La promessa di Damon Galgut. Booker Prize 2021

La promessa di Damon Galgut. Booker Prize 2021

Con La promessa lo scrittore sudafricano Damon Galgut ha vinto il Booker Prize 2021, dopo che altri due suoi romanzi nel 2003 e nel 2011 erano finiti in shortlist per il medesimo premio.

Ho letto questo libro in meno di due giorni, tanto mi sono appassionata alla narrazione, peraltro caratterizzata da una stupefacente fluidità oltre che da una struttura decisamente innovativa.

La promessa di Damon Galgut. Cronache Letterarie

È la storia della famiglia Swarts, composta dalla madre Rachel, dal padre Herman detto Manie, e dai tre figli, Anton, Astrid e Amor, che vivono in una fattoria nelle vicinanze di Pretoria, capitale del Sudafrica.

La saga, che si sviluppa in quattro capitoli ciascuno più o meno corrispondente a un decennio, si apre con la morte – per cancro – della madre Rachel. La quale, in punto di morte, fa promettere al marito Manie di regalare alla domestica nera, Salome, la casa in cui questa è ospitata. È un ringraziamento per l’affettuosa assistenza ricevuta dalla donna durante la lunga malattia e per la lunga permanenza in servizio presso la famiglia, di cui Salome ha cresciuto i pargoli. Alla promessa è presente la tredicenne Amor, una ragazzina dolce e introversa. Bambina che tutti credono un po’ strana perché da piccola è stata colpita da un fulmine che le ha bruciato un mignolo e la pelle dei piedi, ma che l’ha lasciata viva.

Siamo nel 1986, in pieno apartheid

Amor ricorda al padre la promessa fatta alla madre prima che morisse, ma le viene risposto che le leggi vigenti non consentono il trasferimento di beni alla popolazione nera. Nel frattempo abbiamo modo di conoscere meglio, non solo i singoli componenti della famiglia, ma anche la società in cui sono immersi. Una società profondamente razzista, incapace di percepire i neri come uguali, e perennemente in lotta per imporre la propria supremazia.

Un barlume di speranza nel futuro è affidato a Anton, il primogenito, scappato dalla leva obbligatoria e apparentemente insofferente ai meccanismi familiari e sociali.
Per bocca di Anton sono smascherate alcune ipocrisie familiari e un certo bigottismo religioso che porta all’arricchimento dei rappresentanti della chiesa, qualsiasi essa sia.

Perché in fondo in questo libro ce n’è per tutti, cristiani riformati, cattolici, ebrei e persino per i santoni spirituali che coccolano le annoiate casalinghe di buona famiglia. E però Anton sembra un po’ il simbolo del Sudafrica. Da una parte la voglia di buttare all’aria equilibri spesso insinceri, dall’altra la tendenza all’inerzia, all’adesione a modelli precostituiti. Anche la ribellione di Anton, che ha in mente grandi cose, si risolve in niente.

Apartheid. Sudafrica.

Nelson Mandela

Il secondo capitolo è ambientato dopo l’insediamento di Mandela.
Le cose stanno cambiando in Sudafrica, ma a quanto pare nemmeno poi tanto. Si respira un’aria di rinnovato patriottismo, tutta la popolazione sudafricana (bianchi e neri) tifa per gli Springbocks.
La famiglia si riunisce per un secondo evento luttuoso, e la storia della promessa riemerge. E così sarà anche nei capitoli successivi, ambientati nel problematico periodo post-Mandela, caratterizzato dall’aumento esponenziale della criminalità, da una strisciante crisi economica e dall’insediamento di una classe politica corrotta. Cambiano le situazioni, ma la promessa continua a non essere mantenuta.

Ovviamente non racconto come finisce la storia. Posso e voglio dire solo che è ad Amor (il cui nome non credo sia casuale) che è affidata nella storia l’unica speranza. Una funzione salvifica che si traduce nella consapevolezza di sé e del mondo, e nella rinuncia ai meccanismi ingordi della società contemporanea.
Se proprio devo trovare un difettuccio a questo fantastico romanzo, forse lo indicherei nella eccessiva paradigmaticità della figura di Amor. Anche in questo romanzo, comunque godibilissimo, c’è un finale “confortante”, più o meno.

Damon Galgut
Damon Galgut

Lo stile di Galgut

Il suo stile è sorprendente, lo si potrebbe forse definire “faulkneriano“, sebbene privo delle difficoltà tipiche di questo autore. Esiste un narratore onnisciente che dialoga e scherza piacevolmente con il lettore. Ma la voce narrante passa senza soluzione di continuità, in maniera molto originale, da un personaggio all’altro, creando una sorta di sinfonia molto gradevole. E’ vero, ci sono similitudini un po’ ardite, ma l’insieme a mio avviso è convincente. Uno scrittore sicuramente da tenere d’occhio.

 

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Adele Boldrini
Umanista per formazione, informatica per professione, con una smodata passione per la letteratura e per i viaggi. Che poi in fondo un po' si somigliano.

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