Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi

Ferrovie del Messico. Cronache Letterarie

Enzo Ferrari diceva che gli italiani perdonano tutto, ma non il successo. Ed è così che mi sono trovata mio malgrado a sperimentare come a volte polemiche e zuffe pseudo-intellettuali si sostituiscano a più opportune considerazioni di merito. Perché senz’altro presso molti lettori, ma soprattutto scrittori, è affiorata una evidente irritazione per la promozione insistente di questo romanzo da parte dello scrittore Giulio Mozzi (peraltro curatore per Laurana Editore, che ha pubblicato questo romanzo), dando la stura a questioni di lana caprina giocate in punta di fioretto. Perché Ferrovie del Messico, secondo me, è un gran libro.

Redigere una mappa dettagliata delle ferrovie del Messico

È la storia di Francesco Magetti, detto Cesco, militare ad Asti presso la Guardia nazionale repubblicana ferroviaria nel febbraio del 1944. Siamo quindi in piena Repubblica di Salò, con il Sud d’Italia già liberato dagli americani e il Nord a vivere il disastro della fine dell’era mussoliniana, con un territorio invaso dalle forze naziste.

Ferrovie del Messico

A Cesco viene affidato, dal suo diretto superiore, un compito tanto urgente quanto incomprensibile, che proviene dalle altissime sfere di comando in Germania. Deve redigere nell’arco di pochi giorni una mappa dettagliata delle ferrovie del Messico. Come poi si scoprirà, Hitler – a corto di mezzi e di speranze di vincere la guerra – verrà convinto dal suo staff, sulla base di un grossolano equivoco, che in Messico si trovi qualcosa che potrà consentirgli di dominare il mondo.

Seguiamo dunque il nostro Cesco – apparentemente uomo medio che si fa poche domande, ma che soprattutto è affetto da un mal di denti che lo tormenta e non gli dà tregua – nella sua avventurosa ricerca di un libro che potrebbe aiutarlo ad assolvere l’arduo compito. Il primo passo è in biblioteca, dove conosce Tilde, una ragazza un po’ svitata – o meglio una incompresa sognatrice – di cui si innamora perdutamente.

Ma il libro è in prestito e non gli resta che mettersi alla caccia del volume che sembra passare di mano in mano ma resta inafferrabile. Nel corso di questa affannosa ricerca, Cesco entra in contatto con decine di personaggi, tutti magnificamente delineati, che lo introducono per misteriosa coincidenza allo sconosciuto universo messicano, attraverso libri e racconti del passato che incredibilmente si saldano con la realtà del presente. Un universo che alla fine diventerà fondamentale per la vita di Cesco, e che ne determinerà l’evoluzione in termini di consapevolezza.

Di più non voglio e non posso raccontare

Perché in realtà di questo romanzo l’elemento più affascinante, ed eclatante, è la creatività della storia, che mescola realtà, immaginazione, realismo magico, poesia, erudizione. Impossibile – con buona pace di chi ritiene tale operazione “un pernicioso esercizio di manierismo post-modernista” – non pensare a Borges (peraltro chiaramente citato), nella commistione di passato e presente, erudizione e invenzione. Oppure a Pynchon, nell’uso affascinante della Storia giustapposta alla fantasia e nel sospetto dell’esistenza di una rete di coincidenze tali da far credere ad un complotto universale (nonostante l’autore in due bellissime pagine spieghi di fatto la sua propria poetica, ovvero il piacere di creare storie).

Gian Marco Griffi

La penna di Griffi è stupefacente, colta, aulica, ma percorsa da dialettismi e invenzioni che si colgono soltanto ad intuizione. E comunque ho dovuto aprire il vocabolario diverse volte scoprendo una quantità di parole mai sentite prima, e italiane. Le storie sono percorse da citazioni e rimandi letterari (alcuni credo di averli “presi”, chissà quanti altri avrò persi), con incursioni dotte nell’entomologia, nella botanica, nell’ornitologia. Eppure è un libro che si legge fluidamente, senza noia e senza intoppi, o almeno per me è stato così. Nonostante il frequente ricorso al realismo magico, che ho sempre considerato difficilmente maneggiabile se non da mostri della scrittura.

Se proprio devo trovare un difetto a questo romanzo, secondo me è nell’epilogo un po’ frettoloso. È uno di quei libri che ti tengono compagnia per dieci giorni e che quando li finisci ti mancano. Ecco, dopo 800 pagine avrei gradito una fine meno netta. Non nella storia – che si conclude, pur con una misteriosa apertura-, quanto nel ritmo. Ma sono gusti. Non grido al capolavoro, ma è un gran bel libro. Per me, ovviamente (leggi anche qui).

Un libro in cui c’è tutto, amore, morte, guerra, eutanasia e chi più ne ha più ne metta. È un libro che parla di amicizia perché un ruolo fondamentale per il risveglio di Cesco risiede nell’amicizia con Firmino. Ma è un romanzo-mondo. E, per una volta, e fortunatamente, è italiano.

Adele Boldrini

Adele Boldrini

Umanista per formazione, informatica per professione, con una smodata passione per la letteratura e per i viaggi. Che poi in fondo un po' si somigliano.

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