Brucia l’aria – Omar Di Monopoli

Andare in vacanza in Puglia…

Almeno per chi cerca davvero una vacanza e non una semplice serie di selfie da esibire sui social per spararsi le pose da figo, è uno dei migliori affari che si possano concludere, tanto più se si ha la pazienza di percorrere tutto l’interminabile tratto che conduce alla punta estrema del Salento. Qui, perfino ad agosto, è possibile trovare intere spiagge libere che sono libere sul serio. Nel senso che lo sono anche dagli infernali carnai da litografia dantesca di Gustave Doré che capita inevitabilmente di trovare nei posti più à la page della regione, tipo Punta Prosciutto.

Naturalmente, è proprio la lunghezza e la monotonia del viaggio, che si compie quando si è fortunati su strade statali, a scoraggiare molti turisti. Specie nell’ultimo tratto, non si incontra anima viva per decine di chilometri in mezzo agli uliveti, prima di approdare sulla costa. E bisogna partire con il pieno perché anche le stazioni di servizio sono rare.

Per trovare luoghi da movida poi, bisognerebbe spingersi ogni sera almeno fino a Gallipoli, visto che Otranto, Santa Maria di Leuca e gli altri centri sono più a misura di turista tranquillo.
È il limite di quest’area, ma anche la sua fortuna.

Come sul treno che viene dal Sud…

Come il treno che viene dal Sud di Sergio Endrigo, che non porta soltanto Marie con labbra di corallo e gli occhi grandi così, la Puglia non è tutta spiagge, uliveti e chiese barocche. Specialmente quando finiscono le autostrade e si passa sulle superstrade – più o meno dalla linea immaginaria che congiunge Brindisi e Taranto – il mare a Est si allontana e il panorama in mezzo al quale ci si muove ricorda un po’ la Pianura Padana e un po’ la Romania. La prima per i capannoni industriali e i depositi che sono gli unici elementi di rilievo del paesaggio. La seconda perché si vede benissimo che non c’è in giro nemmeno una minima parte dell’opulenza della Pianura Padana.

È questa realtà, o meglio i bassifondi di questa realtà, la scena in cui si muovono i personaggi dell’ultimo romanzo di Omar Di Monopoli, Brucia l’aria.

Il contesto di Brucia l’aria

Un romanzo come si deve, vive di vita propria, senza pretendere di fare sociologia o psicologia travestite da pretenziosa narrativa. La cornice è importante, spesso fa la differenza tra chi sa scrivere e chi no, però resta solo una cornice.
Infatti, in Brucia l’aria, le questioni pesanti, i problemi annosi del Meridione e i massimi sistemi, in generale restano solo sullo sfondo. Parlare di certe realtà senza menzionare la triste pratica degli incendi dolosi o della pervasività della criminalità organizzata, significherebbe raccontare favole.

Ma la questione degli incendi serve solo a dare l’avvio alla vicenda, mentre i delinquenti che si muovono sulla scena non hanno ambizioni che vadano oltre lo stretto ambito locale. Sebbene qualcuno di loro vagheggi di chissà quali espansioni se le cose andranno come spera che vadano.
Del resto, stiamo parlando pur sempre di un’area in cui la criminalità organizzata, pur onnipresente, è parcellizzata, come diceva Giovanni Falcone, e quindi sarà sempre improbabile trovare qualche “capo dei capi” cui far riferimento.

Brucia l'aria. Cover. Cronache Letterarie

L’ultimo rampollo dei Minghella

Nella zona di un paese chiamato Languore è in atto un braccio di ferro che coinvolge un boss emergente, tale Canzirru, e l’ultimo rampollo dei Minghella, il clan che ha sempre tenuto in mano le redini delle attività illecite del posto. Che poi non è che queste attività siano chissà cosa: un po’ di racket, un po’ di spaccio, un po’ di infiltrazione negli appalti. Ma, nella sostanza, ciò che manda più spesso i malviventi in galera – e ancora più spesso all’altro mondo – è la pretesa di monopolizzare gli scarsi proventi, esautorando clan rivali, o di aree vicine alla loro gestione.

Ci va a finire di mezzo anche Rocco Caraglia. Un autotrasportatore che si è fatto un bel po’ di tempo al fresco, l’unica volta che l’ha fatta fuori del vaso e da allora tira dritto senza più voler avere a che fare con i vecchi compagni.
Su Caraglia grava una sorta di maledizione famigliare, risalente al padre Livio, vigile del fuoco considerato a lungo un eroe e un esempio per i giovani, prima che si scoprisse che era lui stesso a far appiccare gli incendi, in uno dei quali è anche morto.

Ma il problema più grosso di Rocco Caraglia è il fratello minore Gaetano, che si è messo in testa di diventare un boss. Perciò va dietro al più sfigato dei fratelli Minghella, che si occupa di combattimenti tra cani e di scommesse puntualmente perse.
A fare da badante alla madre invalida di Rocco e Gaetano è Nunzia, che un tempo era fidanzata con Rocco ma poi ha finito per sposare Vittorio, la guardia giurata con un passato da cocainomane e una disgraziata inclinazione per gli improvvisi colpi di testa senza valutare le conseguenze.

L’eliminazione del boss Santo Minghella da parte di Canzirru e dei suoi scagnozzi dovrebbe aprire a una successione relativamente tranquilla, visto che il clan esibiva già inequivocabili segni di decadenza. Ma rimane la questione del disfarsi del corpo del boss, ammazzato senza lasciare tracce.
Invece queste tracce restano, sotto forma delle registrazioni di una telecamera di sorveglianza, e finiscono tra le mani della persona sbagliata. Ossia qualcuno che ha già subito una pesante intimidazione e non ha alcuna intenzione di tenersela senza reagire.
Da qui al macello, il passo sarà inevitabile e il seguito sarà come una tempesta che travolgerà anche chi non vorrebbe mai essere coinvolto.

Abbastanza presto, anche se non si arrivano a intuire gli sviluppi in dettaglio, si capisce che lo schema della conclusione ricorderà quello della tragedia greca, o del cinema di Tarantino se si preferisce. Nel senso che non la farà franca praticamente nessuno. Anche se non manca un tocco conclusivo da Settimo sigillo in cui resta un’ultima possibilità a chi ha conservato un briciolo di innocenza (pagata a caro prezzo, come si comprenderà dalla rivelazione finale).

I gialli di Omar Di Monopoli

Brucia l'aria. Di MonopoliLa Puglia è una regione ricchissima di cultura, ma non è che finora gli scrittori di rilievo nazionale siano mai stati molti. Nella grande stagione del neorealismo, l’unico nome di una certa importanza fu quello di Nino Palumbo, che approdò alla Medusa italiana di Mondadori ma era comunque un emigrante.
Il genere giallo in tutte le sue declinazioni sembra aver trovato il modo di riscattare questa emarginazione, grazie a qualche nome notissimo come De Cataldo o Carofiglio.

Di Monopoli rappresenta un ulteriore passo avanti perché, oltre a lasciare spazio a un grottesco che non è mai caricaturale, lavora attentamente anche sulla lingua, sulla falsariga di Camilleri. Non scimmiottando il maestro, ma creando un idioma originale e musicale che nelle descrizioni attinge talvolta a un lessico così raffinato da risultare desueto. Ma è sempre molto espressivo, anche quando costringe a usare il dizionario per verificarlo.
Mentre i dialoghi sono giocati per lo più in un dialetto essenziale e di facile comprensione, almeno per i meridionali… anche se ho il dubbio che a sentirlo pronunciato non risulterebbe altrettanto chiaro.

Omar Di Monopoli è uno degli scrittori più interessanti del panorama italiano. Qui trovate anche una sua intervista in cui si parla dei suoi primi romanzi, mentre qui si parla del suo Aspettati l’inferno. Su Cronache Letterarie abbiamo ospitato anche alcuni suoi articoli.

 

 

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Roberto Cocchis

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

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