L’era della suscettibilità

L’importante è offendersi e chiedere la testa (cancel culture) di chi ha osato violare la nostra zona… è avere un repertorio di fragilità che ci renda speciali ma uguali (me too), è far capire … che noi siamo nel Club dei giusti, siamo dalla parte dei buoni.

L'era della suscettibilità. Cronache Letterarie
Illustrazione di Don Bishop

L’importante è parlare bene la neolingua (sì proprio come in 1984) che impongono i militanti della suscettibilità e considerare la fine del mondo ogni parola sbagliata.

Dal pretendere un’attrice della giusta sfumatura razziale per interpretare il nuovo Cleopatra al chiedere che nei cartoni animati i personaggi non bianchi siano doppiati da gente col preciso identico pedigree etnico.

E questo anche se Martin Luther King “chiedeva esattamente il contrario: che i neri fossero considerati per le loro doti individuali, non per il colore collettivo della loro pelle”.

La generazione offesa

L'era della suscettibilità di Guia Soncini. Cronache LetterarieL’importante è pretendere ossessivamente scuse in ogni circostanza (ma poi, quando si è deciso che chi si offende ha ragione?).

Dagli studi televisivi alle aule parlamentari tutti ritengono di dover ricevere delle scuse per qualcosa, tutti sono offesi a nome di qualcuno.

Di questo parla Guia Soncini nel suo libro L’era della suscettibilità. E lo fa in modo molto spiritoso, il che rende il suo libro molto godibile. Racconta storie assurde in cui suscettibili e risentiti, spesso senza saperlo recitano una commedia degli equivoci in cui diventa impossibile distinguere la realtà dalla parodia.
Decreta la morte del contesto perché “La smania di indignazione prevale sull’approfondimento del contesto”. C’è solo il tempo di offendersi non quello di capire. Adesso chi legge e non gradisce, non va oltre ma chiede la tua testa.

Cancel culture

“Se prendi le distanze da una sfumatura anche minima del Club dei giusti, sei uno dei cattivi e meriti la gogna, il licenziamento, la vita rovinata e la reputazione distrutta”.

Ogni cosa può essere connotata come razzista o sessista e dunque considerata intollerabile.
Siamo arrivati al punto che negli Stati Uniti sono stati banditi Il buio oltre la siepe (troppi epiteti razziali) e Uomini e topi perché contiene troppe parolacce. Università prestigiose hanno chiesto di togliere dal programma Shakespeare perché “crea una cultura ostile agli studenti di colore” e al suo posto inserire autori gay e donne.

Nel remake di Lilli e il vagabondo spariranno i gatti siamesi perché hanno tratti orientali offensivi per gli asiatici.
Il grande Gatsby non va bene in quanto portatore di misoginia, per non parlare del razzista Via col vento, dove i “negri” sono stati trasformati in “afroamericani”. Un “termine d’assoluta credibilità nei dialoghi degli Stati Uniti della metà dell’Ottocento”, ironizza Guia Soncini.

Ma perché l’esistenza di chi la vede diversamente da noi ci offende? Cosa ci ha resi così fragili da sentirci in pericolo per l’esistenza stessa del dissenso?

I social
e il diritto di offenderci 

Poi sono arrivati i social, e chiedere la testa di chi non ci piace è diventato uno sport di massa.

social. cronache letterarieFacebook ci fa vedere solo quello che “ci piace” e allontana dalla nostra vista tutto quello che non “condividiamo” e che potrebbe metterlo in discussione. Così ci convince sempre più del fatto che abbiamo ragione a pensarla come la pensiamo.

“Viviamo in una bolla in cui non vogliamo renderci conto di niente che ci disturbi”.

A ciò si unisce il fatto che i social non ammettono principi di autorità e competenza. Un medico vale quanto uno sfaccendato qualunque. I social livellano tutto. Hanno la: “tendenza ad appiattire questioni complesse con accecanti certezze”. E d’altro canto “l’ignoranza è il carburante più efficace per l’autostima”.

Le parole proibite

Il neomaccartismo aumenta sempre più la lista dei temi su cui si non possono fare battute e rimodella continuamente il lessico.
Ecco cosa dice la scrittrice britannica Hilary Mantel:

“Di recente mi è stato cambiato il gender: ho ricevuto una pubblicazione universitaria in cui venivo definita con il genere “they”, “loro”, e non “she”, “lei”. I miei libri erano diventati i “loro libri”. Ma io ci tengo molto a essere una donna. Non voglio che la femminilità mi venga sottratta. Non è un capriccio”.

Hilary Mantel, autrice della Trilogia di Cromwell. L'era della suscettibilità
Hilary Mantel, autrice della Trilogia di Cromwell

I pronomi sono uno dei tic che abbiamo dovuto adattare ma in italiano non è sufficiente, bisogna cambiare anche le desinenze. Perciò fioriscono asterischi ovunque per eliminare il maschile e il femminile dalle parole. D’accordo ma poi gli asterischi come li pronunci?
Si tratta di un’omologazione necessaria “per non escludere nessuno, uomini, donne, esseri umani che ritengono la biologia un’imposizione patriarcale e rifiutano di riconoscersi in un sesso”.

Arriva allora in soccorso la lettera u. Oppure c’è anche la schwa, che si pronuncia u e si scrive come una e rovesciata. Seguono pagine facebook in cui tutte le parole finiscono con la u con un inevitabile e clamoroso effetto comico.
Com’è possibile che il diritto di ogni essere umano a sentirsi del genere sessuale che preferisce sfoci nel ridicolo in questo modo?

In un romanzo, non solo un personaggio sessista userà parole sessiste, così come uno razzista userà parole razziste, ma parole oggi considerate razziste come “negro”, un tempo non lo erano affatto e anzi erano le uniche a disposizione.
E poi questo lifting linguistico sembra prescindere dalla sostanza delle cose. E’ vietato dire “ritardato” o “handicappato”, ma chiamarli “diversamente abili” cambia qualcosa nella loro vita? “Dovremmo preoccuparci meno di come li chiamiamo e più di come li trattiamo”.

L’era della suscettibilità

L’era della suscettibilità parla di tante cose e fa un numero di esempi impressionante. Ad esempio Guia Soncini racconta che, nel 2017, quando il MeToo era iniziato da poco, venne pubblicato sul New York Times un suo editoriale sui limiti del femminismo all’italiana.

“Nelle settimane precedenti avevo scritto un tweet (secondo me spiritosissimo) sul fatto che, negli anni Novanta, fuori dalle stanze d’albergo di Harvey Weinstein ai festival del cinema c’era la fila di donne pronte a lanciargli le mutande. Un dettaglio che chiunque frequentasse quei festival ricorda”.

Questo però non si può dire perché si tratta di victim blaming (colpevolizzazione della vittima). I suoi tweet vengono considerati gravemente offensivi perché fa la spiritosa sulle tragedie delle vittime e chiedono al New York Times di ritirare il suo articolo.

 

Il feticismo della fragilità

La cultura del piagnisteo. L'era della suscettibilità.

Nella gerarchia delle vittime, razzismo e sessismo sono al primo posto seguiti da una vasta schiera di raggruppamenti che vanno dagli animalisti, ai vegani, agli antispecisti, i naturalisti e così via fino ai terrapiattisti.

Viviamo in un tempo in cui tutti vogliamo essere noi stessi, dice la Soncini, e ci sentiamo tutti speciali per come siamo. Le conseguenze sono certi film orribili presi ai festival solo perché “l’ha fatto una donna”.
È così che La cultura del piagnisteo, scriveva già trent’anni fa Rober Hughes, provoca il “diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza”.

Tutto è vessazione, tutto è gravissimo. Ci si attacca alle tende drammatizzando qualsiasi scemenza, come nella serie This is Us.

“Tutto in This Is Us è trauma gravissimo. Essere grassi. Lasciarsi. Avere un neonato che piange. Non sentirsi dire “Bravo” al lavoro. Aver avuto un fidanzatino stronzo al liceo, venticinque anni prima”.

Generazione lagnona – generazione furibonda

Non è paradossale che la difesa delle più sparute minoranze porti a un nuovo maccartismo, a una dittatura del perbenismo, all’impossibilità di scherzare e persino di parlare di certi argomenti?

Bret Easton Ellis
Bret Easton Ellis

La nemesi è che nell’era del politicamente corretto viaggiano insulti feroci sulla bocca di chiunque in una miscela esplosiva di politicamente scorretto. Forse, come sostiene lo scrittore Breat Easton Ellis, bisognerebbe iscriversi a dei corsi per imparare ad ascoltare un’opinione diversa dalla propria senza sentirsi male. Insomma tutto il contrario di quanto accade sui social.

Alla fine però la Soncini li difende e dice che non è colpa dei social perché:

“Le persone non sono davvero così isteriche come sembrano online. A cena non si offendono come su Twitter, al bar non s’impettiscono come su Facebook”.

Uhmm… qui non sarei del tutto d’accordo. A me pare invece che i social abbiano sdoganato comportamenti assai aggressivi anche nella realtà. Pochi giorni fa un distinto signore, vestito impeccabilmente, mi ha insultata urlando perché ha pensato che volessi rubargli il parcheggio. Una reazione del tutto spropositata per un torto che, tra l’altro, aveva solo immaginato.

E se pensate che esprimere la rabbia sia liberatorio e poi ci si senta meglio, vi sbagliate. E’ una teoria molto diffusa ma falsa. Lo spiega lo psicologo Daniel Goleman: dare sfogo alla collera non contribuisce a dissiparla, ma a coltivarla, lasciando l’individuo ancora più adirato. Bisognerebbe pensarci prima di “sbranare” qualcuno sui social, o nella realtà.

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Tiziana Zita
Redattrice in programmi Rai, pubblicista, story editor e producer di serie tv, prima in Rai, poi a Mediaset. Scrivo tanto. Nel 2011 ho creato Cronache Letterarie.

One comment

  1. Giovanna Chiarilli
    Giovanna Chiarilli

    “E poi questo lifting linguistico sembra prescindere dalla sostanza delle cose.”

    Condivido pienamente!

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