Un brav’uomo è difficile da trovare

Un brav'uomo è difficile da trovare. Cronache Letterarie
Marzo 1955. Foto di Bob Lerner

Un brav’uomo è difficile da trovare è il titolo dei racconti brevi della O’Connor pubblicati nel 1955 e ora ritradotti per Minimum Fax da Gaja Cenciarelli. Racconti che nella loro spiazzante durezza, sono capolavori di intensa drammaticità: tra i più belli del ‘900, non solo americano.

Forse non è un caso – e comunque è una felice coincidenza – che autrice della appassionata postfazione alle struggenti, splendide “parabole” della talentuosa Flannery O’Connor sia la visionaria scrittrice noir Joyce Carol Oates. A lei si deve infatti uno dei più sconvolgenti bildungsroman adolescenziali degli ultimi trent’anni, Sorella, mio unico amore (qui trovi la nostra recensione).

Nella scrittrice georgiana si va dall’ineluttabilità del male nella Storia, al fatalismo del peccato e alla disperazione inconscia di chi pratica brutalmente la crudeltà in un mondo nel quale sono crollati i vecchi codici etici di moralità e rispetto. Così il “Balordo” di Un brav’uomo è difficile da trovare, che dà il titolo alla raccolta, fra campi di cotone che ricordano Via col vento, stermina un’intera famiglia scandendo il massacro con una riflessione sul senso della colpa e della punizione.

Un brav'uomo è difficile da trovare. Flannery O' Connor. Cronache LetterarieIn La vita che salvi potrebbe essere la tua sempre un vagabondo – cantante di gospel, becchino, “falegname come Gesù” alla ricerca di Dio e di una donna pura e innocente – raggira la figlia demente di un’anziana signora con un falso matrimonio, squallido e grottesco, per rubare loro l’auto d’epoca.

All’ineluttabilità del male si contrappone il radicalismo di un cattolicesimo rurale, conservatore e sessuofobo, espressione del puritanesimo “sudista” anni ’50. La O’Connor ne fu voce fedele, lucida, critica ed ironica sino al sarcasmo più feroce. Minata sin da giovane da un lupus ereditario (malattia cronica autoimmune) la scrittrice era sostenuta da una fede incrollabile (leggi anche qui).

Giovani tarchiati e pallidi che ringhiano

Di qui la centralità del Cristo e del Battesimo, magari impartito da sedicenti santoni/guaritori; la biblica nemesi della malattia, provvidenziale catarsi di coscienze impure; l’emblematica funzione testimoniale di giovani e bambini.

Questi, spesso centrali nel plot, non sono mai ritratti in modo convenzionale, rassicurante e positivo: tarchiati e pallidi ringhiano, grugniscono, torcono lo sguardo (lessema indimenticabile di Primo Levi) truci, stravolti, rabbuiati, già vecchi, indignati, smarriti, delusi, affamati e per questo malvagi.

Ad esempio in Un cerchio di fuoco tre ragazzi senza la vocazione dei “gentiluomini” – presenze ossessive e sataniche – appiccano il fuoco alla proprietà dell’apocalittica, bigotta Mrs. Cope. In Un tempio dello Spirito Santo per la piccola cugina di Joanne e Susan è difficile diventare un medico, un ingegnere, una santa perché:

“Era nata bugiarda, pigra e impertinente, divorata dal peccato della superbia, il peggiore […] magari una martire, se si fossero sbrigati ad ucciderla, comunque difficile sopportare di essere fatta a pezzi dai leoni, escluso l’olio bollente, meglio una moderna fucilazione con il pensiero rivolto al Figlio dell’uomo schiacciato tre volte su una croce grezza”.

“Gonfia, sgarbata, dimessa, colta”

Infine la Joy/Hulga di uno dei racconti più intensi e drammatici del ‘900 non solo americano, Brava gente di campagna, è un probabile doppio letterario di Flannery, non solo secondo la Oates.

Flannery O'Connor. Un brav'uomo è difficile da trovare. Destinata alla morte e all’infelicità con la sua gamba di legno e pure ansiosa di amare, viene sedotta e lasciata dall’ennesima “persona a modo”. Lui è un collezionista di oggetti macabri travestito da timido missionario venditore di Bibbie. E il passo nel quale – in un gesto di affetto disperato – la ragazza si sfila l’arto mettendo a nudo la sua anima prima che il suo povero corpo, rimane indelebile nella sua assoluta, spiazzante durezza.

D’altro canto la raccolta rappresenta anche uno spaccato di problematiche vive e attuali come la mai rimossa piaga razziale del sorprendente Un negro artificiale. Il viaggio di formazione del decenne Nelson nella labirintica, magmatica Atlanta per “vedere finalmente un negro” culmina nel suo vigliacco disconoscimento da parte dello zio che, di fronte ad una folla inferocita nel girone infernale del quartiere nero, rinnega il piccolo come Pietro il suo Messia al cantare del gallo.

Lo stile di Flannery O’Connor

Un’analisi doverosa merita lo stile originale e particolarissimo dei racconti i cui titoli, come in Carver, appaiono volutamente fuorvianti rispetto al contenuto, riprendendone una battuta o un particolare per lo più irrilevante.

Solo apparentemente referenziale e minimalista per l’attenzione a dettagli marginali che condensano in sé un’epifanica allusione al mistero, la O’Connor ricorre ad una variegata declinazione di piante e animali in funzione zoomorfica, con una spiccata tendenza alla deformazione espressionistica dei personaggi.

Così i corpi sono “croci menomate, urne funerarie, vecchie mele gialle e acide”.
Gli occhi “di una freddezza trionfante, strabici, voraci, scintillanti di acciaio e granito”.
I visi “dello stesso colore delle strade sterrate”, paiono “sporgere come scogliere nude dalle quali buttarsi”.

In stridente, suggestivo contrasto con la crudezza di molti passaggi tuttavia la prosa della O’Connor tradisce una innata, sontuosa cifra lirica.

“Gli alberi di granito traboccano di luce bianca, i fianchi screziati di rosa delle colline sono appoggiati contro il crinale buio del bosco, la salvia rabbrividisce dolcemente in sfumature argentee”.

E poi il cielo si tinge, non solo per i violenti, mentre il riflesso della luna “ruvido e rovente, fiammeggiante palla scarlatta intrisa di sangue simile ad un’ostia durante l’elevazione, incastonato come un diamante sulla vetta delle montagne, si arrampica furtivo attraverso una schiuma di nuvole e rotola via infrangendosi sull’acqua”.

Senza contare i colori che illuminano le pagine sfolgoranti di Un brav’uomo è difficile da trovare come la coda “iridescente e arabescata” dei suoi amati pavoni.

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Marco Camerini
Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – è stato a lungo docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei. Gli interessi della sua attività critica e saggistica sono rivolti alla lirica novecentesca e alla narrativa contemporanea, in particolare anglo-americana.

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