Serie Tv – Pluto: qualcuno sta uccidendo i più grandi robot del mondo

Pluto. Serie tv. Netflix

Per parlare di Pluto, la serie animata uscita su Netflix il 26 ottobre scorso, si deve partire da lontano, dall’aprile del 1952 quando sulle pagine del settimanale giapponese Shōnen, è uscita la prima puntata di uno dei fumetti più importanti della storia della nona arte: Tetsuwan-Atomu di Osamu Tezuka.

Il protagonista si chiama Atom, ma in Occidente verrà ribattezzato Astro, da cui il titolo della serie Astro Boy.
Il personaggio di Astro (da qui in poi lo chiamerò così) era già apparso in un manga di Tezuka, Atom Taishi, sempre sulla medesima rivista, l’anno precedente.
Le storie di questo personaggio, divise in cicli, uscirono ininterrottamente su Shōnen fino al 1968, per essere poi raccolte in 23 volumi che hanno venduto complessivamente più di 100 milioni di copie in tutto il mondo.

La storia di Astro Boy

Ispirato al Pinocchio di Carlo Collodi, un racconto molto amato da Tezuka, Astro è un bambino robot creato dal Dottor Tenma per “sostituire” il figlio Tobio, morto da poco.
Deluso perché non cresce come un normale bambino umano, il dottor Tenma lo vende a un circo di robot diretto dal crudele Ham Egg.

È qui che Tobio viene ribattezzato Astro e incontra il Professor Ochanomizu che lo porta via di lì, appellandosi alla legge sui diritti dei robot.
L’uomo gli dà una nuova famiglia robotica e, in qualità di capo del Ministero della Scienza, si rivolge spesso a lui, in virtù dei poteri che fanno di Astro uno dei sette robot più potenti al mondo. Il Ministro della Scienza, quindi, chiede il suo sostegno per combattere i malvagi, risolvere crimini e aiutare gli esseri umani.

L’episodio più famoso e commovente della serie, quello che ha fatto entrare il personaggio definitivamente nel cuore dei lettori giapponesi e non solo, si intitola Il più grande robot del mondo ed è uscito a puntate sulle pagine di Shōnen, tra il giugno del 1964 e il gennaio del 1965.

Pluto di Osamu Tezuka
La prima apparizione del robot Pluto ne Il più grande robot del mondo di Osamu Tezuka.

Il più grande robot del mondo

La storia è semplice e lineare. Deciso a conquistare il mondo, il sultano Chochi Chochi Ababa costruisce un robot di nome Pluto che poi spedisce a combattere contro i sette robot più potenti della terra, tra cui c’è il nostro Astro, l’orgoglio del Giappone.
Tezuka si interroga a fondo sui motivi per cui gli uomini sviluppino tecnologie sempre più avanzate solo per potersi distruggere reciprocamente.
Alla fine, Chochi Chochi Ababa si rende conto di quanto tutto questo sia folle e Astro si augura che, un giorno, tutti noi, sia i robot che gli esseri umani, possiamo diventare fratelli e vivere in pace.


Un misto di tristezza e gioia…
nascita di Pluto, la serie tv

Facciamo un lungo salto in avanti per arrivare al 2002, quando un altro grande mangaka, Naoki Urasawa, il leggendario autore di Monster – a parere di chi scrive uno dei migliori manga mai realizzati – e di 20th Century Boys, fa alla “Tezuka Production” una proposta shock. Per commemorare il cinquantesimo compleanno di Astro Boy, chiede di poter scrivere e disegnare una nuova versione de Il più grande robot del mondo.

Urasawa è particolarmente affezionato a quella storia. L’ha letta per la prima volta quando aveva cinque anni e ricorda ancora che mentre lo faceva piangeva come una fontana, ricavandone quel “misto di tristezza e di gioia” che poi cercherà di riprodurre, come confesserà lui stesso, in tutte le opere a venire.

Makoto Tezuka, figlio di Osamu e Presidente della “Tezuka Production”, rifiuta la sua proposta sdegnato. In Giappone è considerata una grave mancanza di rispetto, un atto immorale e quasi “illegale”, (ri)utilizzare le opere di Osamu Tezuka, il “Dio dei manga”, come lo chiamano da quelle parti.

Urasawa, però, non demorde e torna più volte alla carica. Fino a quando, commosso dall’amore che il giovane mangaka prova per le opere di suo padre (e, probabilmente, sfinito dalla sua insistenza), Makoto cede.
L’unica cosa che gli chiede è di realizzare un manga originale di Urasawa e non la semplice copia di uno di Tezuka. “Fai in modo che sia il tuo capolavoro”, gli dice.

Urasawa
La prima apparizione del robot Pluto in Pluto di Naoki Urasawa

E capolavoro sarà

Sotto la supervisione dello stesso Makoto, Urasawa inizia a scrivere e a disegnare Pluto, che esce sulla rivista Big Comic Original dal settembre di quello stesso anno fino all’aprile del 2009.
Pluto è un giallo, un mystery che ha come protagonista Gesicht, un personaggio secondario de Il più grande robot del mondo, ovvero un poliziotto robot che lavora per l’Europol.

La serie inizia con la distruzione, in Svizzera, del robot gigante Mont Blanc, seguita dall’omicidio, in Germania, di Bernard Lanke, un esponente chiave del movimento per la conservazione delle leggi sulla robotica.
Gesicht viene assegnato al caso Lanke e scopre immediatamente un legame tra la distruzione di Mont Blanc e la morte dell’uomo. I resti di entrambi sono stati profanati post mortem con l’aggiunta di due corna di legno.

Gesicht si reca in un carcere sotterraneo dove è tenuto prigioniero il robot Brau 1589, accusato – cosa impensabile – di avere ucciso un essere umano, contravvenendo alle leggi della robotica. Gesicht va a fargli visita per capire il punto di vista dell’assassino. Ed è lui a collegare le corna trovate sulle scene dei due crimini al dio romano della morte, Plutone.

Brau 1589 preannuncia a Gesicht che i sei robot più potenti della Terra ancora in vita, tra cui lo stesso Gesicht, faranno presto la stessa fine di Mont Blanc.
I robot sono all’apice della scienza e della tecnologia. Così come Mont Blanc, vantano prestazioni superiori, aiutano gli umani, ma possono anche, al bisogno, trasformarsi in “armi di distruzione di massa”.
L’omicidio di North No.2, ucciso di lì a poco, rafforza la teoria di Brau 1589.
Gesicht avverte il robot Brando del pericolo che corre e si reca in Giappone per parlare con Astro che entra così nella storia.

Pluto, la straordinaria serie Netflix

La serie animata di Netflix (vedi qui il trailer), finalmente ci arriviamo, è, come capita spesso con gli anime, molto fedele al manga da cui è tratta. Ed è straordinaria, sia per merito della storia originale che per la bravura di Masao Maruyama che ne cura l’adattamento. Per quanto mi riguarda è di gran lunga il miglior anime di questo 2023, superiore anche all’acclamatissimo: Blue Eye Samurai, che trovate sempre su Netflix.

Pluto serie tv. Cronache Letterarie
Pluto, la serie tv di Naoki Urasawa su Netflix

Gli uomini non riescono a sfuggire alla guerra

I temi che Urasawa affronta nel manga e nell’anime sono i medesimi di Tezuka, a partire dall’assurdità della guerra e dell’odio e all’impossibilità, da parte degli esseri umani, di sfuggire a essi.
Nonostante il robot North No.2, la seconda vittima, rifiuti la guerra e desideri solo suonare il pianoforte, è comunque attirato in battaglia da Pluto, anche per colpa di una programmazione che non gli concede troppe alternative. Quindi viene distrutto, lasciando il suo padrone cieco da solo.

Chissà, sembra chiedersi Urasawa, se gli uomini saranno mai in grado di costruire robot senza che la loro fallace natura umana e l’odio per i propri simili si riversi anche nella programmazione di questi esseri.
Come in Astro Boy, anche qui il rapporto tra gli umani e i robot è messo a dura prova dalla discriminazione. I membri del gruppo anti-robot KR, vestiti con lunghe vesti bianche e cappucci a punta (vi ricorda niente?) uccidono il primo giudice robot, oltre che per incastrare il nostro Gesicht, anche per creare un sentimento anti-robot, nella popolazione.

Pluto, la serie tv di Naoki Urasawa su Netlix

Poi c’è anche il tema della memoria. Nel corso della serie, a numerosi robot vengono impiantati ricordi altrui o viene offerta loro l’opportunità di cancellare ricordi dolorosi, visto che la loro memoria non svanisce mai.

Il modo intelligente di affrontare le I.A.

Ma Pluto non è solo questo. Quello che lo distingue dagli altri anime e lo rende modernissimo e attuale, è il modo intelligente in cui affronta la questione sull’intelligenza artificiale e le domande che pone su quest’ultima, in un momento in cui proprio le I.A. sono al centro del dibattito.
Che amiate o meno gli anime, fatevi un regalo e guardate questa serie.
Mi ringrazierete.

Stefano Piani

Stefano Piani

Romagnolo di nascita, ho vissuto per oltre 20 anni a Milano e una decina a Roma, prima di “perdermi” tra la riviera romagnola e l’Abruzzo. Faccio lo sceneggiatore da quasi 30 anni: fumetti - molti, più di 200 storie scritte per la “Sergio Bonelli Editore” - televisione e cinema.
Mi piacciono i polizieschi, i cani e organizzare strambi tornei su Facebook… oltre a qualche altro milione di cose.

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