Amo me stesso di un amore non corrisposto

Amo me stesso di un amore non corrisposto. Racconto di Paul Valenti per Cronache Letterarie
Illustrazione di Francesca Mastracci

Purtroppo è proprio come temevo. È lei, la sveglia, l’invenzione più perfida dopo la bomba a mano! Qui non è più notte ma non ancora mattino, mentre fuori il mondo è sospeso nel nulla e il giorno sembra ancora una leggenda.

Nonostante tutto anche questa notte sta passando senza fare prigionieri, ma la feroce tirannia della sveglia mi ha teso un’imboscata, occupando abusivamente il mio territorio mentale. Roba da richiesta d’asilo politico al Regio Principato di Oniro, territorio indipendente sul confine tra il buio che lo genera e la luce che lo disperde.

Che speranza ci può mai essere per una civiltà che comincia ogni giorno con il suono dispotico di una sveglia? Apro gli occhi e cerco qualcosa attorno a me che mi aiuti a sopravvivere a questo stato di esilio interiore. Mi rendo conto solo ora che, in un mondo troppo pieno di cose necessarie, la mia stanza è finalmente piena di cose inutili: una casa di riposo per menti troppo immaginative.

Sono stanchissimo! Quale sarà il motivo per il quale la notte è così infinitamente elastica e indulgente, mentre il mattino è così inesorabilmente spigoloso e crudele?

Mi vien voglia di iniziare già al mattino presto, a fare tardi. È proprio al mattino che ci si deve nascondere: la gente esce di casa energica e vanitosa, affamata di disciplina, di efficienza, pretendendo la contropartita.

Rimando il momento in cui mi dovrò alzare e cerco di abitarne il più possibile il vuoto. Io amo qualunque tempo sospeso, qualunque intervallo in cui non bisogna far altro che aspettare un momento successivo, un dopo che sarà meglio del prima.

I ‘dopo’, in effetti, sono spesso meglio dei ‘prima’, perlomeno fino a quando non divengono a loro volta dei prima, rinnegando se stessi. I dopo sono così bugiardi e ingannevoli, non mantengono mai gli impegni.

Fuori intanto il sole inizia a sorgere, puntuale, come sempre, all’alba. Il giorno bussa ormai alle finestre e io mi devo decidere ad alzarmi.

Sono andato a letto così tardi e mi sto alzando così presto che potrei incrociare me stesso sull’uscio della camera.

Saigon si sta svegliando, o forse non si è mai veramente addormentata. È una città che mente. Mente sempre, come i dopo che diventano i prima. Fa finta di dormire, come uno spregiudicato predatore.

Davanti allo specchio vedo la mia immagine in tutta la precarietà del mattino, la faccia sporca di barba. Malgrado tutto amo me stesso, ma è amore non corrisposto.

Con gli odori del sonno ancora tra i capelli e nei denti, mi rado via con cura il grigio della barba e mi butto nella doccia.

La cascata che esce dal tubo di acciaio ha una voce che predica in coro i salmi della neve che si scioglie generando ruscelli e lontani affluenti in avvicinamento. L’acqua è limpida perché non ha memoria, ma ha una direzione forzata, un proposito che non le permette di fermarsi. È in continua e brutale caduta verso il fiume sotterraneo che bagna l’anima del pianeta, con il quale deve finalmente ricongiungersi.

L’acqua calda scivola piacevolmente sulla mia pelle stanca. Il pelo del mio petto è brevettato per far schiumare le saponette, darwinisticamente evoluto a questo scopo. Produco schiuma che distribuisco con cura lungo tutta la geografia del mio corpo.

Scelgo d’istinto di lavarmi i capelli e dopo li vedo allo specchio pendere dal cranio piatti e tristi come alghe sulla riva. Sono indeciso se pettinarmeli con una riga laterale da benpensante o semplicemente tenermeli all’Umberta. Considerandone la limitata quantità, poco cambia…

Penso a quando ero giovane che, appena sveglio, passavo dei lunghi quarti d’ora ad aggiustarmi i capelli in modo da dare l’impressione di essermi appena svegliato. Stavo attento a tenere la barba accuratamente trascurata, a scegliere l’adeguato colore sbagliato dei pantaloni, la maglietta logora al punto giusto, la giacchetta opportunamente sproporzionata. Tutto per dare l’impressione di non tenere conto del mio aspetto, di essere superiore ai giudizi, tradendo così la mia ansia di apparire.

Guardo sulla sedia il mio completino serio, pronto per essere indossato e, non so perché, mi torna un sonno pantagruelico. C’è poco da fare, io ho l’esigenza di dormire minimo dodici ore al giorno, più la notte.

Del resto, se noi esseri umani potessimo dormire ventiquattr’ore al giorno, potremmo finalmente raggiungere l’inerzia primordiale. Quella beatitudine di sonno perpetuo antecedente la Genesi, ambizione e ideale di ciascuna coscienza esasperata.

E visto che per realizzare un ideale bisogna avere un sogno, non voglio perdere altro tempo: torno a dormire, perché mi scappa di sognare!

Disinnesco la sveglia, indosso il pigiamino, chiudo le finestre al mondo e me torno a letto. Lascio a voi il mattino, io mi riprendo la notte.

***

Francesca Mastracci

E’ l’autrice dell’illustrazione del racconto di Paul Valenti, Amo me stesso di un amore non corrisposto. Graphic designer, da sempre frequentatrice di studi d’arte, nella ricerca del proprio percorso creativo, ha indagato diversi ambiti che spaziano dalla scenografia all’illustrazione, dalla grafica alla pittura.

Qui potete leggere anche un altro racconto di Paul Valenti: E alla fine si possiede solo ciò che si è dato.

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Paul Valenti
Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

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