assolvere alle intenzioni di chi le ha generate, producono conseguenze così grandi che finiscono per vivere di vita propria.

Quando si fanno queste esperienze, dagli esiti inattesi e dai risvolti intimamente privati, come è stato il caso della pubblicazione de La mia Lotta per il nostro autore, tutto ciò che avviene dopo non è più lo stesso. Inevitabilmente. Infatti, se è vero che Knausgard non è morto come scrittore, un certo suo modo di scrivere lo è di sicuro.

I sei volumi del Min Kamp tradotti e pubblicati in italiano

Knausgård dopo La mia Lotta

Nei 6 volumi autobiografici, Knausgård aveva messo completamente a nudo se stesso al fine di scoprire e comprendere il suo io letterario. Si era concentrato verso l’interno usando questo filtro per descrivere il resto del mondo. Subito dopo, Knausgård cambia e si mostra pronto per guardare finalmente fuori da sé per avere ispirazione letteraria.

Per un po’ – siamo nel 2011 – Knausgård si dedica alla saggistica, cura mostre d’arte, dà sfogo alla sua passione per la pittura. Poi la moglie (ora ex) rimane incinta del loro quarto bambino. Siamo nel 2013. Knausgård allora comincia a scrivere delle lettere alla nuova nata, per introdurla alla vita. L’idea è quella di raccogliere tutti gli scritti per donarglieli una volta maggiorenne. Durante la stesura, però, parlando con il suo editore, cambia idea. Quello che sarebbe dovuto essere il suo monologo con la quarta figlia, Anne, che nascerà nel 2014, diventa un nuovo progetto letterario. Fatto di riflessioni autobiografiche, ma anche e soprattutto di una visione del mondo. Quattro volumi, dai titoli delle quattro stagioni In autunno, In Inverno, In primavera, In estate. I testi, scritti in norvegese, verranno pubblicati in Svezia tra il 2014 e il 2016. 

Le quattro stagioni

In Italia, a curare la pubblicazione della tetralogia è la Feltrinelli. Come era successo per la sua opera più importante, anche la traduzione italiana dei quattro volumi esce a diversi anni di distanza dalla pubblicazione originale. L’ultimo, In Estate, è uscito a luglio del 2021, cinque anni dopo il testo originario. Anni in cui Knausgård ha continuato a scrivere, ma stavolta fiction.

A settembre del 2020, ha infatti pubblicato Morgenstjernen (La stella del mattino, per ora solo in norvegese), di 666 pagine. Un romanzo corale in cui nove personaggi, molto diversi tra di loro, si troveranno a reagire ad uno stesso evento traumatico. Una storia che si svolge in tre giorni e attinge al fantastico. Un modo per palesare il suo definitivo distacco con i propri ricordi, che anticipa già nel quarto volume della tetralogia, come gesto di libertà.

Scrive Knausgård, In estate

“La sensazione di non appartenere più ai miei ricordi e ai miei pensieri, la percezione che si limitino a passare attraverso di me, come se io fossi una specie di stazione, non è necessariamente vincolata all’età, né tantomeno deve avere una sorta di dimensione esistenziale, pensavo oggi mentre bevevo un caffè in una caffetteria all’aperto e le tue sorelle ballavano e cantavano in una scuola nei paraggi. […] La sensazione che non mi appartengono è appropriata, li ho dati via e continuo a farlo. C’è una forma di libertà in questo, nella percezione che ho di non appartenere più a me stesso né di essere più proprietario della mia sfera interiore, che è diventata sempre più un luogo dove fluiscono pensieri e sentimenti mentre è come se io stessi a guardare? Sì, c’è. In questo c’è grande libertà”

knausgard
Alcune illustrazioni contenute nei 4 volumi della tetralogia

Rimanendo sulla tetralogia, opera molto meno imponente de La mia lotta, Knausgård dedica in media tra le 250 e le 300 pagine ad ogni volume. Ogni pubblicazione contiene delle parti illustrate da artisti scelti dallo stesso autore e che con lui hanno collaborato. Vanessa Baird per In autunno, Lars Lerin per In Inverno, Anna Bjerger per In Primavera, Anselm Kiefer per In estate, le loro opere sono veri e propri dipinti, ispirati al testo, ma di valore indipendente.

La scelta sembra esaltare il carattere plastico dell’opera che alterna brani dedicati alle cose – animali, oggetti, spazi, dettagli di vita (la luna, i gufi, i tubi, le sedie, lumache, barche, ribes rossi, ecc.) – a pagine di diario autobiografico e scene di quotidianità dedicate alla bambina. Unica eccezioni in questo senso, il volume In primavera che rappresenta un racconto autobiografico diviso in quattro parti.

Un’opera illustrata.

Parlo di opera plastica perché nel suo cambio di stile, forse ancora non radicale ma molto evidente, Knausgård abbandona la pura ricerca interiore, l’idea di una letteratura del reale volta alla definizione di sé, per aprirsi al mondo e innescare un processo inverso.

E’ affascinato e ispirato dall’opera del poeta francese Francis Ponge, letto all’età di trent’anni.  Nel 1942 Ponge dedica alle cose una raccolta di poesie, Le parti pris des choses, in italiano Il partito preso delle cose, 1979. Analogamente Knausgård stila un elenco di oltre 300 oggetti da ritrarre nei suoi volumi. Ognuno viene collocato in una precisa stagione dell’anno, con l’idea di provare a usare le parole al posto del pennello per ritrarle. Dedicandosi alla composizione di un oggetto al giorno, per un anno, avrebbe concluso l’opera in tempo per la nascita della bambina. Ma, come abbiamo visto, poi l’opera si è espansa. E il progetto è cambiato.

Il collegamento con La mia lotta

Nel corso dei quattro volumi Knausgård parla della separazione dalla sua seconda moglie Linda e della forte ricaduta che subisce la sua malattia mentale durante la gravidanza e dopo il parto di Anne, la loro quarta figlia. Ma ancora di più parla degli altri. Dei bambini in particolare, e del mondo visto dai loro occhi. Questa opera non è un inno a se stesso, non c’è psicologia, né autocelebrazione e, soprattutto, non c’è lotta. Ciò che troviamo sono tratti di prosa da leggere e sfogliare come piccole opere d’arte, da lasciare scorrere davanti ai nostri occhi, come se ogni volume fosse un padiglione, di una mostra fatta di parole.

Un nuovo stile

A scrivere è uno Knausgård maturo che gestisce le parole come strumento raffinato, e non più come chiavi di lettura utili a se stesso. Come aveva fatto Ponge a suo tempo, anche Knausgard – pur non rinunciando del tutto a parlare della sua vita – tenta di mettersi al servizio delle cose e degli altri, lasciandoli fluire in un racconto emozionante e ricco di evoluzioni. Ne deriva la consapevolezza di quanto sia profonda, varia e rigorosa l’armonia del mondo e quanto ci sia da imparare da un totale coinvolgimento e un’immersione in essa. Nel descrivere il mondo alla sua ultima nata, Knausgård chiude i ponti col passato e si proietta al futuro. Lascia alla figlia un piccolo almanacco che le permetterà un giorno di capire dove le sia capitato di piombare, ma a dire il vero, quell’almanacco  Knausgård lo spiega mirabilmente anche a noi.

Non ho mai nascosto il fascino per la scrittura di Knausgård, quindi non è strano che affermi che queste quattro stagioni mi siano piaciute molto e abbiano sicuramente allietato parte della mia estate. Ma una cosa c’è da dire. Se conserverò i sei volumi de La mia lotta come testimonianza letteraria dell’importanza di parlare a se stessi per impostare un cambiamento, saranno solo questi quattro volumi che tornerò a sfogliare volentieri nei prossimi anni. Perché è nelle parole racchiuse in questi quattro volumi e non nelle altre, che ognuno può trovare un po’ di se stesso. Che sia o no genitore, che viva o no in ambienti compatibili. In queste parole è il mondo, e il carattere necessario a impossessarsene.

Magari aprirò i volumi a caso, lasciando alla fatalità la scelta delle parole da rileggere. Come questa, per esempio, che mi capita aprendo adesso a caso il volume In inverno:

“Abitudini.

Per qualche strana ragione agli scrittori viene spesso chiesto se hanno routine e abitudini varie, come a che ora si alzano per scrivere, se usano la penna o il computer, se esiste qualcosa di cui non possono fare a meno nel processo di scrittura. Che cosa ci sia di così particolare nel ruolo dello scrittore da risvegliare tanto interesse per la sua quotidianità è difficile a dirsi, eppure deve esserci qualcosa visto che questo non accade nel caso di altre professioni comparabili. Forse dipende dal fatto che tutti sanno scrivere e leggere, ma che allo stesso tempo nel ruolo dello scrittore esista un che di sublime, per cui è necessario costruire un ponte che colmi questo divario, che in realtà risulta incomprensibile.

Oppure è connesso all’idea che scrivere sia un atto volontario e che chi scrive tutto il tempo può anche esimersi dal farlo, cosa impensabile per un impiegato e, per questo motivo, risulta oscuro o attraente. Da giovane leggevo con grande interesse le interviste agli scrittori. Non ero alla ricerca di un metodo, credo, piuttosto volevo scoprire che cosa ci volesse per diventarlo. Un modello, un comune denominatore: che cosa rende tale uno scrittore? Adesso so che tutti gli scrittori sono dei dilettanti e che forse l’unica cosa che hanno in comune è che non sanno come si debba scrivere un romanzo, un racconto o una poesia […]”

Non siete curiosi?

Photo by Dia Dipasupil/Getty Images for J. Paul Getty Trust

Nota a margine

Dopo la bufera dovuta alla pubblicazione de La mia lotta, le complicazioni generate nel suo rapporto con la sua seconda moglie, ora Knausgård si è rifatto una vita. Vive a Londra con la sua terza moglie Michal Shavit, con la quale ha avuto un altro figlio.

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Gianna Angelini
Semiologa del testo multimediale, Project manager e Consulente di marketing strategico. Insegno per passione, scrivo per dedizione, progetto per desiderio.

3 Commenti

  1. Bellissima recensione, spaventata dal numero di pagine dei suoi romanzi non ho letto questo scrittore, ma ora comincerò da uno di questi testi. Forse da Inverno. Grazie

  2. Grazie Dianella! Fammi sapere se inizierai questa avventura. Ti consiglio comunque di leggere le 4 stagioni dopo aver letto i suoi romanzi precedenti (riuniti ne La mia lotta), capirai molte più cose!

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