Non tutte le valigie sono uguali

Non tutte le valigie sono uguali. Mirella Magi. I racconti di Cronache Letterarie

La mia storia comincia nel vecchio ospedale di La Louviére, una cittadina industriale del bacino carbonifero di Charleroi, in Belgio.
Era un giorno di aprile e i tulipani erano già fioriti, ma un soffio prepotente di freddo aveva fermato la primavera.
E io, appena nata, sono stata protetta nel tiepido caldo di una stufa economica.
La mia vita nasce dall’incontro casuale e fortuito di due persone che si portavano addosso un vissuto di fatica e sofferenza. Erano approdati in un paese straniero per lavorare e costruirsi un nuovo futuro, lasciandosi alle spalle il dolore della loro terra distrutta dalla guerra, i morsi della fame, gli affetti più cari.

Mio padre e mia madre provenivano da mondi diversi.
Il mio nonno materno, di origine reggiana, aveva già avuto la vita devastata. Da ricco era diventato povero e si era trasferito, in cerca di occupazione, con la moglie e le figlie a La Spezia, una città che si era espansa molto dopo la costruzione dell’Arsenale e, negli anni ’30, offriva tanto lavoro.
Poi era venuta la guerra e quel porto militare, che dava da mangiare a tanti, era diventato un pericolo, un appetibile bersaglio bellico.
Allora i miei nonni materni erano ritornati, sfollati, a Reggio Emilia presso dei parenti, dove però dovevano pagare anche l’aria che respiravano e quei pochi soldi risparmiati se ne erano andati così… per sopravvivere.

Alla fine della guerra a La Spezia, distrutta dai bombardamenti, non c’era più niente da fare. La loro casa in affitto a Pegazzano era miracolosamente rimasta in piedi, ma cosa avrebbero mai fatto lì?

La disperazione del nulla fu mitigata da alcuni manifesti che mio nonno Anselmo vide incollati sui muri della facciata della stazione.
Il messaggio era pieno di lusinghe.
Si cercavano Italiani da reclutare per le miniere in Belgio.
Il lavoro! Si poteva ricominciare a vivere in un altro paese!
Il nonno decise di partire da solo, poi la famiglia lo avrebbe raggiunto.
Era il settembre del 1946.

Mio padre invece apparteneva alla campagna marchigiana. Lui e i suoi fratelli avevano una piccola casa di proprietà e un piccolo appezzamento di terra. Li avevano comprati con i soldi che il padre – il nonno paterno – aveva guadagnato emigrando negli Stati Uniti. Aveva fatto un viaggio pieno di pericoli e insidie. Se l’era cavata, ma una volta tornato morì in un modo banale. Ucciso da un fulmine, mentre faceva rientrare le pecore nella stalla.
Aveva lasciato una vedova e cinque figli che facevano gli ortolani e girovagavano a piedi, con il loro carretto, di mercato in mercato.

Quando scoppiò la guerra mio padre dovette partire. Gli assegnarono il ruolo di marconista e combatté la sua guerra in Iugoslavia.
Si salvò la pelle riuscendo a sbarcare a Brindisi dopo l’armistizio del ’43. Con un compagno risalì a piedi la penisola, lavorando nelle masserie per poter mangiare.  Quando arrivò al suo piccolo paese nelle Marche, la linea gotica era già stata liberata dagli alleati.
Fu dichiarato disertore (infamia poi cancellata dopo la guerra), ma tant’è, non tutti sono nati per fare gli eroi.

Mio nonno e mio padre non si conoscevano, ma mi piace immaginare che con le loro valigie di cartone si trovassero su quello stesso treno in partenza da Milano, dopo aver superato le visite mediche negli uffici collocati sotto il binario 21. Binario drammaticamente noto perché, durante la guerra, era da lì che partivano i convogli pieni di Ebrei per i campi di concentramento.
Loro stavano loro su un treno di terza classe dai rigidi sedili di legno, pieno di merce umana venduta dall’Italia al Belgio in cambio di carbone a basso costo.
Un treno che, sbuffando, si arrampicava a fatica sulle Alpi per svalicarle, superava le frontiere di Svizzera, Francia, Belgio per arrivare nel plat pays, a Namur. Lì c’era il cambio e dopo 16 ore, ecco finalmente La Louvière.

Mio nonno materno e mio padre. Soli. Senza alcuna conoscenza della lingua francese, con un poverissimo bagaglio culturale, un passato di dolore alle spalle e un presente fatto della speranza di farcela.

Dopo qualche mese mio nonno tornò in Italia e portò con sé in Belgio la famiglia, una moglie e tre figlie.
Mia madre, la figlia più grande, aveva sofferto molto per la partenza dalla sua bella terra che si affacciava sul Golfo dei Poeti, ma lì ritrovò la realtà cittadina in cui era cresciuta. La Louviére era un piccolo centro molto sviluppato. Supermercati, una grande piscina comunale, un teatro, diversi cinema, tanti caffè, grandi parchi incorniciati da alberi secolari. Intorno, poco distanti, molte miniere di carbone.
Si offriva una vita bellissima rispetto alle campagne primitive da dove arrivava la maggior parte degli Italiani.

Italiani per lo più meridionali, spesso analfabeti, ignoranti e grezzi nei modi, inizialmente disprezzati – Ici pas de chiens et d’Italiens -, ma poi stimati come grandi lavoratori. E dalle baracche piano, piano, questa massa di lavoratori stranieri trovò sistemazioni più decorose in camere in affitto e alloggi popolari costruiti dallo stato belga per gli immigrati.

Mio padre e mia madre si conobbero nel luogo più improbabile per due come loro, ad una mostra di pittura.
Si sposarono dopo pochi mesi.
Mia madre era giovane e bellissima, mio padre aveva gli occhi verdi come le spighe del grano non ancora maturo.
Prima sono nata io, poi mio fratello.
Mio nonno lasciò presto la miniera per altri lavori. Mio padre, invece, continuò a scendere nel ventre della terra per tanti anni. Si guadagnava molto e lui sognava il ritorno in Italia.
Andava al lavoro in bicicletta, anche in pieno inverno. Quando saliva sull’ascensore che lo portava giù, come tanti altri pensava al sole dell’Italia, alla sua campagna, all’aria pulita di contro a quella poussière che si infiltrava nei polmoni e sotto la pelle.

Io intanto avevo cominciato ad andare all’asilo, di cui ricordo solo le unghie lunghe, curatissime e dai mille colori, della mia insegnante. E poi la scuola elementare, la scuola comunale a tempo pieno. La mia classe tutta al femminile, le compagne di diversa provenienza e religione, le giovani maestre, le prime amicizie, la mia lingua madre: il dolce francese.
D’estate, a luglio, ritornavamo in Italia con valigie piene di tante cose introvabili o troppo costose nell’entroterra marchigiano, da regalare ai famigliari di mio padre. Soprattutto cioccolato e caffè.
Lì incontravo un mondo ancora arcaico, selvaggio e ruvido.
Poi tornavo alla vita di sempre. La mia vita.

Quando i miei decisero di tornare in modo definitivo in Italia, le nostre valigie erano di cuoio. Secondo loro saremmo andati incontro ad un futuro migliore.
L’Italia stava ripartendo e mio padre aveva investito i soldi, conquistati in miniera, nell’agricoltura. Aveva comprato una bella casa, delle terre e dei mezzi meccanici. Avrebbe fatto per il resto della vita l’imprenditore agricolo, respirando a pieni polmoni quell’aria che gli era mancata.

Quando siamo partiti, al binario è venuta solo mia nonna a salutarci.
Lei, contraria a quella partenza per un’Italia che l’aveva tradita, era silenziosa e austera, imprigionata nel dolore di vederci andare via.
Io, in quel momento, ero inconsapevole della nostalgia che avrei provato poi.
Nostalgia per gli affetti lasciati, per i sapori e gli odori.
Nostalgia per una vita così diversa da quella che avrei vissuto in una campagna solitaria e arretrata.
Nostalgia per il Belgio che era la mia terra.
Là ho lasciato la mia infanzia.
Là ho abbandonato me bambina, perdendo le mie radici.

 

***

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Mirella Magi
Sono nata a La Louvière, in Belgio, da genitori italiani emigrati e vivo a Fano, in provincia di Pesaro e Urbino. Laureata in Lettere Classiche, ex insegnante di lettere, ho pubblicato diversi romanzi. Il primo, nel 2006 è "Una manciata di lucciole". Sono seguiti nel 2014 i romanzi "Nientediprima" e poi "Le stagioni di casa mia". Recentemente mi sono cimentata anche nella scrittura di racconti brevi.

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